Condivisioni sui social, quali limiti alla leicità del trattamento da parte del recruiter

06/04/2020 09:30


Nota a cura di Davide Schettini, pubblicista

Ai nostri giorni, i social network sono penetrati nella vita di tutti, diventando parte integrante nell'esistenza di molti, e creando un processo di condivisione della quotidianità che solo fino a pochi anni fa sarebbe stato inimmaginabile.


Se nella realtà dei fatti il fenomeno si limitasse solo a questo, non ci sarebbe alcun problema, ma così non è: la condivisione sta diventando un elemento discriminatorio, soprattutto in ambito lavorativo.


In questo senso bisogna analizzare l'impatto che tale fenomeno ha avuto in due diversi momenti: il primo, relativo alla fase di selezione del personale, attiene alla liceità dell'utilizzo dei dati di condivisione da parte del recruiter per effettuare indagini sul candidato.


Il secondo momento è relativo allo svolgimento del rapporto di lavoro, e in particolare se è permesso al datore di lavoro di controllare tramite social network il comportamento del lavoratore entro e fuori l'orario di lavoro.


La riflessione che voglio condividere, riguarda il primo aspetto, e cioè quello della fase di selezione del personale.


Il legislatore, già nel 1970, pone grande attenzione al tema della riservatezza nei confronti dei lavoratori. In particolar modo l'art. 8 dello "statuto dei lavoratori" L. 300/1970 prevede che "È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell'assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell'attitudine professionale del lavoratore."


Andando ad analizzare l'articolo, il primo problema che sorge è quale significato si debba attribuire alla parola "indagine". In merito, la giurisprudenza ne ha dato un'interpretazione fortemente estensiva: «per indagini devono intendersi quelle operazioni che attraverso diligenti e sistematiche ricerche permettono al datore di lavoro di accertare la realtà di un fatto altrimenti non accertabile» (Trib. Roma, 14 maggio 1983, conf. Trib. Milano 31 marzo 2004).


Ma allora il vero quesito da porsi è: visto che un profilo social contiene informazioni inscindibili per loro natura (ad esempio in un profilo Facebook, come si fanno a scindere le informazioni personali, senza incappare in post, immagini o commenti che potrebbero contenere opinioni politiche sindacali o religiose), tra cui quelle menzionate dall'art. 8 su cui è fatto divieto di indagine, com'è possibile la consultazione di tali profili?


Altro elemento da considerare nell'analisi è: se un profilo come Facebook contiene senza dubbio informazioni incompatibili con l'art. 8, bisogna fare un ragionamento analogo anche per quello utilizzato solamente per fini professionali?


Guardando il mondo dei social network oggi, il riferimento è chiaramente alla piattaforma di Linkedin. Questa, nasce con lo scopo di creare collegamenti lavorativi tra gli utenti, un servizio di rete sociale professionale quindi, utilizzato dagli utenti per fini prettamente professionali. C'è quindi da interrogarsi se la consultazione di questi dati sia in conflitto o meno con quanto citato dal legislatore.


A mio avviso Linkedin dev'essere considerata una piattaforma su cui i recruiter possano essere liberi di fare ricerche, anche e soprattutto per un secondo aspetto che lo differenzia da tutti gli altri social network presenti oggi in circolazione. La peculiarità della sua dichiarata finalità, infatti, dovrebbe portare ad escludere qualsiasi "anomalia" nell'utilizzo delle informazioni.


Peraltro, qualora dovesse esserci una violazione dell'art. 8 da parte di un recruiter, l'onere della prova spetterebbe al candidato. Nella realtà digitale di oggi l'unico social che permette agli utenti di visualizzare chi e quando ha visitato il proprio profilo, è proprio Linkedin, che dà quindi agli utenti la possibilità di provare in giudizio l'effettiva violazione dell'art. 8 che altrimenti potrebbe diventare una probatio diabolica.


L'ipotesi sopra esposta, mette dunque in luce come le mutati condizioni sociali impongano una diversa e più elastica interpretazione delle norme. Quindi, sebbene il nostro ordinamento giuridico ci permetta grazie a delle interpretazioni più estensive di leggere una norma in maniera non del tutto letterale, sarebbe ovviamente auspicabile un intervento che aggiorni le disposizioni previste dal legislatore del 1970.

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