Stretta del Consiglio UE sulla tassazione dell'economia digitale

06/12/2017 14:00


Commento di Tiziana Zona e Alessandro Foti, studio De Berti Jacchia Franchini Forlani

Nel corso dell'ultimo decennio si è assistito ad uno sviluppo senza precedenti del dirompente fenomeno di globalizzazione e digitalizzazione delle economie nazionali il quale ha incoraggiato il commercio internazionale non solo e non tanto con riguardo a nuove iniziative d'investimento, nuovi business model, circolazione di persone e capitali, ma ha anche consentito pianificazioni fiscali aggressive da cui spesso è conseguito un significativo ammontare di redditi non tassati.
In questo contesto si innestano le recenti conclusioni adottate il 5 dicembre 2017 dal Consiglio UE.
Nel documento il Consiglio evidenzia anzitutto l'importanza di delineare un quadro condiviso in tema di tassazione dei profitti generati dalle imprese operanti nel mondo dell'"economia digitale", invitando la Commissione a formulare proposte adeguate sul tema (attese entro l'inizio del 2018). Nel far ciò, precisa il Consiglio, la Commissione dovrebbe attenersi agli sviluppi conseguiti in materia grazie ai lavori attualmente in corso all'OCSE e conseguentemente valutare la fattibilità giuridica e tecnica nonché dell'impatto economico delle possibili risposte alle sfide della tassazione dei profitti dell'economia digitale.
La necessità di assumere tempestivamente una posizione è anche dettata dall'interesse manifestato da diversi Stati Membri – tra i quali l'Italia – nel voler adottare misure temporanee quali ad esempio il cd "equalisation levy" ossia una forma di tassazione basata sui ricavi generati dalle attività digitali. Al riguardo sembrerebbe che il Consiglio sia giunto alla conclusione che tali misure (come la proposta italiana di introdurre una web tax al 6%) rimangano fuori dallo scopo dei trattati contro le doppie imposizioni conclusi da detti Stati e possano comunque essere oggetto di valutazione da parte della Commissione.
Va detto che una delle principali criticità connesse a forme di tassazione simili a quella che si vorrebbe introdurre in Italia è legata al suo potenziale inquadramento nell'alveo delle imposte sui redditi. Se da un lato, infatti, da tale inquadramento non pare derivino conseguenze per le imprese venditrici residenti o operanti tramite una stabile organizzazione in Italia - le quali potranno beneficiare del credito sulle imposte pagate all'estero esplicitamente previsto dalla normativa– d'altra parte, esso potrebbe comportare problemi di doppia imposizione per quelle non residenti alle quali non verrebbe riconosciuto alcun credito per imposte estere.
In questa prospettiva dunque vale la pena segnalare quantomeno due fattori di interesse legati alla proposta di introdurre una web tax in Italia:
1) la sua applicabilità nell'ambito della rete di trattati attualmente esistenti (di cui si dubita, specialmente alla luce delle conclusioni del Consiglio);
2) la possibilità di beneficiare di un credito dell'imposta subita in Italia all'estero, al fine di escludere fenomeni di doppia imposizione.
Muovendo da tali considerazioni, inoltre, sono ribadite le preoccupazioni in ordine alla circostanza che l'economia digitale sta di fatto mettendo in crisi le regole che governano la tassazione internazionale concepite nell'ottica di un economia tradizionale e perciò non immediatamente applicabili alle attività svolte senza presenza fisica nel paese in cui i beni o i servizi sono venduti.
In tale prospettiva e in linea poi con i nuovi principi promossi con i BEPS, il Consiglio conferma che anche nella Unione Europea la tassazione delle imprese, che ivi operano nel contesto dell'economia digitale, dovrà ispirarsi al principio secondo cui le imposte sono dovute nel paese in cui l'impresa crea valore. Al riguardo, il Consiglio evidenzia, infatti, come il fenomeno della digitalizzazione attraverso innovative soluzioni tecnologiche faciliti e acceleri il commercio internazionale (si pensi al cloud computing, big data, robotics, o banda larga ad alta velocità) dando vita a fattispecie caratterizzate da una asimmetria tra il luogo in cui i profitti sono tassabili e quello in cui l'impresa crea valore.
La strada che il Consiglio sembra voler segnare è comunque di continuità rispetto ai principi del diritto internazionale globalmente riconosciuti e intravede una soluzione nella definizione di una nozione di "stabile organizzazione virtuale", per rispondere alla necessità di vedere i profitti tassati anche laddove la creazione di valore non sia collegata ad una presenza fisica tangibile. Ciò, avendo ben in mente la necessità di coordinamento con la materia del transfer pricing e dell'attribuzione di profitti alla stabile organizzazione che andrebbero rivisti nell'ottica dei nuovi business model dell'economia digitale.
Grande attenzione dunque è richiesta agli organi legislativi dei paesi membri dell'Unione - ivi incluso quello italiano attualmente impegnato nella formulazione di una previsione normativa che introduca la web tax ma anche nella modifica dell'istituto della stabile organizzazione (art. 162 Tuir) - onde assicurare che qualsiasi intervento sia coordinato e allineato ai principi condivisi a livello internazionale – o almeno in ambito UE - per far fronte alle nuove sfide lanciate dall'economia digitale.