LA TUTELA DEL PATRIMONIO IMMATERIALE DELLE PMI

Diritto in tavola: la proprietà intellettuale in cucina

| 29 settembre 2014

a cura di Renato D'Andrea, of Counsel Studio Legale Lexellent


Pochi ci pensano, ma la dispensa delle nostre case è letteralmente infarcita di Intellectual Property.
Per rendersene conto basta por mente ai vari marchi denominativi e figurativi che identificano bibite e prodotti alimentari in genere, alle forme di alcune paste alimentari, snack salati e dolciumi (il così detto "food design") configuranti "marchi tridimensionali", al packaging in cui vengono venduti i prodotti food & beverage (ne abbiamo discusso in questa rubrica: clicca qui).
Per non parlare delle denominazioni di origine controllata (DOC) ed indicazioni geografiche tipiche (IGT) relative ai vini, delle denominazioni di origine protetta (DOP) che connotano lo straordinario agroalimentare italiano, dei tanti marchi collettivi dei consorzi istituiti a presidio dei disciplinari produttivi delle eccellenze del nostro Belpaese.
Ed ovviamente sono molte le disposizioni di legge, in massima parte inserite nel Codice della Proprietà Industriale, che tutelano i summenzionati diritti di IP.
I quali, a ben guardare, sono accomunati da una caratteristica di fondo: si tratta cioè di fattori deputati alla funzione identificativa (giuridicamente sono cioè "segni distintivi") di generi edibili preparati e distribuiti su vasta scala per essere poi consumati da clienti ubicati anche a migliaia di chilometri dal sito di loro produzione.
E ciò vale anche per bevande e specialità alimentari frutto di lavorazioni assolutamente artigianali e magari legate a tradizioni antichissime.
Ma qual è invece il rapporto, se ne esiste uno, tra la Proprietà Intellettuale e la preparazione estemporanea delle pietanze nei ristoranti?
Esiste una "protezione" per l'innovazione culinaria che caratterizza la ristorazione italiana di altissima gamma, oggigiorno divenuta anch'essa una PMI che contribuisce al PIL nazionale?
Molti si domandano cioè se la legge fornisca tutela ai nostri chef multi stellati e se sia possibile brevettare, o meno, le pietanze da essi create.
La risposta a questa domanda, va detto subito, è assolutamente negativa.
Ciò in quanto l'ordinamento giuridico accorda protezione "brevettuale" in senso stretto solo ai trovati che risolvono un problema tecnico e nei quali alberga il requisito dell'industrialità (art. 49 CPI), cioè l'attitudine ad essere fabbricabili od utilizzabili in un ambito prettamente industriale.
Si tratta di un vero e proprio dogma della moderna normativa sull'IP, per quanto, paradossalmente, l'archeologia abbia mostrato che il primo brevetto conosciuto nella storia riguardava proprio una ricetta culinaria. Infatti presso la biblioteca Marciana di Venezia è conservato un documento del III secolo a.C. in cui lo storico Filarco testimoniava l'avvenuta emanazione nella città di Sibari di una legge del VII secolo a.C., che attribuiva un monopolio annuale al cuoco capace di creare una pietanza originale e particolarmente elaborata.
Invece oggi i novelli artisti della "haute cuisine" devono rassegnarsi a veder cadere le loro succulente creazioni nel limbo del pubblico dominio.
Si tratta peraltro di un problema sentito tra gli addetti ai lavori, tanto che anni orsono si era formato un movimento che propugnava l'istituzione di un registro in cui iscrivere, per il riconoscimento della loro "paternità culinaria", creazioni quali la "Passatina di ceci con gamberi" di Fulvio Pierangelini, il "Raviolo aperto" di Gualtiero Marchesi, ecc…
Ancora oggi Carlo Cracco, protagonista di una manifestazione organizzata in uno storico store londinese, ha definito "signature dish" (cioè un piatto griffato) il suo famoso "Uovo marinato".
Insomma, un dibattito certamente… gustoso, ma che sul piano giuridico non trova appigli e che in definitiva resta confinato alla sfera del colore.
Ma se proprio vogliamo dare ai nostri beneamati chef uno spiraglio di giuridica speranza, essa può risiedere unicamente (ed in pochi casi particolari, sia chiaro!) nelle disposizioni dell'art.98 CPI relative alla tutela delle informazioni aziendali segrete.
Infatti, laddove le "informazioni" necessarie alla preparazione di una pietanza creativa rimangano "segrete" nei termini e modi stabiliti dall'art.98 CPI, il loro legittimo detentore godrà su di esse di un'inerente protezione normativa determinata dal loro oggettivo "valore economico" nel settore della ristorazione.
Di contro, se gli ingredienti ed il procedimento di preparazione (alias la "ricetta") di una pietanza creativa sono desumibili attraverso la sua degustazione; od ancor più, se la ricetta di tale pietanza è stata disvelata attraverso i media (come sempre più spesso accade), allora lo chef in questione dovrà accontentarsi unicamente della fama, di contro rinunciando ad ogni forma di monopolio fondato su basi giuridiche.

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