Legge di Bilancio

Prime osservazioni sulla Legge di Bilancio

06/02/2019 16:35


Commento a cura di Giuseppe Galeano, Partner CBA e Ilaria Antonella Belluco, Associate CBA

Il 1° gennaio 2019 è entrata in vigore la Legge n. 145 del 30 dicembre 2018 ("Legge di Bilancio"), approvata all'esito di un lungo braccio di ferro tra Governo italiano e Commissione Europea, che ha condotto ad una soluzione di "compromesso" che, a ben vedere, pur apparentemente e momentaneamente idonea a rispettare i vincoli comunitari, è destinata ad incidere in maniera negativa sull'economia reale del Paese già nel breve periodo.

La manovra, nella sua prima formulazione, constava della previsione di valori inaccoglibili non solo per l'UE, ma ancor prima per l'Ufficio parlamentare di bilancio – l'organismo indipendente che valuta le previsioni macroeconomiche nazionali nel quadro degli obblighi comunitari – tanto con riferimento alla misura del deficit (2,4%), quanto relativamente alla stima del PIL, basata su una previsione di crescita eccessivamente ottimistica (1,5%); valori che, deviando in maniera consistente e "senza precedenti" da quanto indicato dal Consiglio UE, si ponevano in aperta rottura con il percorso di riforme strutturali che l'Italia aveva intrapreso negli anni precedenti e in aderenza alle raccomandazioni UE.

La bocciatura da parte della Commissione Europea (non tanto dei valori numerici espressi, quanto piuttosto delle previsioni oltremodo ottimistiche su cui si basava l'intera proposta) - e il conseguente concreto pericolo di avvio di una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per eccesso di deficit - ha indotto il Governo ad aprire un tavolo di discussione con la UE che ha portato alla modifica dell'impianto complessivo delle previsioni, nonché a un abbassamento del valore del deficit dal 2,4% al 2,04%.

In termini numerici, tale riduzione percentuale si è tradotta nella revisione al ribasso della manovra di circa 10 miliardi di Euro, rispetto al livello di indebitamento deciso a fine settembre, importo ricavato – evidentemente al fine di consentire al Governo di mantenere le promesse elettorali in materia di pensioni e reddito di cittadinanza - per la maggior parte da un corposo taglio alle somme destinate agli investimenti.

Pur risultando tale "taglio" alla spesa la misura modificativa di immediata percezione, non è certo stato da solo sufficiente a sanare i forti disallineamenti evidenziati dalla Commissione europea. Ciò che ha reso possibile l'accordo con Bruxelles è stata, infatti, la previsione delle cd. "clausole di salvaguardia" su IVA e accise contenuta nel maxi-emendamento presentato dal Governo in Commissione Bilancio del Senato, unica soluzione attuabile dal Governo per mantenere i due capisaldi della Legge di Bilancio: la c.d. "quota 100" per le pensioni e il reddito di cittadinanza.

In particolare, la Legge di Bilancio ha confermato la sterilizzazione totale degli aumenti di IVA e accise soltanto per il 2019; a partire dal 2020, invece, in ipotesi di mancato raggiungimento degli obiettivi, automaticamente l'aliquota IVA ridotta del 10% passerà al 13%, mentre l'aliquota ordinaria passerà dal 22% al 25,2 %, per salire al 26,5% nel 2021: in virtù di tale aumento, allo Stato è garantito un incremento di 23 miliardi di entrate per il 2020 e di 29 miliardi per il 2021.

A prescindere, quindi, dalle percentuali e dai numeri sui quali si è trovato un (temporaneo) accordo, dalla lettura critica del testo della manovra appare evidente come la effettiva risoluzione delle problematiche sopra descritte sia stata semplicemente rinviata ad un futuro molto prossimo in cui, in assenza di valide alternative, sarà l'economia reale del Paese ad essere sacrificata: tale circostanza evidenzia come il reale punto debole della manovra siano le sue fondamenta, eccessivamente ottimistiche e con numeri costruiti senza avere a mente un chiaro e coerente obiettivo di espansione.

La debolezza delle previsioni di crescita su cui si fonda l'intera Legge di Bilancio è già emersa in concreto alla luce del recentissimo dato sul PIL del quarto trimestre 2018 che, facendo seguito alla contrazione dello 0,1% del terzo trimestre, ha registrato una nuova riduzione dello 0,2%: l'Italia, alla luce di due trimestri consecutivi di contrazione del PIL, è pertanto "tecnicamente" in recessione. Smentito l'assunto di crescita su cui si basavano le previsioni del Governo per le scelte finanziarie future - assunto che appariva ancor più arbitrario alla luce del fatto che dal 2007 in poi il rapporto debito pubblico/PIL è cresciuto costantemente - e difettando previsioni di investimento idonee ad innescare il circolo espansionistico mirato alla creazione di PIL, la concreta attivazione delle clausole di salvaguardia resta l'unica possibilità di salvare i conti pubblici, causando tuttavia un aumento significativo dell'imposta che graverebbe in termini fortemente negativi sui consumi dei cittadini.

L'impegno economico necessario a disinnescare le clausole di salvaguardia rischia, d'altro canto, di ipotecare ancora una volta le risorse che dovrebbero essere destinate agli investimenti e, pertanto, allo sviluppo, incidendo quindi negativamente anche sulle imprese e di conseguenza sull'occupazione, dando vita ad un cortocircuito fortemente negativo.

L'Ufficio Parlamentare di Bilancio nel suo rapporto annuale ha rilevato che per il biennio 2020-21 il raggiungimento degli obiettivi di deficit/pil è "interamente affidato" alle clausole di salvaguardia su IVA e accise, la cui sostituzione "appare, perlomeno, di realizzazione complessa. Gli interventi di riduzione della spesa non dovrebbero verosimilmente interessare, se non in maniera limitata, le voci concernenti gli investimenti, che si vogliono potenziare; […] Un ambito di intervento potrebbe riguardare – come sostenuto da anni – le cosiddette tax expenditure, anche se la legge di bilancio ne proroga alcune" .

Un primo indizio in tal senso è dato dall'abrogazione da parte della legge di stabilità dell'agevolazione ACE, che negli anni passati aveva portato a una importante capitalizzazione delle imprese italiane, favorendone la "robustezza" e la solidità patrimoniale in caso di perdite economiche dettate dalla congiuntura economica non positiva.

Con specifico riferimento, poi, al tema degli investimenti, le previsioni inserite nella legge di stabilità in parte rappresentano una proroga di misure già presenti nella legge dello scorso anno - e che non avevano avuto un impatto sostanziale sulle scelte imprenditoriali (i.e. iper ammortamento) - dall'altra sono all'atto pratico misure che difficilmente saranno applicabili e fruibili dalla maggior parte delle imprese italiane. Si pensi, ad esempio, alla cd. mini Ires, consistente nel taglio dell'aliquota Ires di 9 punti percentuali in presenza di nuovi investimenti e/o di incremento occupazionale, condizionata al verificarsi di molteplici eventi oggettivamente di difficile e irrealistica realizzazione.

Basti osservare che, per poter beneficiare delle agevolazioni relative ai nuovi investimenti, l'impresa dovrebbe continuare a investire sine die per importi superiori al normale ammortamento dei propri beni strumentali.

Il salvataggio dei conti pubblici nei termini indicati dal Governo sembra, quindi, destinato inevitabilmente a produrre effetti negativi per l'economia reale, tenuto conto che le misure adottate per le imprese sono limitate e non potranno che disincentivare non solo le nuove iniziative imprenditoriali, ma anche gli investimenti esteri in Italia.

Tutte le incertezze sulla crescita reale dell'economia e il rischio che tale crescita si traduca in una stagnazione non potranno che trasferire i propri effetti negativi anche sul sistema bancario, che si troverà a gestire una nuova massa di crediti di difficile incasso o addirittura deteriorati, il tutto in ossequio alle indicazioni recentemente ricevute dalla BCE.

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