Valute virtuali soggette ad imposizione dall'Agenzia delle Entrate

12/02/2018 14:18


COMMENTO A CURA DI Angelo Paletta, docente di management


Se gli economisti, i banchieri centrali, i governanti ed i legislatori di tutto il mondo disquisiscono sulla natura monetaria delle valute virtuali, l'Agenzia delle Entrate italiana più pragmaticamente ha precisato solo su cosa e come si debbano calcolare le imposte e le tasse sulle criptovalute. Quanto espresso nella Risoluzione n. 72/E del 2 settembre 2016 torna di straordinaria attualità in ragione del fatto che il Ministero dell'Economia e delle Finanze dal 31 gennaio ha pubblicato sul proprio portale web la prima bozza del decreto ministeriale volto a disciplinare le attività dei cryptocurrency exchange, ossia gli operatori economici che prestano servizi in valute virtuali (art. 8, comma 1, D.Lgs. n. 90/2017 modificante l'art. 17-bis D.Lgs. n. 141/2010). L'Amministrazione finanziaria italiana, infatti, già da un anno e mezzo ha individuato i cespiti tassabili dei servizi in valute virtuali associando per analogia le criptovalute alle valute fiat. Per l'Agenzia delle Entrate le criptovalute seguono la disciplina fiscale delle valute in corso legale (c.d. "valute fiat"). La Risoluzione 72/E scaturisce da un interpello riguardante il trattamento fiscale applicabile alle società che svolgono attività di servizi relativi a monete virtuali. Secondo l'Amministrazione finanziaria gli operatori professionali nei servizi di cambio in valute virtuali sono soggetti a IRES e IRAP, ma non sono tenuti ad alcun adempimento come sostituti d'imposta. Inoltre, gli exchange non sono assoggettati all'applicazione dell'IVA perché svolgenti prestazioni di servizi esenti ai sensi dell'art. 10, primo comma, n. 3), del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633.
Il quesito presentato e la soluzione interpretativa presentata all'Agenzia delle Entrate
Una società di capitali che svolge un'attività di servizi di acquisto/vendita relativi alle valute virtuali, nello specifico Bitcoin, per conto della propria clientela ha chiesto all'Agenzia delle Entrate di conoscere il corretto trattamento applicabile ai fini dell'IVA e delle imposte dirette (IRES ed IRAP). Non per ultimo, la società ha chiesto all'Amministrazione finanziaria se per tale attività di servizi divenga soggetta agli adempimenti dovuti in qualità di sostituto d'imposta. Insieme a queste domande, la società interpellante ha proposto di non assumere il ruolo di sostituto d'imposta nei confronti della propria clientela e, dunque, di non dover applicare alcuna ritenuta di imposta sulle somme corrisposte ai clienti. Allo stesso tempo, la società proponeva di interpretare il diritto tributario applicando il regime di esenzione ai fini IVA in quanto le attività economiche riguardano operazioni su divise, banconote e monete con valore liberatorio di cui all'art. 135, paragrafo 1, lettera e), della Direttiva 2006/112/CE. La medesima società interpellante, ai fini di calcolo della base imponibile IRES e IRAP proponeva di considerare i capital gain (ovvero capital loss) realizzati, ricavi e costi dell'attività caratteristica unitamente agli altri costi e ricavi conseguiti, alla determinazione del risultato d'esercizio civilistico. Non per ultimo, l'interpellante avanzava all'Agenzia delle Entrate la proposta di fornirne adeguata informazione in bilancio circa le valute virtuali detenute e di conteggiarle secondo la metodologia del fair value (o valore corrente), mutuando il trattamento fiscale adottato per le monete fiat diverse dall'Euro, precisando che gli utili e le perdite su cambi di natura solo valutativa non debbano registrare alcun impatto fiscale fino al momento dell'effettivo realizzo.
Il parere espresso dall'Agenzia delle Entrate nella Risoluzione n. 72/E
Secondo l'Agenzia delle Entrate l'impianto giuridico per il trattamento fiscale applicabile alle operazioni in valute virtuali non può prescindere dalla pronuncia giurisprudenziale sull'IVA emanata dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea nella sentenza 22 ottobre 2015, causa C-264/14. I giudici europei hanno riconosciuto che tutte le operazioni di cambio tra valute fiat con valute virtuali – nello specifico si trattava di Bitcoin – sono considerate a titolo oneroso quando creano un margine di intermediazione costituito dalla differenza tra il prezzo di acquisto delle valute e quello di vendita delle stesse praticato dall'operatore ai propri clienti. Secondo la Corte di Giustizia tali operazioni a titolo oneroso rientrano tra le operazioni «relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio» (cfr. art. 135, paragrafo 1, lettera e), della Direttiva 2006/112/CE relativa al sistema comune dell'IVA). In assenza di una specifica normativa applicabile al sistema delle monete virtuali, i giudici europei hanno stabilito di prendere a modello l'attuale disciplina fiscale. Seguendo questo itinerario giuridico, l'Agenzia delle Entrate ha chiarito che l'attività di exchange tra valute virtuali e valute fiat, svolta in modo professionale ed abituale, costituisce un'attività fiscalmente rilevante ai fini IRES e IRAP ma non ai fini IVA. Infatti, le commissioni percepite da un operatore, pari alla differenza tra l'importo corrisposto da un cliente che intende compravendere valute virtuali e la migliore quotazione reperita dalla società sul mercato, non sono soggetti ad IVA quale prestazione di servizi esenti ai sensi dell'articolo 10, primo comma, n. 3), del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633. Coerentemente all'inquadramento giurisprudenziale europeo, ai fini della tassazione diretta, il dispositivo redatto dall'Agenzia delle Entrate definisce che gli exchange in valute virtuali debbano essere assoggettati all'imposizione sui componenti di reddito derivanti dall'attività di cambio nell'acquisto e vendita di criptovalute, al netto dei relativi costi che per legge riducono i ricavi imponibili. L'Amministrazione Finanziaria ha chiarito, infine, che le valute virtuali detenute da una società a titolo di proprietà alla fine esercizio debbano essere valutate secondo il cambio in vigore alla data di chiusura dell'esercizio e tale valutazione assuma rilievo ai fini fiscali ai sensi dell'articolo 9 del Testo unico delle imposte sui redditi (TUIR) approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917. Il calcolo del fair value potrebbe essere effettuato con la media delle quotazioni ufficiali rinvenibili sulle piattaforme telematiche. La stessa Agenzia delle Entrate precisa che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valute – virtuali e fiat – non generano redditi imponibili per i clienti degli exchange che sono persone fisiche, dato che si considera mancante la finalità speculativa. Per tale motivo, gli operatori in criptovalute non sono obbligate ad alcun adempimento come sostituto d'imposta. Tuttavia, l'Amministrazione Finanziaria si è legittimamente riservata la facoltà di effettuare controlli e di acquisire le liste della clientela al fine di porre in essere le opportune verifiche, specialmente se richieste dall'Autorità giudiziaria. In anticipo rispetto al decreto del Ministero dell'Economia e delle Finanze in via di emanazione, l'Agenzia delle Entrate assimilava le società esercitanti professionalmente l'attività di negoziazione a pronti di valuta ai soggetti di cui all'articolo 11, comma 2, lettera c), del Decreto Legislativo 21 novembre 2007, n. 231, che implicano precisi obblighi di adeguata verifica della clientela, di registrazione nonché di segnalazione in caso di «operazioni sospette» (art. 35 D.Lgs. 231/2007). E qualora ciò non fosse adempiuto, è opportuno ricordare che gli operatori rischiano le sanzioni previste in caso di inosservanza degli obblighi di segnalazione delle operazioni sospette (art. 58 D.Lgs. 231/2007).
L'Agenzia delle Entrate non stabilisce la natura ma descrive le valute virtuali
Per i pubblici ufficiali dell'Agenzia delle Entrate le valute virtuali si attestano come mezzo di pagamento fondato sull'accettazione volontaria da parte degli operatori del mercato. Questi, infatti, sulla base della fiducia le ricevono come corrispettivo nello scambio di beni e servizi, riconoscendone il valore di scambio indipendentemente da un obbligo di legge. Per l'Amministrazione Finanziaria dello Stato italiano le valute virtuali, negoziabili tramite specifiche applicazioni software, sono sistemi di pagamento decentralizzati che utilizzano una rete di soggetti paritari (peer-to-peer). Tali criptovalute non sono soggette ad alcuna disciplina regolamentare specifica né ad una Autorità centrale che ne governi la stabilità nella circolazione. Se l'Agenzia delle Entrate non chiarisce la natura delle cryptocurrency, descrive gli aspetti tecnologici e ne descrive gli usi ed i servizi che ad esse sono connesse. Per i pubblici ufficiali le monete virtuali hanno una natura digitale in quanto create, memorizzate e utilizzate su dispositivi elettronici nei quali vengono conservate in "portafogli elettronici" (cd. e-wallet) e sono pertanto liberamente accessibili e trasferibili dal titolare, in possesso delle necessarie credenziali, in qualsiasi momento, senza bisogno dell'intervento di terzi. L'Agenzia delle Entrate, in relazione all'interpello ricevuto spiega che i Bitcoin – una delle oltre 1.500 valute virtuali ora in circolazione – vengono emessi e funzionano grazie a dei codici crittografici e a dei complessi calcoli algoritmici. I Bitcoin, infatti, vengono generati tramite un processo di "mining" (letteralmente "estrazione") da parte di soggetti appellati come "miner" (letteralmente "minatori"). Per utilizzare le criptovalute serve acquistarle da altri soggetti in cambio di valuta legale ovvero accettarle come corrispettivo per la vendita di beni o servizi. Gli user utilizzano le monete virtuali, in alterativa alle valute fiat come mezzo di pagamento per regolare gli scambi di beni e servizi ma anche per fini speculativi attraverso piattaforme telematiche definite "exchange". Queste consentono lo scambio delle valute virtuali con le valute fiat e viceversa ad un tasso di cambio aggiornato al valore di mercato.
Rovereto è la criptovalley italiana
Una moneta è tale quando incorpora contemporaneamente tre caratteristiche tra loro diverse: unità di misura nella definizione dei valori; mezzo di scambio nelle transazioni; riserva di valore tesaurizzabile. Paul Samuelson, premio Nobel per l'Economia nel 1970, affermava che «la moneta, in quanto moneta e non in quanto merce, è voluta non per il suo valore intrinseco, ma per le cose che consente di acquistare». Ad oggi questa affermazione ancora poco è applicabile alle criptovalute. Tuttavia, è un trend crescente anche in Italia quello che registra un maggior numero di esercizi commerciali che consentono pagamenti in valute virtuali. Nelle grandi città – Milano, Torino, Firenze, Roma – e in diversi paesi italiani giungono alla ribalta delle cronache quei commercianti che accettano dai clienti gli acquisti in criptovalute. Tra i centri urbani più innovativi si registrano Livigno e Perugia. Ma la vera "criptovalley italiana" è a Rovereto, dove quasi tutti i negozianti accettano pagamenti in valute virtuali.
Amministrazioni fiscali nel mondo avviano la tassazione delle criptovalute
Già il 30 gennaio 2015 la Banca d'Italia pubblicava un'avvertenza sull'utilizzo delle valute virtuali. L'Istituto di Via Nazionale evidenziava che «la natura decentralizzata della rete di valute virtuali e l'assenza di regolamentazione fanno sì che il trattamento fiscale delle valute virtuali possa presentare incertezze e lacune, a cominciare dall'individuazione dello Stato beneficiario, dando vita a implicazioni imprevedibili per i soggetti coinvolti». Molti sono gli Stati che non hanno preso provvedimenti a livello fiscale per regolamentare il settore. Tuttavia, le amministrazioni fiscali statunitense, coreana e quelle dei Paesi scandinavi, hanno preso provvedimenti per assoggettare le valute virtuali ai rispettivi regimi fiscali, sia per eventuali plusvalenze per attività di trading, sia per l'aliquota applicata ai redditi qualora vengano utilizzate come forma di pagamento o compenso.

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