L' autoriciclaggio

L' autoriciclaggio che c'è e che verrà

| 16 ottobre 2014

Di punire l'autoriciclaggio si parla da un paio di decenni, circa. Non sono sempre chiare le ragioni per cui la falda sotterranea dei sostenitori di questo reato venga ogni tanto in superficie. Di solito l'emersione si associa all'elaborazione dei famosi "pacchetti sicurezza" con cui i governi di ogni colore e sfumatura intendono affrontare le tante emergenze criminali del paese. E dentro i progetti di legge non guasta l'idea di punire gli autoriciclatori. Categoria, invero, dai contorni abbastanza indistinti. In teoria vi dovrebbero rientrare tutti coloro che, incassato un profitto illecito, si danno da fare per disperdere le tracce del bottino. La linea di demarcazione tra il riciclatore fai-da-te e i riciclatori veri e propri sarebbe data dal fatto che i primi avrebbero anche commesso il reato che genera il provento illegale, mentre i secondi si "limiterebbero" a prendere in carico dai malfattori il loro denaro per spostarlo in qualche paradiso fiscale o intestarlo a qualche società di comodo. L'idea di fondo è convincente: se, oltre a commettere il reato che ti assicura un guadagno illecito, ti dai anche da fare per impedire agli inquirenti di trovare il bottino la sanzione non può essere limitata al primo reato. Un conto è mettere i denari sotto il materasso o sul conto della vecchia zia, un altro è spostarli alle Cayman o su un conto di una società a Macao.
E allora? Si dovrebbe essere tutti d'accordo? Ed invece non è così. Mettiamo da parte il partito dei corrotti e dei mafiosi che, come dire, è comprensibilmente perplesso. Restano coloro che ritengono che l'ordinamento italiano punisca già, ed in modo molto efficace, comportamenti del genere. La norma è l'art.12-quinquies l.356/92 che sanziona molto pesantemente (anche con la confisca) l'intestazione di beni, denaro o altre utilità realizzata al fine di eludere le misure di prevenzione patrimoniali antimafia o per commettere i delitti di riciclaggio e reimpiego. Mettiamo da parte queste due ipotesi (dove l'art.12-quinquies permette, comunque, di punire le intestazioni fittizie che non raggiungano neppure la soglia del tentativo di riciclaggio) e concentriamoci sul primo caso: l'elusione delle misure antimafia. Su questo versante la norma ha offerto nella prassi risultati straordinari. Appena il presunto mafioso sposta o tenta di spostare i beni illecitamente guadagnati intestandoli a terzi di comodo, scattano il reato e la confisca. E' un'ipotesi davvero efficace di punizione dell'autoriciclaggio mafioso. Anziché preoccuparsi di creare nuove norme, basterebbe una modifica all'art.12-quinquies con la quale si sanzioni chiunque intenda eludere un sequestro o una confisca, non solo di prevenzione, ma anche penale. Biblioteche di lavori scientifici e fiumi di giurisprudenza renderebbero immediata e senza incertezze l'applicazione della "nuova" norma. Altrimenti, la formulazione che circola tra gli addetti ai lavori, pur meritoria, rischia di peccare di indeterminatezza e di ineffettività.
Il dimostrare il reinvestimento dei beni o delle ricchezze riciclate in attività finanziarie o imprenditoriali può risultare diabolico, e la norma si tradurrebbe in un ostacolo, invece che un grosso aiuto, alla polizia investigativa ed ai magistrati.
Senza dimenticare che il catalogo dei reati cosiddetti "presupposto" non può restare il medesimo di cui all'articolo 648 bis del codice penale, in quanto, come e' evidente, non si può punire più gravemente un soggetto per (auto) riciclaggio rispetto alle sanzioni minori previste per reati come il furto, la rapina, e quelli aziendali previsti dal decreto 231/2001.
Sarà comunque la prassi giurisprudenziale a suggerire al legislatore le opportune modifiche in corso d'opera.