crowdfunding

PEER-TO-PEER LENDING, QUESTIONI APERTE

| 09/12/2019 10:22


a cura dell'avv. Matteo Morselli, studio legale Carbonetti e Associati

È noto come il superamento dell'ostacolo rappresentato dai costi di transazione necessari per lo scambio tra unità in surplus e unità in deficit sia generalmente riconducibile all'intervento di soggetti che svolgono attività di intermediazione. Nell'ultimo decennio, l'innovazione tecnologica ha tuttavia reso possibile il superamento di tali costi anche prescindendo dall'intervento degli intermediari tradizionali, sostituendo ad essi la mediazione di piattaforme virtuali.

Con l'espressione crowdfunding, si suole precisamente indicare un particolare processo che permette il finanziamento (funding) di iniziative di vario genere attraverso la raccolta di capitali tra la "folla" (crowd), effettuata avvalendosi di piattaforme virtuali che rappresentano il punto di incontro tra domanda e offerta di capitale.

Un modello di crowdfunding che sta riscuotendo sempre maggiore interesse tra gli operatori e gli utenti (sia tra i prenditori interessati a finanziarsi rapidamente ricorrendo a canali alternativi a quelli bancari, sia tra i finanziatori intenzionati a conseguire un rendimento maggiore) è il lending-based crowdfunding (anche noto come social lending o peer-to-peer lending), nel contesto del quale soggetti privati (le unità in surplus) erogano a imprese o consumatori alla ricerca di finanziamenti (le unità in deficit) una somma di denaro sotto forma di prestito remunerato attraverso il riconoscimento di un tasso d'interesse.

A differenza di quanto previsto per l'equity crowdfunding, disciplinato da norme di legge e regolamentari emanate dalla Consob, il fenomeno in esame presenta una inappagante regolamentazione, anche in considerazione delle scarse e poco organiche fonti normative ad oggi presenti.

Più nel dettaglio, nell'ordinamento italiano una prima emersione del peer-to-peer lending a livello normativo si è avuta con l'aggiornamento delle disposizioni generali della Banca d'Italia in materia di raccolta del risparmio da parte di soggetti diversi dalle banche, pubblicate il 9 novembre 2016 – la cui sezione IX è interamente dedicata a questo fenomeno. Tale aggiornamento, da giudicare positivamente in ragione della rilevanza del fenomeno, fornisce tuttavia chiarimenti solamente in merito alle condizioni e ai limiti il cui rispetto è necessario perché il peer-to-peer lending non costituisca violazione della disciplina in materia di raccolta del risparmio tra il pubblico, senza tuttavia delineare le condizioni che è necessario rispettare per non violare altre riserve di attività che pure vengono all'attenzione nel peer-to-peer lending.

Tanto premesso, le principali riserve di attività che vengono lambite dallo svolgimento dell'attività di social lending possono essere individuate in ragione dei soggetti che intervengono nella circolazione della somma di denaro attraverso la piattaforma, riconducibili essenzialmente a tre categorie: i prestatori, i gestori delle piattaforme e i richiedenti.

Per quanto riguarda la posizione dei finanziatori, la normativa emanata da Banca d'Italia non fornisce particolari chiarimenti in merito: è ragionevole quindi concludere che per tali soggetti varranno le norme di diritto comune, in virtù del quale l'esercizio dell'attività di concessione di finanziamenti è riservato agli intermediari finanziari autorizzati solamente se svolta nei confronti del pubblico, ovverosia in maniera professionale.

L'Autorità di Vigilanza si è invece espressa con riferimento al rapporto tra l'attività svolta dei gestori delle piattaforme e l'attività di raccolta del risparmio presso il pubblico, chiarendo che l'acquisizione di fondi tramite la piattaforma non costituisce raccolta del risparmio nella misura in cui i fondi siano inseriti in conti di pagamento utilizzati esclusivamente per la prestazione dei servizi di pagamento da parte dei gestori medesimi, laddove autorizzati a operare come istituti di pagamento.

Considerato infine il fenomeno dal punto di vista dei richiedenti, l'aggiornamento emanato da Banca d'Italia chiarisce che l'acquisizione di fondi tramite la piattaforma non costituisce raccolta di risparmio tra il pubblico laddove effettuata sulla base di trattative personalizzate con i singoli finanziatori.

Tale previsione pone non poche difficoltà applicative tanto in sede di costituzione della piattaforma – dovendo gli operatori integrare dei sistemi informatici e contrattuali così sofisticati da permettere una negoziazione diretta tra le parti – quanto in sede di operatività della medesima – giacché l'obbligatorietà della negoziazione impone alle parti di sostenere una porzione di quei costi transattivi che attraverso la messa a punto della piattaforma si voleva eliminare (o, quantomeno, gestire in maniera efficiente) –, frustrando così quelle esigenze di speditezza e immediatezza connesse alla rivoluzione tecnologica di cui il social lending è diretta emanazione.
Non pochi dubbi applicativi solleva infine la mancata quantificazione da parte di Banca d'Italia del limite massimo all'acquisizione di fondi da parte dei richiedenti tramite la piattaforma, essendosi l'Autorità di Vigilanza limitata a stabilire che tale acquisizione debba essere di "contenuto importo".

Tale limite, secondo la Banca d'Italia, è coerente con la ratio sottesa alle disposizioni in materia di raccolta del risparmio da parte di soggetti diversi dalle banche, volta ad impedire a soggetti non bancari di raccogliere fondi per un ammontare rilevante per un numero indeterminato di risparmiatori.

Volendo fornire una lettura sistemica dell'approccio adottato dalla Banca d'Italia, appare corretto affermare che, nella misura in cui le piattaforme di social lending permettano un limitato volume di scambio di capitali: da un lato, le possibili esternalità negative sono contenute non giustificando un intervento organico da parte del legislatore che imponga una disciplina di vigilanza e i relativi costi; dall'altro lato, gli incumbent del mercato dell'intermediazione non hanno interesse a far pressione sul legislatore per emanare misure giuridiche che, imponendo dei costi sulle parti, possano creare barriere all'ingresso e imbrigliare lo sviluppo di questo canale alternativo di finanziamento.

In proposito, si segnala che il limite poc'anzi descritto non trova applicazione laddove la raccolta dei capitali sia effettuata da parte di banche che esercitano attività di social lending attraverso portali on-line. I finanziatori tradizionali hanno dunque la facoltà di utilizzare le piattaforme di social lending come un innovativo canale di vendita (in linea con quanto già da tempo avviene all'estero), così superando il tema del limite di importo del finanziamento che rischia di rappresentare un non marginale ostacolo alla auspicata crescita di questo mercato.

Stante la situazione più sopra tratteggiata, che senz'altro pone incertezze sulla determinazione del perimetro entro cui esercitare l'attività di social lending in conformità con la normativa applicabile, è certamente da accogliere con apprezzamento la comunicazione della Commissione Europea del marzo 2018 sulla volontà di creare un quadro normativo pan-europeo omogeneo relativo alla gestione delle piattaforme di crowdfunding, ivi incluse quelle relative social lending. Tale volontà è confluita in una proposta di regolamento europeo di cui si attende l'approvazione da parte degli organi comunitari nel prossimo futuro.

Vetrina