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Il "beauty contest"

| 28 aprile 2015


In ambito consulenziale, il "beauty contest" è un metodo utilizzato da enti e società per selezionare il professionista cui affidare un incarico. Nella sostanza, si tratta di un processo competitivo che prevede la raccolta di una pluralità di offerte di assistenza professionale, un momento di comparazione e valutazione e, conclusivamente, l'affidamento dell'incarico al consulente titolare della migliore offerta.
Il beauty contest è la principale alternativa all'affidamento di incarichi in via "diretta". Mentre l'affidamento in via diretta si basa sostanzialmente su pregressi rapporti, di fiducia e stima, tra cliente e consulente, il beauty contest:
1)realizza un meccanismo concorrenziale, che porta i partecipanti a formulare la loro miglior proposta in termini di qualità dell'offerta legale e relativo costo;
2)documenta e in qualche modo oggettivizza le ragioni che hanno portato al conferimento di un incarico a favore di un consulente piuttosto che di un altro.
In ambito pubblico, al netto dei casi in cui lo svolgimento di procedure competitive è obbligatorio, il primato del beauty contest rispetto all'affidamento diretto di incarichi dovrebbe derivare, ad avviso di chi scrive, dalla piana applicazione del principio cardine che regola l'attività amministrativa, ossia la trasparenza (art. 1, l. 241/90). Più puntualmente, la Corte dei Conti ha avuto modo di precisare che "l'affidamento di incarichi di consulenza e/o di collaborazione da conferire a soggetti esterni alla Pubblica amministrazione non può prescindere dal preventivo svolgimento di una selezione comparativa adeguatamente pubblicizzata" (v. pronuncia della sezione consultiva regionale lombarda della Corte dei Conti in data 15.5.2014, con richiamo alla sentenza del Consiglio di Stato n. 3405/2010). Si tratta di una conclusione che, alla luce dei più recenti orientamenti della Corte dei Conti, pare doversi ritenere applicabile (oltre che alle pubbliche amministrazioni, anche) alle società pubbliche, in quanto soggette a principi e obiettivi gestionali non diversi da quelli che regolano le pubbliche amministrazioni (cfr. Corte dei Conti, Regione Lazio, n. 683/2013, la quale ha pronunciato severe condanne contro i dirigenti di una nota società pubblica per affidamenti di incarichi senza gara e, recentemente, Corte dei Conti, sez. I, n. 178/2015 in tema di giurisdizione sulle società pubbliche).
In ambito privatistico, l'appropriatezza del beauty contest per l'acquisto di servizi è indicata chiaramente da Confindustria nelle vigenti Linee Guida sui modelli organizzativi 231/2001, approvate dal Ministero della Giustizia il 21.7.2014. In tali Linee Guida si prevede testualmente che "il ricorso alla procedura di assegnazione diretta" avvenga "solo per casi limitati e chiaramente individuati" e che venga elaborato a livello aziendale un "modello di valutazione delle offerte (tecniche/economiche) informato alla trasparenza e a criteri il più possibile oggettivi".
A prescindere dall'"endorsement" conferito in via generale da Confindustria e dal Ministero della Giustizia alle procedure di acquisto di tipo competitivo, effettivamente molti modelli organizzativi previsti ai sensi del d.lgs. 231/2001 e molte policy interne prevedono l'esperimento di beauty contest per la selezione dei consulenti: si tratta infatti di una procedura idonea a realizzare il principio di trasparenza affermato in tutti i modelli organizzativi nella sezione dedicata agli acquisti. E per inciso, la stessa efficacia nel perseguire obiettivi di trasparenza non può certo predicarsi con riferimento ad altri presidi talora previsti a tal fine nei modelli organizzativi, quali ad esempio la creazione di "panel accreditati" di consulenti titolati al ricevimento di incarichi da parte dell'azienda: è chiaro che una tale misura non garantisce un approccio trasparente nella scelta del consulente assegnatario di uno specifico incarico ma, tuttalpiù, la costituzione, secondo criteri trasparenti, di liste di consulenti ritenuti ex ante idonei a ricevere un incarico. Si tratta, in altre parole, di un presidio che non riguarda l'affidamento di incarichi e l'acquisto di servizi professionali in senso stretto, se non in una fase fortemente anticipata e prodromica.

In definitiva, il beauty contest sembra una soluzione ottimale per tutelare obiettivi che interessano certamente tutti gli acquirenti dei servizi legali: comprare un servizio di alta qualità a condizioni di mercato ed evidenziare diligenza e trasparenza nel processo di acquisto.
Ad avviso di chi scrive, mercato, compliance, trasparenza e diligenza trovano nel beauty contest una sintesi tanto ottimale quanto semplice e naturale. La scelta del beauty contest quale procedura di acquisto dei servizi consulenziali rappresenta una "best practice" tenuto conto degli interessi di tutti gli stakeholder del settore pubblico e del settore privato (cittadini, azionisti, management, controparti, creditori, organi di controllo e organismi di vigilanza). Tutti costoro sono maggiormente tutelati da processi di acquisto basati sulla trasparenza e sull'oggettività delle scelte, processi nei quali, peraltro, i rapporti fiduciari e personali tra cliente e consulente possono senza alcuna difficoltà collocarsi e ricevere adeguata valorizzazione.

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