licenziamento

Controllo occulto degli spostamenti del dipendente all'esterno dell'azienda

| 28 ottobre 2014


Gli accertamenti effettuati da un'agenzia investigativa, incaricata dal datore di lavoro di osservare gli spostamenti del suo dipendente all'esterno dell'azienda, durante l'orario di lavoro, sono legittimi e, se confermati in giudizio dagli investigatori che hanno svolto l'indagine, costituiscono prova dei fatti addebitati al lavoratore.
Il principio si ricava da una recente sentenza del Tribunale di Roma (Trib. Roma 1 ottobre 2014, n. 8988), che ha deciso un giudizio di impugnazione di un licenziamento intimato per giusta causa. Al lavoratore, dipendente di una società commerciale, con compiti di promotore della clientela - da svolgersi prevalentemente presso il domicilio dei clienti e, quindi, all'esterno del luogo di lavoro - era stato contestato di non aver visitato la clientela da lui indicata nei report consegnati all'azienda e di aver lucrato indebiti rimborsi spese in relazione alle mancate visite. La contestazione disciplinare era stata fondata sui rapporti di una società investigativa appositamente incaricata, che, attraverso suoi agenti, aveva seguito il promotore nei suoi spostamenti durante alcune giornate e aveva accertato che, in orario lavorativo, questi aveva svolto attività di carattere personale, anziché di lavoro. Tali accertamenti avevano consentito all'azienda di verificare che i report del promotore contenevano dati falsi e che sulla base di questi erano state rimborsate al dipendente spese in realtà mai sostenute.
Il lavoratore, ricorrendo al Tribunale, aveva, tra l'altro, censurato il licenziamento, perché – a suo dire – basato su indagini investigative illegittime, in quanto i controlli effettuati dalla società sarebbero stati posti in essere in violazione dell'art. 2 dello Statuto dei Lavoratori (che vieta l'utilizzo di guardie giurate per vigilare sull'attività dei dipendenti); i report forniti dagli investigatori non si sarebbero perciò potuti utilizzare come prove dei fatti contestati.
Il Tribunale ha respinto l'eccezione e ha affermato la legittimità dei controlli investigativi: secondo il Giudice non vi è violazione della norma citata, la quale vieta il controllo dell'attività lavorativa solo quando questa è svolta all'interno dell'azienda, non, invece, nelle ipotesi in cui il dipendente esegua le proprie mansioni all'esterno dei locali aziendali (come nel caso giudicato).
La Corte capitolina, quindi, sulla base degli accertamenti investigativi - confermati in sede testimoniale dagli agenti - ha ritenuto provato che il promotore aveva infedelmente redatto i report illustrativi della propria attività, facendo apparire come svolte visite mai effettuate e riscuotendo indebiti rimborsi; conseguentemente ha accertato la sussistenza della giusta causa di licenziamento (la condotta contestata configurava un falso truffaldino ai danni del datore).
La sentenza si pone nel solco della giurisprudenza che ritiene legittimi i controlli attuati attraverso agenzie investigative se posti in essere per scopi "difensivi" ovvero per prevenire attività fraudolente o altri illeciti a danno del datore di lavoro (tra le altre, Cass. 31 ottobre 2013, n. 24580); ciò anche nel caso in cui vi sia solo il dubbio o l'ipotesi che il dipendente stia compiendo tali illeciti (Cass. 14 febbraio 2011, n. 3590).
Circa i rapporti investigativi quale fonte di prova, va detto che le dichiarazioni in essi contenute sono attendibili, in quanto gli investigatori che le hanno rese sono soggetti specificatamente autorizzati dalla Prefettura, che ne certifica sia la specifica esperienza professionale sia la capacità tecnica. E qualora gli agenti investigatori confermino i loro rapporti in giudizio, la loro testimonianza ha un valore probatorio intrinseco, come affermato da altra sentenza che ha deciso un caso analogo (Trib. Napoli 27 settembre 2013, n. 16643).