Crisi bancarie e bail-in, disintermediazione del credito e Fintech: nuove norme per un'industria finanziaria in evoluzione

16/05/2017 09:29

di Angelo Paletta, docente di management


La Direttiva 2014/59/UE, anche nota come Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD), disciplina le procedure di risoluzione delle crisi bancarie. Ideata per garantire la stabilità del sistema finanziario, nella pratica ha prodotto effetti opposti a quelli sperati. Infatti, il presidente della CONSOB, Giuseppe Vegas, ha affermato che «il primo e provvisorio bilancio di applicazione del bail-in non può dirsi positivo».

Le stesse regole di cui l'Europa si è dotata per assicurare la stabilità sui mercati «si sono rivelate in questo caso un fattore di instabilità» e «la gestione delle crisi può richiedere interventi tempestivi incompatibili con i meccanismi Francoforte-Bruxelles».

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Il presidente della CONSOB, inoltre, ha evidenziato che «alla prova dei fatti, l'idea di circoscrivere ai soli investitori di una banca i costi del salvataggio si sta mostrando illusoria». Non solo. Vegas ha dichiarato che il meccanismo del bail-in «in assenza di un'adeguata fase di transizione si è rivelato uno shock normativo che ha contribuito a minare la fiducia nel sistema bancario. Il bail-in ha anche ridotto, fin quasi ad azzerarlo, lo spazio di manovra della vigilanza preventiva».

Direttiva 2014/59/UE e D.Lgs. 180/2015: cosa è il bail-in?

Il bail-in è un termine legale tecnico di origine anglosassone che in italiano è traducibile con la locuzione "salvataggio interno". In una crisi bancaria, è il meccanismo giuridico disciplinato a livello europeo e nazionale per l'esercizio, da parte di un'autorità di risoluzione (che per l'Italia è la Banca d'Italia), dei poteri di svalutazione e di conversione in relazione alle passività di un ente soggetto a risoluzione (gli istituti bancari).

Con il bail-in, a seconda del livello di risoluzione stabilito dalle autorità pubbliche, è previsto che gli azionisti, gli obbligazionisti e persino i correntisti di una banca possono contribuire con i propri fondi a risolvere la crisi della banca per evitare che il fallimento di questa possa causare un'instabilità più grande al sistema finanziario nel suo complesso.

La procedura del bail-in è stata introdotta a livello comunitario dalla Direttiva 2014/59/UE, che è stata poi recepita nell'ordinamento giuridico italiano con il D.Lgs. n. 180/2015.

La protezione per legge dei depositi sotto i 100.000 euro: i conti correnti "protetti"

Il 1° gennaio 2016 è entrata in vigore a pieno regime la disciplina comunitaria e nazionale sul bail-in, tramite la quale i conti corrente sono stati assoggettati al rischio di controparte. Tale rischio racchiude la possibilità che un istituto bancario vada in default e non possa rimborsare ai propri correntisti il saldo disponibile. Per salvaguardare la fiducia dei risparmiatori, nell'ordinamento italiano il legislatore ha stabilito che ogni conto corrente debba assicurare ai risparmiatori una copertura tramite appositi fondi interbancari: «L'ammontare massimo oggetto di rimborso ai sensi dell'articolo 96-bis, comma 1-bis, lettera a), è pari a 100.000 euro per ciascun depositante. Il limite è adeguato ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 7, della Direttiva 2014/49/UE» (art. 96-bis.1, co. 3, D.Lgs. 1° settembre 1993, n. 385).

Non sono sottoposti al bail-in i titoli detenuti nel deposito titoli diversi da quelli riconducibili alle banche sottoposte alla procedura prevista dalla Direttiva BRRD.

Per statuto è 0,8% la dotazione finanziaria del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi

La fiducia dei risparmiatori nel sistema finanziario comunitario è un caposaldo fondamentale da salvaguardare. Sono memorabili le tre parole «Whatever it takes» del Presidente della BCE, Mario Draghi, pronunciate a luglio 2012, con cui mise fine alla crisi dell'euro e pose le fondamenta per costruire il programma di espansione monetaria che va sotto il nome di Quantitative Easing.

Ma oltre ai provvedimenti adottati dalla Banca Centrale con sede a Francoforte, il Parlamento Europeo ed il Consiglio con la Direttiva 2014/49/UE hanno novellato la disciplina sui sistemi di garanzia dei depositi (G.U.U.E. n. L173/149 del 12 giugno 2014).

In Italia, la disposizione comunitaria è stata recepita nell'ordinamento ed attuata tramite il D.L. n. 30 del 15 febbraio 2016 (GU.R.I. n. 56 dell'8 marzo 2016).

Tale provvedimento legislativo nazionale ha stabilito che devono essere "protetti" i conti corrente con depositi con somme pari o al di sotto di 100.000 euro. Ciò significa che per legge il sistema bancario che ad ogni depositante, tramite appositi fondi interbancari, deve assicurare il rimborso dei depositi per un importo massimo di 100.000 euro.

Parrebbe legittimo chiedersi se il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, fondo privato con sede in Via del Plebiscito, oggi sia sufficientemente capiente per rimborsare una vasta platea di correntisti nel malaugurato caso in cui si verifichino crisi bancarie più grandi di quella della Banca Popolare delle Province Calabresi (1,4 milioni nel 2016) o della TERCAS (265 milioni nel 2014).
Nell'art. 24 co. 1 del proprio statuto, il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi ha stabilito che il plafond-obiettivo da accantonare entro il 3 luglio 2024 dovrà essere «una dotazione finanziaria pari allo 0,8% del totale dei depositi protetti risultanti al 31 dicembre dell'anno precedente, fino al raggiungimento del livello-obiettivo, esclusi i saldi temporanei elevati di cui all'art. 33, comma 16». Tale livello-obiettivo è contemplata nel Testo Unico Bancario, che disciplina la dotazione finanziaria dei sistemi di garanzia (art. 96.1, co. 1 e 2, D.Lgs. 1° settembre 1993, n. 385).

È possibile dedurre che in caso di fallimenti bancari limitati il sistema italiano sia certamente in grado di adempiere alla garanzia prevista dalla legge. Allo stesso tempo, nonostante l'accresciuta solidità delle banche italiane palesata dai vertici di Palazzo Koch, in caso di crisi significative lo scenario potrebbe risultare di difficile definizione.
Non per ultimo, lo stesso statuto del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi stabilisce che «la dotazione finanziaria del Fondo è investita in attività a basso rischio e con sufficiente diversificazione e gli eventuali frutti concorrono al raggiungimento del livello obiettivo» (art. 24, co. 8).

Ma in una situazione di tipo catastrofale non è da escludersi che anche gli investimenti con rating "high-grade" o addirittura "prime" possano deteriorarsi rapidamente. E se ciò davvero accadesse, non sarebbe nemmeno la prima volta.

Il bail-in disciplinato dalle norme comunitarie recepite dagli Stati membri

La normativa europea cardine sul bail-in, su cui si imperniano tutte i provvedimenti legislativi di recepimento a livello nazionale da parte dei singoli Stati membri dell'Unione Europea, è la Direttiva 2014/59/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio, approvata il 15 maggio 2014.

Tale disposizione ha istituito un quadro di risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento. Tale Direttiva ha, altresì, modificato il preesistente impianto giuridico dettato dalla Direttiva 82/891/CEE del Consiglio, e dalle Direttive 2001/24/CE, 2002/47/CE, 2004/25/CE, 2005/56/CE, 2007/36/CE, 2011/35/UE, 2012/30/UE e 2013/36/UE nonché dai Regolamenti (UE) n. 1093/2010 e (UE) n. 648/2012 emanati dal Parlamento Europeo e dal Consiglio.

In Italia, il recepimento del dispositivo comunitario è stato adottato con il Decreto Legislativo 16 novembre 2015, n. 180 (G.U.R.I. n. 267 del 16 novembre 2015). Se il provvedimento delegato al Governo dal Parlamento è entrato in vigore lo stesso giorno di approvazione, l'introduzione del bail-in è stato reso attuativo con l'inizio del nuovo successivo. Infatti, l'art. 106 "Entrata in vigore" del D.Lgs. 180/2016 ha stabilito che le disposizioni contenute nel Titolo IV "Risoluzione e altre procedure di gestione delle crisi", Capo IV "Misure di risoluzione", Sezione III "Bail-in", si devono applicare a partire dal 1° gennaio 2016. Non è un caso che il salvataggio delle quattro banche a rischio default – Banca Marche, Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, CariChieti – sia stato effettuato a novembre 2015 con un'applicazione parziale delle nuove disposizioni sulla risoluzione delle crisi bancarie.

La fine del bail-out e l'origine del bail-in: dalla crisi del 2008 negli USA al Dodd-Frank Act

Il bail-in disciplinato nella Direttiva 2014/59/UE non è un'invenzione dei legislatori europei. In realtà, deriva dalla legislazione statunitense nella risoluzione delle crisi bancarie tesa a rafforzare la stabilità del sistema finanziario e porre fine alla presunzione che vi possano essere delle istituzioni finanziarie troppo grandi per fallire (c.d. "too big to fail").

Tutti ricordano che l'origine della la crisi finanziaria scoppiata negli USA ha avuto genesi il 15 settembre 2008 con il default della società quotata Lehman Brothers Holdings Inc. L'effetto domino generato da quel fallimento ha indotto il Congresso degli Stati Uniti a prendere seri provvedimenti, che il 5 gennaio 2010 hanno portato all'approvazione del "Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act".

L'incipit del testo normativo sintetizza mirabilmente l'inversione di rotta nella risoluzione delle crisi bancarie, passando dal tradizionale bail-out all'innovativo bail-in. Questa innovazione normativa è stata voluta con l'intento di esonerare i cittadini contribuenti statunitensi dal ripianare le perdite generate dalle crisi bancarie provocate dalle pratiche finanziarie dei manager: «To promote the financial stability of the United States by improving accountability and transparency in the financial system, to end ‘‘too big to fail'', to protect the American taxpayer by ending bailouts, to protect consumers from abusive financial services practices, and for other purposes».

Aumento dell'inflazione e fine del Quantitative Easing: nuovi scenari per titoli di Stato, banche, risparmiatori e imprese

Come ricordava il presidente della CONSOB, Giuseppe Vegas, nel discorso annuale al mercato finanziario, l'inflazione sta risalendo verso l'obiettivo del 2% grazie al Quantitative Easing programmato e attuato per un tempo limitato dalla BCE.

Negli Stati Uniti, invece, la FED ha concluso con successo la politica espansiva finalizzata alla ripresa dell'economia e, per stabilizzare il sistema finanziario, ha intrapreso una politica di progressivo inasprimento monetario con il rialzo dei tassi di interesse.

In questo scenario dinamico l'Italia rischia di subire un aggravio nella finanza pubblica dei costi per i maggiori interessi dovuti sul debito che in questi anni è cresciuto ancora invece che ridursi. Non a caso, infatti, l'agenzia di rating Fitch ha declassato a BBB il rating per l'Italia.

Tuttavia, grazie al Quantitative Easing della BCE, l'Italia e altri Stati dell'Area Euro hanno beneficiato di una minore pressione dei mercati sui propri titoli di Stato, condizione utile per riacquistare competitività e stabilità finanziaria nell'ottica degli obiettivi della convergenza. Ma lo stesso presidente Vegas ha affermato che «questa opportunità non è stata colta» e ne è prova che il «sistema produttivo italiano ha subito un'erosione di competitività nell'ordine del 30% rispetto alla Germania».

Tale divario, insieme a quello più diretto dei conti pubblici gravati da un debito in crescita costante, è tra le componenti più importanti che causano il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato dei Paesi dell'Eurozona. Il presidente della CONSOB ha precisato che «la moneta unica ha creato un ecosistema in cui la competitività può essere difesa e incrementata solo attraverso le leve dell'istruzione, dell'innovazione e delle riforme del quadro macroeconomico».

Per meglio comprendere le parole del massimo rappresentante della CONSOB, è utile anche ricordare i dati del Dipartimento del Tesoro, che al 31 dicembre 2016 fa attestare il debito pubblico nazionale a 2.217.909 euro, mentre il PIL a 1.672.438 euro, con un rapporto tra debito e PIL del 132,6%.

Tale indicatore è sideralmente lontano dagli impegni sottoscritti dall'Italia con il Trattato sul Fiscal Compact, dove nel 2012 ha accettato di avviare nel giro di venti anni ad un riordino della finanza pubblica che riducesse al 60% il rapporto tra debito pubblico e PIL.

Diritti dei risparmiatori e crisi bancarie: dalla secolare intermediazione del credito ai servizi innovativi e al Fintech.

Il presidente della CONSOB Giuseppe Vegas ha ribadito quanto già da alcuni anni gli esperti di finanza, i banchieri, gli operatori nei mercati finanziari danno ormai per acclarato: è ineludibile un superamento del modello che da oltre 500 anni ha permesso alle banche di prosperare svolgendo la propria attività di intermediazione.

L'abbattimento dei costi delle transazioni bancarie con l'avvento dell'Internet banking e del mobile banking, i parametri di vigilanza dettati da Basilea 3 e quelli ancora più stringenti in fase di redazione di Basilea 4, i processi di disintermediazione del credito bancario a favore di soluzioni di approvvigionamento finanziario sui mercati da parte delle PMI (tra cui, minibond e cambiali finanziarie), un'inedita e prolungata fase deflattiva di tassi di interesse dei titoli di Stato che da anni generano rendimenti negativi, strutture organizzative con personale in esubero, sta mettendo a dura prova tutti gli istituti di credito, specialmente quelli italiani che sono per giunta gravati da oltre 200 miliardi di euro di crediti deteriorati (c.d. "Non Performing Loans").

A questo scenario è collegato il Fintech, che si pone come un'ulteriore e complessa sfida tanto ai legislatori nazionali quanto ai regolatori dei mercati finanziari.

La digitalizzazione e la disintermediazione dell'industria finanziaria – giunta all'omnichannel e in ulteriore evoluzione – porta con sé componenti di innovazione che possono diventare delle opportunità se ben gestite, ma dei rischi e persino dei danni se non si ha la capacità di regolamentare in modo oculato le nuove prassi che hanno dinamiche finanziarie non schematizzabili secondo i tradizionali stereotipi.

In altre parole, siamo al tramonto della banca strutturata sulle filiali. I diritti dei risparmiatori, da una parte, e gli obblighi normativi sia sulla vigilanza bancaria sia sull'antiriciclaggio, dall'altra, potrebbero essere ridefiniti e aggiornati in relazione alle nuove possibilità offerte dall'high-tech. Per questo, le stesse autorità di controllo nazionali e comunitarie dovranno rapidamente rimodellare le proprie strutture ed i metodi di lavoro.

Il presidente Vegas, infatti, giunge ad affermare che per le banche, il Fintech «potrebbe porre effetti drammatici sulla tenuta del sistema» se gli istituti di credito bancario non si adatteranno «rapidamente» al mondo che cambia.

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