Dividendi di fonte estera percepiti da soci residenti non imprenditori: criticità per le imposte pagate all'estero

05/12/2018 14:04

Pasquale Salvatore, Partner PwC-TLS e Raimondo Rossi, Dottore commercialista

Il commento ripercorre brevemente le disposizioni introdotte dalla Legge di Bilancio 2018 in tema di tassazione dei dividendi di fonte estera percepiti da soci residenti non imprenditori ed introduce alcuni spunti di riflessione nell'interazione di tali disposizione con i principi previsti dai trattati internazionali.


La Legge di Bilancio 2018 ha apportato significative modifiche alle disposizioni previste in materia di redditi di capitale realizzati da persone fisiche al fuori dall'esercizio dell'attività d'impresa in relazione a partecipazioni "qualificate" in soggetti residenti e non residenti.

Precedentemente alla riforma del 2017, i dividendi concorrevano alla formazione del reddito imponibile del socio "qualificato" nella misura del 58,14% (specifiche percentuali di inclusione nella base imponibile erano previste per gli utili formatisi in esercizi precedenti a quello in corso al 1.1.2017). In tale contesto, nel caso di dividendi provenienti da un soggetto estero residente in uno Stato a fiscalità ordinaria (rectius, non privilegiata), sulla base delle previsioni generalmente contenute nelle Convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate dall'Italia e delle disposizioni previste dalla norma domestica, le eventuali imposte prelevate all'estero in relazione alla distribuzione di dividendi a favore del socio italiano - applicate ad esempio sotto forma di ritenute alla fonte - potevano essere detratte nel limite del 58,14% (ovvero delle altre percentuali applicabili ratione temporis) cioè in misura corrispondente al concorso del reddito estero alla formazione del reddito complessivo del socio italiano.

Per effetto dell'organico intervento operato dalla Legge di Bilancio 2018, è attualmente previsto che i dividendi percepiti da persone fisiche al di fuori dell'esercizio dell'attività d'impresa siano assoggettati a ritenuta a titolo di imposta con aliquota del 26%, in linea con quanto storicamente previsto per i redditi di capitale da partecipazioni "non qualificate" (come disposto dall'art. 27, commi 1 e 4, DPR 600/1973 per le partecipazioni in soggetti residenti e non).

Per le partecipazioni estere, il socio italiano "qualificato" non potrà in alcun modo beneficiare del credito relativo alle eventuali imposte applicate all'estero sui dividendi ricevuti: la doppia imposizione giuridica gravante sul socio italiano è mitigata, in maniera parziale ed unilaterale, consentendo l'applicazione della ritenuta a titolo di imposta sull'importo del dividendo netto delle eventuali imposte applicate all'estero (c.d. "netto frontiera" o metodo della deduzione).

Tale conclusione, confermata dalla prassi (Circolare 26/E/2004) nel caso in cui un intermediario italiano intervenga nella riscossione dei dividendi dovrebbe essere ragionevolmente applicabile anche nel caso in cui il socio italiano debba versare direttamente l'imposta sostitutiva.
L'impossibilità di fruire del credito per le imposte estere, se da un lato non sembra ledere i principi comunitari e.g. come espressi nelle Sentenze C-194/15 e C-128/08, dall'altro appare in palese contrasto con l'obbligo - sancito nelle Convenzioni contro le doppie imposizioni - in capo all'Italia (quale Stato della residenza dell'investitore) di garantire la detrazione della imposte applicate nello Stato della fonte dei redditi (e.g. sotto forma di ritenute sui dividendi).

La "clausola tipo" riportata nelle Convenzioni generalmente siglate dall'Italia, infatti, nega la fruizione del credito soltanto ove il reddito estero venga assoggettato in Italia ad imposizione mediante ritenuta a titolo di imposta "su richiesta del beneficiario del reddito": considerando le attuali previsioni normative che non concedono alcuna possibilità di opzione al socio residente, il tenore letterale delle Convenzioni porterebbe a non considerare tale eccezione come applicabile.

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