La parabola del Grande Inquisitore: le riforme del sistema-giustizia tra incertezza giuridica e populismo giudiziario

12/02/2020 15:29


di Andrea Venanzoni – Università degli Studi Roma Tre e Marco Proietti – Avvocato Giuslavorista

Ne Il Mistero del processo, Salvatore Satta, con tono sconsolato e ombroso, come nella indole letteraria del grande giurista nuorese, notava la tragica vocazione del nostro tempo per il superamento del diritto, relegato a macchina ornamentale ampollosa, prolissa e fuori da ogni cardine di utilità.

La straordinaria attualità dei saggi che punteggiano quel volumetto, composti tutti negli anni cinquanta, fa scorrere un gelido brivido di preveggenza e di sinistra malinconia lungo la schiena di chi voglia scorrere gli attuali provvedimenti di riforma del processo: intendiamoci, se una nuova vocazione possiamo scorgere nel tempo presente è quella, ineluttabile, a legare il proprio nome di legislatore a una qualche più o meno epocale riforma, e non tanto la consapevolezza del superamento del diritto, ormai dato ritenuto pacifico e scontato.

In una delle introduzioni che compongono la sequenza storica del suo manuale di diritto processuale civile, sequenza che ci restituisce la vivida immagine di un processo più volte smontato, decostruito, ricostruito, steso sul metaforico letto di Procuste nel nome della maggiore, almeno in via enunciativa, efficacia ed efficienza del sistema-giustizia, Crisanto Mandrioli si chiedeva come fosse mai possibile garantire certezza del diritto ed efficienza se a fronte di qualunque intervento di manutenzione ordinaria o straordinaria non si fosse poi proceduto a rinsaldare i cardini nodali della giustizia come amministrazione: personale, dotazioni strumentali, sedi, logistica, materiale, adeguata formazione.

Un elemento questo su cui ogni populista giudiziario che si rispetti, sempre pronto a ricordare una qualche sciagura "impunita", intendendo per tale quella su cui sia intervenuta la prescrizione, per garantire risposte di pancia dal suo elettorato e dalla opinione pubblica, glissa mirabilmente. Interessato solo a evocare quella dimensione di canone plebiscitario e confermativo, di quasi-sondaggio, nel profondo degli appetiti insondabili della opinione pubblica, come insegnava Pierre Bourdieu.

Di recente, con grandissimo coraggio intellettuale, l'avvocato Paolo Erik Liedholm, nipote del grande giocatore del Milan nonché indimenticato allenatore della Roma, da tempo impegnato nella lotta contro gli effetti nefasti dell'amianto e lui stesso coinvolto emotivamente a causa di un gravissimo lutto legato proprio all'amianto, e sul cui processo è intervenuta declaratoria di prescrizione, ha ricordato come degli interventi correttivi siano certo necessari ma che al tempo stesso sia del tutto impensabile bloccare la prescrizione sine die, sterilizzarla, ossificarla, come invece comanda la riforma Bonafede al netto dei più o meno improbabili lodi correttivi su cui si avrà modo di tornare in seguito.

La prescrizione è stata oggetto di ripetuti, seriali interventi negli ultimi anni, una girandola oggettivamente stordente che a partire dal 2005 con la legge 251 e poi con la riforma Orlando ne aveva ristretto e poi dilatato i confini e il perimetro, determinandone una oggettiva torsione: la risposta alla contrazione dei servizi giudiziari, stremati da anni di spending review, di rimodulazione della geografia giudiziaria, di personale sempre più scarso e incanutito, si traduce in una torsione logica dei canoni di ragionevole durata del processo e di presunzione di non colpevolezza, prendendo di petto l'unico istituto sostanziale che mira davvero a realizzare un canone garantistico all'interno del labirinto processuale e dimenticando per via il potenziamento della macchina amministrativa. Il che equivale, tendenzialmente, a rispondere il tempo che farà a chi ci sta chiedendo una indicazione stradale.

La tensione quasi escatologica segnata dal passaggio dal fine pena mai a un fine processo mai, con il processo trasformato ontologicamente nel locus di punizione, esso stesso pena funzionale per accompagnare come un dolente fantasma la vita dell'incolpato, calvinisticamente giudicato a priori, ricorda le infuocate parole del Grande Inquisitore nel suo colloquio col Cristo tornato sulla terra, nel capolavoro I fratelli Karamazov di F. Dostoevskij. "Non rispondere, taci! E poi, che cosa potresti dire? So anche troppo bene quel che diresti. Ma tu non hai il diritto di aggiungere nulla a quel che già dicesti una volta. Perché sei venuto a infastidirci? Perché sai anche tu che sei venuto a infastidirci. Ma sai cosa accadrà domani? Io non so chi tu sia né voglio sapere se tu sia proprio Lui o gli somigli, ma domani ti condannerò, ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici"

Se non altro, al Grande Inquisitore si può però riconoscere una certa obliqua per quanto crudele e invasata grandezza di spirito, la stessa che sembra ontologicamente mancare ai populisti giudiziari.

Eppure lo stesso Inquisitore, pur permanendo nella sua assolutezza di giudizio, spalanca quella porta nel gelido cuore della notte per farne uscire il Cristo. Mentre al populista giudiziario non interessa il dubbio, poiché egli vive di apodittiche certezze.

Ci ricorda magistralmente Glauco Giostra, nel suo recentissimo Prima lezione sulla giustizia penale, come il processo sia elevazione a paradigma del dubbio stante la impossibilità di raggiungere una verità che non sia quella convenzionale del processo. Il giurista non conosce la Verità al singolare, ma solo tante verità quanti saranno i processi in cui è coinvolto e che studia. L'assolutezza non è di questo mondo, e possono permettersela solo filosofi e teologi.

All'argomento tecnico o costituzionalmente orientato, i populisti giudiziari oppongono l'emotività dei case-studies spesso poi citati ad usum delphini: tragedie sociali rimbalzate più volte agli onori e agli orrori della cronaca, dal disastro di Viareggio in poi.

Il grande assente della loro narrazione è, oltre ad una de-costruzione del dato costituzionale smembrato e ricostruito a piacimento secondo convenienza, la adeguata contestualizzazione dei fatti: evitano, accuratamente, di ricordare, oltre ai dati statistici riportati non solo dai rappresentanti dell'Avvocatura ma confermati dai vari Alti magistrati che hanno di recente inaugurato l'anno giudiziario, la farraginosità burocratica delle indagini preliminari, vero punto di caduta per il perfezionamento della prescrizione, oltre alle difficoltà in cui si dibattono i piccoli centri giudiziari, men che periferia dell'impero quando si parla della tenuta del sistema-giustizia, per non parlare poi del magma torrenziale in cui annega la giustizia nei grandi centri urbani.
Si consiglia a questo proposito una serena analisi del caso Viareggio anche alla luce della rimodulazione della geografia giudiziaria e della realtà dei distaccamenti dei tribunali, delle condizioni di lavoro, del numero dei magistrati impiegati, del personale amministrativo e di polizia giudiziaria.

L'articolo 56 del codice di rito penale istituendo le sezioni di polizia giudiziaria presso le Procure non intendeva sviluppare un sistema di surroga delle mancanze di personale, eppure questo ormai è: sempre più copiosi gli agenti e ufficiali di polizia giudiziaria i quali in luogo del doversi occupare delle indagini sono chiamati ad inventarsi surrogati, senza inquadramento contrattuale, senza formazione specifica, di assistenti giudiziari, di funzionari giudiziari, di personale di cancelleria, dell'ufficio primi atti, rendendo recessivi i compiti di polizia giudiziaria.

La grande contraddizione del populismo giudiziario è che mentre esso postula la punizione ad ogni costo, con un processo destinato a durare in eterno pur di arrivare allo scopo prefissato, e che non consiste tanto nell'accertamento di una verità processuale quanto nell'ottenere la miltoniana caduta di un colpevole ontologico, esso avanza nella sua incessante deriva pan-penalistica, ritenendo di dover far ricadere tutto, qualunque atto, fatto, comportamento, sotto la spada della punizione giudiziaria: e non è questa volta la spada del giudice giacobino che ferma la folla desiderosa di farsi giustizia da sola nelle carceri della rivoluzione, secondo la rievocazione di Satta, si tratta invece di una spada che rende la vita umana stessa un frammento disperso nel ventre di una statalizzazione estrema e colpevolizzante e che tratta il tutto sociale, dall'omicidio alla realizzazione di una veranda abusiva, dalla guida in stato di alterazione alcolica alle grandissime truffe finanziarie, come un peccato da dover comunque far espiare nelle maglie del processo penale.

Ciò si traduce, come ha accoratamente ricordato il Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Roma Antonino Galletti, in maggiori processi, in maggiori indagini, svolti a invarianza di personale, in una situazione di polverizzazione delle risorse e dei servizi offerti; segreterie al collasso, cancellerie desertificate, magistrati costretti alla riduzione del loro stesso spazio vitale per far posto a laocoontiche configurazioni di fascicoli giudiziari, sempre più simili ad una opera sospesa a metà tra Escher e Bosch.

In questo contesto, sembra quasi del tutto superfluo dover ricordare la matrice sostanziale e costituzionalmente garantistica dell'istituto della prescrizione, che pure ci era stata ricordata nel cuore della dialettica tra Corti e nel profluvio di inchiostro seguito la recentissima saga Taricco: ma, dicevamo, al tecnico va sostituendosi l'emotivo.

E forse proprio la chiave da opporre a riforme del tutto frammentarie e non meditate, propugnate sulla base di non-dati, è quella della emotività, della tragedia autentica del processo trasformato in pena, non solo per l'incolpato, ma anche per le vittime del reato, le parti offese destinate a perenne insoddisfazione e a dover coesistere con ristori solo provvisori.

C'è poi un ulteriore dato, e attiene questa volta alla tendenziale frantumazione stellare del sistema delle fonti, per riprendere la bella immagine dal chiaro aroma nietzschano formulata da Vittorio Manes: le scelte di politica legislativa del populismo giudiziario si attagliano sempre più spesso ad una semantica privatizzante, a quella inadeguatezza della legge stritolata dalla eradicazione di qualunque complessità, già stigmatizzata da Natalino Irti.

Dalla de-codificazione al de-costruzionismo assiologico dell'ordinamento: è il trionfo dei lodi, con questa incidenza semi-arbitrale da lex mercatoria devoluta alla risoluzione politica del sistema penale, con interventi manutentivi occultati tra le pieghe di un medium normativo, come l'emendamento al mille-proroghe, capace di evocare le contorsioni più fantasiose delle penna di Borges.

A questa privatizzazione semantica si associa e si combina una tendenziale sordità all'ascolto; è il prezzo da pagare alla disintermediazione di un certo post-giacobinismo digitale, la disintermediazione che evoca una cittadinanza totale e che mira ad espungere ogni corpo intermedio dal proprio orizzonte di riferimento, a relegare l'avversario nel cattiverio dello schmittiano nemico in senso oggettivo.

I tecnici, i professori, i giuristi, i competenti sono relegati al rango di cattivi consiglieri, di legulei, li si addita come responsabili di salvataggi di osceni criminali e quali cavillosi azzeccarbugli al soldo di ricchi e potenti: in questa furia semplificatrice da tribunale del popolo, manca però la bizantina e raffinatissima determinazione del Cardinale Richelieu quando diceva datemi sei righe scritte dal miglior gentiluomo di Francia e troverò di che farlo impiccare.

Nel merito del lodo, si può solo rilevare come il correttivo sia ancor più incostituzionale di ciò che si è a parole corretto, istituendo in maniera scoperta, e in aperta violazione del dato costituzionale, una divaricazione sin dal primo grado tra chi è giudicato non colpevole e chi invece è giudicato colpevole: ma a noi non sembra che la presunzione di non colpevolezza scolpita nell'articolo 27 Cost. possa essere graduata e legata ai vari passaggi del processo.

Si è e si resta non colpevoli fino al passaggio in giudicato della sentenza.

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