SISTEMA SOCIETA' - PIANI INDIVIDUALI DI RISPARMIO

I piani individuali di risparmio alla luce del DM 30 aprile 2019

| 04/06/2019 08:02

Sommario: 1. Premessa. – 2. Il Decreto 30 aprile 2019. – 3 La costituzione dei PIR e le linee guida del MEF (circolare 4 ottobre 2017). – 4. Segue: gli intermediari abilitati ed i rispettivi adempimenti – 5. Gli ulteriori profili fiscali alla luce della Circolare dell'Agenzia delle entrate n. 3/E/2018. Chiusura o decadenza dal PIR.

1. Premessa.

I piani individuali di risparmio a lungo termine (d'ora in poi PIR) sono una forma di investimento finanziaria, disciplinata ai sensi dell'art. 1 della legge 11 dicembre 2016, n. 232 (1), e dedicata ai piccoli risparmiatori con il fine di veicolare i risparmi verso le piccole e medie imprese e al contempo di garantire benefici fiscali al risparmiatore.

Infatti, la caratteristica maggiormente rilevante dei PIR è il notevole sistema di incentivazione fiscale per gli investitori, con il fine di offrire maggiori opportunità di rendimento al risparmio delle famiglie e di canalizzare tale risparmio verso strumenti finanziari emessi dalle imprese italiane che necessitano di maggiore fabbisogno di risorse finanziarie, senza dover necessariamente dipendere dal sistema di approvvigionamento di risorse finanziarie proprio del tradizionale finanziamento bancario (2). Lo scopo di tale strumento finanziario, insieme ad altre innovazioni normative del settore ovvero strumenti delineati anche dall'autonomia privata nell'ambito del mercato concorrenziale, è quello di costituire un mercato dei capitali alternativo o comunque parallelo a quello garantito dal sistema bancario (sempre più condizionato dalla normativa europea nell'attività di erogazione del credito in favore delle piccole e medie imprese).

Il meccanismo incentivante (delineato nei commi da 100 a 114 dell'art. 1 della suddetta legge) si costituisce, in primis, in una esenzione fiscale per i redditi di capitale e i redditi diversi percepiti da persone fisiche residenti in Italia, al di fuori dello svolgimento di attività di impresa commerciale, derivanti dagli investimenti effettuati in strumenti finanziari e dalla liquidità che concorrono a formare il piano e, in secundis, in una esenzione dall'imposta di successione in caso di trasferimenti mortis causa degli stessi. Come sarà approfondito nei paragrafi successivi, la legge impone una serie di vincoli e/o di requisiti che devono possedere i PIR.

Da ultimo, con la legge 20 dicembre 2018, n. 145 (d'ora in poi Legge di Bilancio 2019), in particolare all'art. 1, commi da 211 a 215, il legislatore interviene nuovamente sulla disciplina delineando una nuova forma di PIR, con lo scopo di canalizzare i risparmi verso l'economia reale, introducendo specifici vincoli di investimento nelle piccole e medie imprese. Tale nuova configurazione era tuttavia subordinata all'emanazione di un decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze (ossia il decreto in esame del presente elaborato, del 30 aprile 2019 recante la "Disciplina attuativa dei piani di risparmio a lungo termine", pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio 2019).

2. Il Decreto 30 aprile 2019.

Per effetto delle modifiche introdotte dalla Legge di Bilancio 2019, e per effetto dell'emanazione del decreto 30 aprile 2019, le risorse destinate ai PIR costituiti a decorrere dal 1 gennaio 2019, devono essere investite: (i) per un importo pari o superiore al 70% e per almeno i 2/3 di ciascun anno solare in strumenti finanziari emessi da società italiane o residenti in Stati membri dell'Unione europea o in Stati aderenti all'Accordo sullo Spazio economico europeo (UE/ASEE) aventi stabile organizzazione in Italia; e (ii) per il restante 30% da qualsiasi altro strumento finanziario, ivi compresi depositi e conti correnti.

Sulla suindicata percentuale del 70% (o più) è previsto che: (a) almeno il 30% (quindi il 21% dell'importo complessivo) deve essere rappresentato da strumenti finanziari emessi da società diverse da quelle inserite nel FTSE MIB della Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati; (b) almeno il 5% (quindi il 3,5% dell'importo complessivo) deve essere rappresentato da strumenti finanziari emessi dalle piccole e media imprese, come definite dalla raccomandazione della Commissione europea n. 2003/361/CE, ammessi alla negoziazione sui sistemi multilaterali di negoziazione; e (c) almeno il 5% (quindi il 3,5% dell'importo complessivo deve essere rappresentato da quote o azioni di fondi per il Venture Capital residenti in Italia, in Stati membri dell'Unione europea o in Stati UE/ASEE).

Per calcolare il rispetto delle percentuali negli investimenti, sono considerati sia gli strumenti di equity (ossia forme di partecipazione al capitale sociale dell'impresa, ovvero impegni nella sottoscrizione e nel versamento di capitale (3), trattandosi quindi di capitale di rischio) sia titoli obbligazionari subordinati o convertibili in azioni. I fondi di investimento e/o i fondi di venture capital sono responsabili del controllo sull'effettivo rispetto dei requisiti richiesti sin dal momento dell'investimento iniziale (4).

Il decreto in esame rileva in particolare per il riferimento ai fondi di venture capital, idonei a fruire dell'incentivo relativo alle agevolazioni fiscali sul capital gain. Come precisato, sono definiti fondi di venture capital, gli organismi di investimento collettivo del risparmio chiusi e le società di investimento a capitale fisso residenti in Stati membri dell'Unione europea o in Stati aderenti all'Accordo sullo Spazio economico europeo (UE/ASEE) aventi un focus degli investimenti (almeno il 70% del risparmio raccolto) in piccole e medie imprese non aventi azioni quotate in mercati regolamentati, operanti da non più di sette anni. In tale qualificazione, potranno rientrare anche le SIS (5) (Società di Investimento Semplice) nell'eventualità in cui adottino una strategia di investimento conforme ai requisiti richiesti dalla norma.

La normativa originaria viene inoltre modificata nella parte in cui stabilisce la definizione di piccola e media impresa, prima ancorata a quanto previsto ai sensi del decreto legislativo n. 58 del 24 febbraio 1998 (Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria), ora invece così definita al fine di evitare il rischio di infrazione sugli aiuti di Stato: "piccola o media impresa (PMI) è l'impresa che occupa meno di 250 persone, il cui fatturato annuo non supera i 50 milioni di euro e/o il cui totale di bilancio annuo non supera i 43 milioni di euro ai sensi dell'allegato I, art. 2, paragrafo 1, a Regolamento n. 651/2014/UE". Tale definizione è rilevante in quanto le piccole e medie imprese sono l'oggetto degli investimento da porre in essere nell'ambito della costituzione del PIR.

3. La costituzione dei PIR e le linee guida del MEF (circolare 4 ottobre 2017).

I PIR sono essenzialmente dei "contenitori" di strumenti finanziari. La normativa introdotta nel 2016 ha ricevuto l'attenzione del Ministero dell'economia e delle finanze che, con una circolare pubblicata il 4 ottobre 2017, interviene con i primi chiarimenti ufficiali in ordine all'applicazione della disciplina in esame (d'ora in poi le Linee Guida del MEF). I chiarimenti risolvono numerose questioni interpretative, dalle quali emerge la flessibilità dello strumento dei PIR per renderlo maggiormente adattabile alle esigenze di investimento dei risparmiatori.

I principali requisiti richiesti nella costituzione del PIR sono: (i) il requisito soggettivo, secondo cui il piano deve essere creato (rectius costituito) da "persone fisiche residenti nel territorio dello Stato", e per tale ragione sono definiti come piani individuali; e (ii) il requisito temporale (c.d. holding period), secondo cui "gli strumenti finanziari in cui è investito il piano devono essere detenuti per almeno cinque anni".

La normativa, con riguardo al requisito soggettivo, non prevede l'introduzione di limiti di età....continua la lettura in Plusplus24Diritto