Corte di Giustizia dell'Unione Europea

Per la Corte di Giustizia dell'Unione Europea, Facebook deve rimuovere tutti i contenuti illeciti "identici" ed "equivalenti", indipendentemente dall'identità dell'autore della violazione su scala mondiale.

08/10/2019 10:43



commento di Stefano Previti, managing partner Studio Previti


Al fine di poter ottenere da un hosting provider che egli impedisca qualsiasi ulteriore danno derivante da un atto diffamatorio, è legittimo che il giudice competente possa esigere da tale prestatore di servizi di hosting di bloccare l'accesso alle informazioni memorizzate, il cui contenuto sia identico a quello precedentemente dichiarato illecito, ovvero equivalente a quello di un'informazione precedentemente dichiarata illecita, qualunque sia l'autore della richiesta di memorizzazione delle medesime a livello mondiale.

Questo il principio affermato con sentenza del 3 ottobre 2019 dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, chiamata a statuire sulla questione se il provvedimento inibitorio, emesso nei confronti di un prestatore di servizi di hosting il quale gestisce un social network che vanta un elevato numero di utenti, possa essere esteso anche alle dichiarazioni testualmente identiche e/o dal contenuto equivalente di cui egli non sia a conoscenza.

La decisione è particolarmente interessante, poiché apre la strada ad ordini inibitori attraverso i quali obbligare l'operatore a ricercare e rimuovere tutti i contenuti "identici" a quello qualificato illecito, nonché tutti i contenuti "equivalenti", che riproducano nella sostanza il contenuto qualificato illecito, chiunque ne sia l'autore.

Quanto al concetto di "equivalenza" delle informazioni illecite, la CGUE chiarisce che "l'illiceità del contenuto di un'informazione non è di per sé il risultato dell'uso di alcuni termini, combinati in un certo modo, ma del fatto che il messaggio veicolato da tale contenuto è qualificato come illecito, trattandosi, come nel caso di specie, di dichiarazioni diffamatorie aventi ad oggetto una determinata persona".

Ne consegue che, affinché un'ingiunzione volta a fare cessare un atto illecito e ad impedire il suo reiterarsi nonché ogni ulteriore danno agli interessi in causa possa effettivamente realizzare siffatti obiettivi, detta ingiunzione deve potersi estendere alle informazioni il cui contenuto, pur veicolando sostanzialmente lo stesso messaggio, sia formulato in modo leggermente diverso, a causa delle parole utilizzate o della loro combinazione, rispetto all'informazione il cui contenuto sia stato dichiarato illecito".

A tal fine l'ordine inibitorio deve contenere "elementi specifici debitamente individuati dall'autore dell'ingiunzione, quali il nome della persona interessata dalla violazione precedentemente accertata, le circostanze in cui è stata accertata tale violazione nonché un contenuto equivalente a quello dichiarato illecito", con la ulteriore precisazione che "le differenze nella formulazione di tale contenuto equivalente rispetto a quella che caratterizza l'informazione precedentemente dichiarata illecita" non devono essere "tali da costringere il prestatore di servizi di hosting ad effettuare una valutazione autonoma di tale contenuto".

Da un punto di vista pratico, tale decisione sembra consentire ai soggetti interessati da illeciti diffamatori, non solo di poter ottenere ingiunzioni di ampia portata sotto il profilo oggettivo (costringendo l'hosting provider a rimuovere contenuti identici o equivalenti a quello specificamente censurato, già presenti sulla propria piattaforma), ma anche rivolte al futuro, potendosi ottenere ordini volti ad impedire il successivo caricamento di contenuti identici o equivalenti a quelli di cui sia stata accertata la diffamatorietà; con il vantaggio, quindi, di non essere costretti a ricorrere alla tutela giudiziaria ogni volta che viene pubblicato un contenuto sostanzialmente equivalente a quello già censurato.

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