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La tassazione del Bitcoin: tra le novità dell'Agenzia delle Entrate in Italia e la decisione del Consiglio di Stato francese

| 15/05/2018 09:04

Nel G20 tenutosi a Buenos Aires lo scorso 20 marzo 2018, i grandi della Finanza hanno trattato – tra i vari temi sul tavolo – anche il fenomeno Bitcoin, rivolgendo un invito generale a tutte le istituzioni a continuare a monitorare le cripto-attività ed i loro rischi nonché a valutare una risposta multilaterale, se necessario.

Nonostante ciò, nelle more di interventi decisivi da parte degli Stati ed in assenza di una disciplina armonizzata, gli organi amministrati e giurisdizionali cercano di colmare le evidenti lacune in materia, fornendo soluzioni differenti agli interrogativi avanzati dai contribuenti, soprattutto, sulla tassazione dei Bitcoin.

In Italia
Recentemente è stata interpellata l'Agenzia delle Entrate – Direzione Regionale della Lombardia che ha fornito nuovi chiarimenti – a distanza di due anni dall'ultima presa di posizione dell'Amministrazione finanziaria sull'argomento, avvenuta con la Risoluzione n. 72/E/2016 – circa la corretta tassazione del fenomeno. Occorre premettere che con la Risoluzione citata, erano state fornite delucidazioni limitatamente all'attività di intermediazione di valute tradizionali con Bitcoin svolta, in modo professionale e abituale, da una società.

A tal proposito, l'Agenzia aveva chiarito, in ossequio a quanto affermato dalla Corte di Giustizia dell'Unione europea nella sentenza 22 ottobre 2015, causa C-264/14, che l'attività di intermediazione di valute tradizionali con Bitcoin, svolta in modo professionale ed abituale, è rilevante agli effetti dell'Iva, Ires ed Irap ed è soggetta agli obblighi di adeguata verifica della clientela, di registrazione e di segnalazione.

In relazione, invece, ai clienti di tali società – persone fisiche che detengono i Bitcoin al di fuori dell'attività di impresa – l'acquisto di Bitcoin è esente da tassazione ai fini Irpef, in quanto considerato alla stregua di una operazione "a pronti", il cui pagamento avviene immediatamente al momento della consegna, mancando la finalità speculativa.

Alla luce di quanto affermato nel 2016, quindi, poteva ritenersi che le persone fisiche che utilizzano Bitcoin, al di fuori dell'attività di impresa, non fossero soggette a tassazione e che le società che svolgono l'attività di intermediarie non fossero gravate dai tipici obblighi del sostituto d'imposta (es. certificazione unica e modello 770).

Tuttavia, quanto formulato non è stato esente da dubbi. In particolar modo, gli esperti del settore avevano iniziato a domandarsi se bisognasse tener conto di quanto stabilito dall'art. 67, comma 1-ter del Testo Unico delle imposte sui redditi (c.d. TUIR), il quale indica il limite oltre il quale la plusvalenza diviene rilevante ai fini fiscali, concorrendo a formare il reddito imponibile.
Ebbene, nel mese di aprile 2018, in risposta ad istanza di interpello del 22 gennaio 2018, l'Amministrazione finanziaria ha fugato ogni dubbio al riguardo: le cessioni a pronti di valuta virtuale non danno origine a redditi imponibili mancando la finalità speculativa, salvo generare un reddito diverso qualora la valuta ceduta derivi da prelievi da portafogli elettronici (wallet) per i quali la giacenza media superi un controvalore di euro 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo di imposta, ai sensi dell'art. 67, comma 1, lettera c-ter), del TUIR e del comma 1-ter) del medesimo articolo.
Attenzione, la "giacenza media", sottolinea l'Agenzia, deve essere verificata rispetto all'insieme dei "wallet" detenuti dal contribuente indipendentemente dalla tipologia degli stessi (paper, hardware, desktop, mobile, web).

Analizzando il caso di specie, l'AdE ha osservato come nell'operazione di acquisto di oro, qualora i Bitcoin detenuti abbiano superato il valore di Euro 51.645,69 per almeno sette giorni consecutivi lavorativi nel periodo di imposta rilevante, l'acquisto di oro realizza una plusvalenza, per effetto del prelievo dei Bitcoin dal wallet che deve essere indicato nel quadro RT della Dichiarazione dei Redditi e che sarà assoggettata ad una imposta sostitutiva del 26%. Si noti, inoltre, che tale plusvalenza deve essere determinata come differenza tra il controvalore in euro del bene il cui acquisto abbia realizzato la plusvalenza e il costo del Bitcoin calcolato sulla base del criterio LIFO (Last In First Out) con l'obbligo del contribuente di documentare tale costo.

Ulteriore novità, nell'interpello in esame, riguarda il trattamento dei Bitcoin ricevuti "a titolo gratuito". L'Agenzia precisa, in maniera concisa, che il costo iniziale da considerare è quello sostenuto dal donante, ai sensi del comma 6, dell'art. 68 del TUIR.

Per quanto riguarda i redditi derivanti da operazioni realizzate sul mercato "FOREX" e da "Contract for Difference" (CFD), aventi ad oggetto valute virtuali, gli stessi devono essere considerati redditi diversi ai sensi dell'art. 67, comma 1, lettera c-quater), del TUIR.
Se dunque l'AdE fa propria la qualificazione del Bitcoin come valuta alternativa, con le conseguenze che derivano sul piano della tassazione, di segno diverso è invece l'impostazione seguita dal Consiglio di Stato francese che si è recentemente espresso sulla qualificazione giuridica del Bitcoin e, dunque, sul regime fiscale applicabile.

In Francia
Con la decisione del 26 aprile 2018, il Consiglio di Stato francese si è pronunciato in materia di talune operazioni in criptovalute, riducendo notevolmente – almeno in taluni casi - l'onere fiscale: da oltre il 45% al 19%. Infatti, prima della decisione in commento, le plusvalenze generate dal Bitcoin potevano rientrare nella categoria dei BIC (Bénéfices Industriels et Commerciaux) o BNC (Bénéfices non Commerciaux) con applicazione di una aliquota variabile fino al 45%, ulteriormente incrementata dall'applicazione in taluni casi del CSG in misura variabile fino al 17.2%.

La decisione modifica il quadro mediante una riqualificazione del fenomeno criptovalutario. Secondo la ricostruzione del giudice amministrativo francese, infatti, i Bitcoin possono rientrare solo in una delle categorie previste dall'articolo 516 del Codice Civile francese e cioè beni immobili o mobili. Prosegue il Consiglio di Stato nell'affermare che per le loro caratteristiche i Bitcoin non possono essere ricompresi nella categoria dei beni immobili e dovranno essere quindi qualificati come beni mobili. Ne consegue che la differenza tra il valore di acquisto e quello di realizzo (nel caso in cui i Bitcoin detenuti siano utilizzati come mezzo per l'acquisto di altri beni) potrà dunque dare luogo a capital gains soggetti alla disciplina applicabile ai beni mobili.

Da qui una importante considerazione. Se, infatti, le plusvalenze sono generate nell'ambito di una attività d'impresa (da valutarsi sulla base del caso concreto), la plusvalenza rientrerà nel reddito commerciale e industriale (BIC) e dunque non vi saranno conseguenze sul piano fiscale rispetto al regime previgente. Diverso è invece il caso di plusvalenze occasionali da parte di persone fisiche che potranno beneficiare - qui la novità – della flat tax pari al 19% prevista per i capital gains. A ciò si aggiungerà necessariamente il prelievo per contributo di solidarietà che potrebbe portare l'onere fiscale finale ad eccedere il 35% effettivo (comunque inferiore rispetto a quanto avveniva prima della pronuncia del Consiglio di Stato).

La tassazione delle plusvalenze generate da Bitcoin tra Francia e Italia
Le due diversissime notizie – per effetti e contenuto – si prestano però ad una trattazione comune, non fosse altro per le conseguenze sul piano della (dis)armonia tra i diversi approcci europei alla trattazione delle criptovalute.

Da un lato infatti abbiamo la decisione del Consiglio di Stato francese. Essa è stata accolta con favore dai commentatori come il segnale di un cambio di rotta rispetto alla tassazione della ricchezza generate dal fenomeno valutario digitale. Si è parlato in tal senso di un trattamento di sostanziale favore, segno della volontà di stimolare l'investimento privato in criptovalute. E, a tal proposito, non può certo negarsi che la pronuncia del Conseil d'État abbia effettivamente modificato il trattamento fiscale in senso più favorevole al soggetto passivo d'imposta, riducendone considerevolmente l'onere impositivo finale coerentemente con la policy del governo Macron alle criptovalute. Nella ricostruzione del giudice amministrativo d'oltralpe, le criptovalute sono beni mobili e le plusvalenze soggette alla tassazione prevista per i capital gains.

Diversa è invece la posizione dell'Agenzia delle Entrate italiana che ha sposato una impostazione giuridica diversa: i Bitcoin non sono un bene mobile qualsiasi, bensì una valuta alternativa, soggetta quindi alla precipua disciplina prevista per le valute straniere.
Messi a confronto, i due documenti sembrano dunque divergere in maniera sostanziale, dimostrando forse con rara efficacia come una risposta multilaterale, organizzata e coerente non possa che essere nelle corde (e financo nell'interesse) dei regolatori europei. Infatti, tralasciando considerazioni di sistema e di best practice normativa, i due differenti approcci promettono di generare profonde differenze quanto al gettito fiscale. Non solo, proprio l'approccio italiano – numeri alla mano – potrebbe essere più favorevole sia per le imprese che effettuano operazioni in Bitcoin nell'ambito dell'attività di impresa sia per i privati che realizzino plusvalenze in via occasionale.

Nella propria risoluzione, infatti, l'AdE ha concluso – entro i noti limiti applicabili ad una risoluzione – che l'attività di intermediazione di valute tradizionali con Bitcoin, svolta in modo professionale ed abituale, costituisce una attività rilevante oltre agli effetti IVA, anche ai fini IRES e IRAP. Quanto all'IRES, la componente di reddito generata dalla differenza (positiva o negativa) tra i prezzi è ascrivibile ai ricavi (o ai costi) caratteristici di esercizio dell'attività di intermediazione esercitata e, pertanto, contribuiscono quali elementi positivi (o negativi) alla formazione della materia imponibile soggetta a ordinaria tassazione ai fini IRES (ed IRAP). Si noti, a tal proposito, che l'aliquota IRES in Italia è attualmente pari al 24%, sensibilmente inferiore all'equivalente imposta francese.

Ma vieppiù, con riferimento alla posizione delle persone fisiche che realizzino, al di fuori di attività d'impresa, plusvalenze mediante operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta, esse non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa. Diverso il caso in cui i Bitcoin detenuti abbiano superato il valore di Euro 51.645,69 per almeno sette giorni consecutivi lavorativi nel periodo di imposta rilevante. In questo caso, infatti, sulle plusvalenze realizzate si applicherà l'imposta sostitutiva del 26%. Pare dunque profilarsi all'orizzonte una duplice possibilità per il contribuente italiano.

Da un lato se le proprie attività non realizzano le stringenti condizioni previste per la disciplina della giacenza media nel periodo di imposta e le plusvalenze eventualmente realizzate non sono ascrivibili all'esercizio di attività d'impresa e non vi è intento speculativo ai sensi della normativa, ecco che non sembrano generarsi redditi imponibili secondo la ricostruzione offerta dalla Agenzia delle Entrate in Italia.

Dall'altro lato, se invece tali requisiti risultano integrati, ben potrà darsi luogo all'applicazione dell'imposta sostitutiva del 26%. Operando quindi un confronto con la disciplina francese, può osservarsi come l'imposta sui capital gains francese, più bassa rispetto alla menzionata imposta sostitutiva italiana, non sembra tuttavia scontare i stringenti requisiti stabiliti invece dalla normativa italiana e descritta poc'anzi. L'imposta francese pare dunque più favorevole, certo, ma anche di più diffusa e forse di facile applicazione rispetto all'imposta italiana.

L'appeal dell'approccio italiano – un favor destinato a sopravvivere?
Dalla breve disamina delle posizioni dell'AdE emerge che il quadro impositivo italiano relativo alle criptovalute non sia deteriore rispetto a quello francese a seguito della pronuncia del Consiglio di Stato. Nell'ambito del reddito delle persone giuridiche, infatti, l'aliquota IRES italiana risulta favorevole con una aliquota oggi pari al 24%, quantomeno rispetto alla equivalente imposta francese sul reddito societario. Quanto poi alla tassazione delle persone fisiche, non può non notarsi il favore della disciplina italiana rispetto alla disciplina francese. Infatti, come già osservato, per operazioni compiute con giacenze superiori ad Euro 51.645,69, essa prevede una imposta sostitutiva pari al 26% mentre – qui la vera (e forse temporanea) peculiarità dell'ordinamento tributario – per operazioni occasionali, alimentate da giacenze inferiori rispetto alla soglia di legge, mancando la finalità speculative, non si avrebbero redditi imponibili.

Al netto delle assolute diversità tra le decisioni analizzate, il confronto tra i due approcci suggerisce che il fenomeno criptovalutario è certamente una sfida per il legislatore e per l'interprete, chiamati dapprima a inquadrare giuridicamente il bene e, solo in un secondo momento, chiamati ad applicare la disciplina più appropriata. Se le criptovalute (e, più in generale, le criptocreazioni) sono destinate a rimanere, maggiore armonia tra i diversi sistemi europei potrebbe essere opportuna all'insegna di un più efficace inquadramento civilistico e tributario del fenomeno. Pertanto, memori delle indicazioni del G20, rimaniamo attenti osservatori degli approcci europei alla ricerca di quelle che potrebbero essere le basi condivise per una risposta multilaterale – forse anche armonizzata – al fenomeno.

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