Osservatorio Life Sciences

Incentivi su ricerca e sviluppo: un'occasione persa per favorire crescita e sviluppo

| 20 febbraio 2014


Un recente studio condotto congiuntamente dall'Ufficio europeo dei brevetti e dall'Ufficio per l'armonizzazione nel mercato interno ed intitolato "Intellectual Property Rights intensive industries:contribution to economic performance and employment in Europe" (i dettagli sono consultabili in sintesi in questo approfondimento "Diritti di proprietà intellettuale: circa il 35% dei posti di lavoro nell'UE è collegato a industrie ampiamente basate sulla proprietà intellettuale"), ha calcolato che circa il 39% dell'attività economica complessiva dell'Unione europea (pari indicativamente a 4 700 miliardi di euro all'anno) ruota attorno a industrie ampiamente basate sui diritti di proprietà intellettuale, le quali generano direttamente circa il 26% di tutti i posti di lavoro nell'UE a cui si somma un altro 9% derivante dall'indotto. In totale, quindi, oltre 75 milioni di posti di lavoro nella UE sono legati, direttamente o indirettamente, ad aziende che investono pesantemente in ricerca e nella tutela dei propri diritti di proprietà intellettuale.
Anche una valutazione superficiale di queste cifre evidenzia quindi il ruolo centrale che gli investimenti in ricerca e sviluppo assumono sia nel contesto del quadro macroeconomico generale che ai fini della crescita occupazionale.
Molti paesi europei e non solo, nel recente passato, hanno adottato legislazioni volte a favorire gli investimenti in R&D ed ad attrarre verso le loro giurisdizioni investitori stranieri attivi in settori industriali fortemente orientati nella ricerca.
Il Canada prevede una deduzione immediata per tutti i costi in conto capitale e un credito d'imposta del 15% delle spese in R&D utilizzabile per tutti i debiti fiscali e riportabile in avanti per 20 anni e indietro 3 anni, inoltre in molte giurisdizioni canadesi si applicano anche crediti provinciali per la R&D (compresi tra il 4,5% e il 37,5%). La Francia offre la deducibilità delle spese nell'anno in cui sono sostenute e un credito d'imposta (CIR) del 30% sui primi 100 milioni di euro spesi più un ulteriore 5% oltre i 100 milioni. Tale credito è rimborsabile se non è utilizzato entro il triennio. Nel Regno Unito è prevista una super deduzione dei costi in R&D del 130% per le grandi imprese e 225% per le Pmi, o in alternativa un credito di imposta del 10% per le prime e per le Pmi in perdita sale al 24,5% riportabile senza limite temporale (oltre ad una tassazione vantaggiosa delle royalties). Gli Stati Uniti, che avevano un programma di crediti fiscali sino al 31 dicembre 2013 non lo hanno sinora rinnovato, ma forti sono le spinte perché venga fatta marcia indietro e si reintroducano con effetto retroattivo al 01 gennaio 2014 i benefici. Ma la lista dei paesi, anche emergenti, che offrono vantaggi fiscali importanti a che investe in ricerca è molto lunga: dalla Cina al Brasile guardando oltre i confini europei, a Spagna, Olanda, Portogallo, Croazia per stare in Paesi dell'area Euro molto vicini all'Italia.
In Italia, gli investimenti in R&D sono stati agevolati, a partire dall'anno 2007, tramite la concessione di crediti di imposta rapportati alla misura degli investimenti stessi, diversamente calcolati nel susseguirsi delle manovre agevolative. Per gli investimenti in R&D nel triennio 2014-2016 è attualmente previsto (dal Decreto Legge n. 145 del 23 Dicembre 2013) che il credito di imposta spetti nella misura del 50% dell'incremento annuale di spesa rispetto all'anno precedente (con un tetto massimo di incremento di 5 milioni di euro per anno), fruibile esclusivamente in compensazione su ogni imposta o contributo da versare a mezzo del modello F24.
A partire dal 2012 ulteriori agevolazioni sono state introdotte, con lo scopo di favorire la nascita di imprese tecnologicamente evolute, a favore delle cd. "Start up innovative". Queste possono fruire di un credito d'imposta del 35%, con un limite massimo pari a 200 mila euro annui, del costo aziendale sostenuto per le assunzioni a tempo indeterminato, e attraverso contratti di apprendistato, di personale altamente qualificato. Inoltre tale credito d'imposta è concesso in via prioritaria alle Start up rispetto alle altre imprese. Inoltre, in materia di "Start up" sono state previste delle deduzioni e detrazioni a favore dei soggetti che intendono investire in questi settori. In particolare, le persone fisiche possono detrarre dall'imposta lorda un importo pari al 19% della somma investita nel capitale sociale, fino a 500mila euro, in ciascun periodo d'imposta interessato dal decreto (2013-2014-2015) mentre i soggetti Ires possono dedurre dal reddito un importo pari al 20% delle stesse somme, fino a 1,8 milioni di euro, in ciascun periodo d'imposta. Le eventuali eccedenze, sia per la detrazione sia per la deduzione, potranno essere riportate in avanti nei periodi d'imposta successivi, ma non oltre il terzo. I benefici sono incrementati (al 25% nel caso di persone fisiche e al 27% per le società) se si investe in startup a «vocazione sociale» o che sviluppano e commercializzano esclusivamente prodotti.
Un'atra agevolazione riguarda la deducibilità ai fini Irap, essendo deducibili ai fini della determinazione dell'imponibile Irap i costi sostenuti per il personale addetto alla ricerca e sviluppo, a condizione che "l'attestazione di effettività" degli stessi costi sia rilasciata dal presidente del collegio sindacale ovvero, in mancanza, da un revisore dei conti o da un professionista iscritto negli albi dei revisori dei conti, dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali o dei consulenti del lavoro.
Per quanto le agevolazioni concesse alle nuove Start up innovative possano stimolare l'imprenditoria giovanile promuovendo investimenti in nuovi progetti, il quadro italiano resta in generale poco incentivante e poco competitivo rispetto a quanto offrono gli altri Stati. Forse per questo motivo, il Consiglio dei Ministri ha approvato il 6 Febbraio 2014 un piano ("Ricerca e innovazione nelle imprese – Misure di sostegno immediato alle attività innovative di ricerca delle imprese") che prevede nuovi incentivi, tra cui contributi a fondo perduto del 60% per ricerca e sviluppo, aumento del credito d'imposta dal 35% al 75% per le assunzioni di personale qualificato nel Mezzogiorno, "voucher" per l'internazionalizzazione e per consulenze connesse ad attività di ricerca e sviluppo, per un totale di 250 milioni di euro a disposizione per il 2014. Ma, quali garanzie che in questi tempi di incertezze normative questo piano venga confermato ed addirittura le misure esistenti non mutino nel tempo?
In un quadro di scarsa incentivazione ed incertezza normativa, le società già internazionalizzate tenderanno probabilmente a mantenere le attività di R&D all'estero, mentre sembra lontana la possibilità che investimenti stranieri possano essere attratti nel nostro Paese. Allo stesso modo le società italiane non ancora internazionalizzate potrebbero essere spinte ad investire all'estero piuttosto che in Italia. Appare evidente quindi che l'Italia stia perdendo l'opportunità della crescita della ricerca e sviluppo, sia a livello economico che occupazionale, accentuando l'emorragia di investimenti italiani in R&D e la delocalizzazione.

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