Le conclusioni dell'Avv. Generale Saumandsgaard in tema di interpretazione delle disposizioni della direttiva enforcment in materia di discovery dei dati identificativi degli uploaders

| 06/04/2020 14:42

Commento a cura dell'Avv. Luciano Daffarra C-Lex Studio Legale

E' stato pubblicato lo scorso 2 aprile il parere dell'Avvocato Generale presso la Corte di Giustizia nella causa C-264/19 Constantin Film / YouTube - Google, nella causa C-264/19 pendente di fronte al massimo tribunale comunitario.


La questione pregiudiziale affrontata nella controversia riguarda la richiesta formulata da un distributore cinematografico tedesco dei dati personali (indirizzo IP, e-mail e numero telefonico) degli uploader abusivi di opere cinematografiche di prima visione che essi hanno caricato sulla piattaforma YouTube, di proprietà di Google.


L'opinione dell'A.G., espressa nelle sue conclusioni, risulta chiaramente contraria alla possibilità per i giudici degli Stati Membri di legittimamente pretendere il rilascio di questi dati, la cui richiesta troverebbe fondamento nell'art. 8(2)(a) della Direttiva 2004/48/CE in quanto - in estrema sintesi – nell'obbligo previsto da tale norma di rendere disponibile il "nome e l'indirizzo" dei soggetti che commettono le violazioni su scala commerciale dovrebbe essere inteso nel significato letterale dei termini tanto da escludere da tale accezione gli indirizzi IP, l'indirizzo e-mail e il numero telefonico.


Questa interpretazione data dall'avvocato danese Henrik Saugmandsgaard non sembra confortata dal significato attuale di tali parole che, dal 2004 (anno di approvazione della Direttiva Enforcement) ad oggi, hanno sicuramente assunto un'ampiezza del tutto diversa rispetto al loro tenore letterale e restrittivo di nome, cognome e indirizzo di abitazione, e questo senza fare leva su criteri ermeneutici volti all'interpretazione estensiva o teleologica delle parole, quali quelli invocati dalla Constantin Film.


Va ricordato che il tema degli ordini dei giudici volti a rendere conoscibili i dati che identificano gli utenti attraverso indirizzo IP, email e la loro localizzazione sulla rete non è nuovo alle aule dei tribunali italiani e comunitari e non è la prima volta che di tale argomento si discute.

Dall'anno 2008, in cui la Corte di Giustizia emise la sentenza nel caso Promusicae / Telefonica (Grande sezione – Sentenza 29 gennaio 2008 – Causa C-275/06) stabilendo le regole generali del contemperamento fra diritti dominicali e privacy, e in cui il nostro Garante della Privacy pose fine alle iniziative giudiziarie della Peppermint Jam Records GmbH intervenendo nei giudizi pendenti nei confronti degli uploaders con una posizione nettamente contraria all'identificazione della loro identità personale, le decisioni dei giudici nazionali si sono evolute.

La posizione del Garante della Privacy ha trovato accoglimento in numerose ordinanze del caso Peppermint, da ultima quella resa dal giudice Gabriella Muscolo in data 19 marzo 2008.

Nel provvedimento in questione il magistrato di prime cure, che al tempo faceva parte delle Sezioni Specializzate Impresa presso il Tribunale di Roma, ha condotto un'interessante analisi sul fondamento giuridico delle norme degli artt. 156-bis e 156-ter L.A. in tema di discovery, sostenendone la piena operatività ed efficacia nel nostro ordinamento per i fini che esse si prefiggono, ma rilevando che l'art. 156-bis, comma 3, impone al giudice, nell'acquisire le informazioni dei contraffattori, l'obbligo di adottare "le misure idonee a garantire la tutela delle informazioni riservate, sentita la controparte".

Secondo lo stesso giudice del Tribunale di Roma, anche la Direttiva 2001/29/CE sulla tutela del D.A. nella società dell'informazione, all'art. 9, farebbe salve – fra le molte – le norme che riguardano "la riservatezza, la tutela dei dati e il rispetto della vita privata", ritenendo che nei casi in cui "l'esecuzione dell'ordine di discovery si risolvesse in una comunicazione dei dati personali dei consumatori, senza alcun consenso dei medesimi, che operano sulla rete sulla presunzione di anonimato, la misura violerebbe il diritto alla riservatezza dei medesimi e pertanto ne difetterebbe il requisito di ammissibilità".

Tale difesa prioritaria – ad avviso di tale giudice - si estenderebbe anche ai provvedimenti inibitori "assunti nei confronti degli intermediari i cui servizi siano utilizzati da terzi per violare un diritto d'autore o diritti connessi" di cui all'art. 8(3) della medesima citata Direttiva, quali – ad esempio – le piattaforme come YouTube, Dailymotion et cetera.


Negli anni successivi dopo l'ulteriore linea di sostegno alla totale chiusura all'accesso ai dati personali degli utenti voluta dal Garante per la Tutela dei Dati Personali segnato dalla decisione Telecom Italia / FAPAV del 14 aprile 2010, di diverso tenore è risultato essere il testo di alcuni provvedimenti del Tribunale di Torino e, in particolare, l'ordinanza del giudice di Torino del 3 giugno 2015 (nella causa RGNR 11343/2015 - Delta TV / Dailymotion).

In base alla ratio di tale organo giudicante, il bilanciamento fra i contrapposti diritti alla privacy e alla tutela della proprietà intellettuale deve essere letto nel senso che: "il diritto comunitario non impone agli Stati membri di istituire un obbligo di comunicare dati personali per garantire l'effettiva tutela del diritto d'autore nel contesto di un procedimento civile, ma neppure lo vieta".

Avuto riguardo alla domanda di discovery proposta dalla ricorrente nei confronti della piattaforma Dailymotion oggetto della causa, secondo l'allora presidente delle Sezioni Specializzate di Torino, essa appare "logica, mirata e circoscritta agli autori di conclamate, circoscritte e riconosciute violazioni, per giunta penalmente rilevanti (ai sensi dell'art. 171 l.d.a.), e soprattutto, in palese divergenza rispetto al caso deciso dalla Corte di Giustizia (Promusicae vs.Telefonica), considerato che qui non si tratta di acquirenti di prodotti illecitamente diffusi ma dei veri e propri autori dell'atto di violazione".

In altri termini: va chiaramente distinto il downloading dall'uploading di opere protette, costituendo il primo un'azione penalmente neutra, mentre il secondo – chiaramente connotato da scopo di lucro – appare come fatto grave penalmente rilevante e tale da mutare il bilanciamento degli interessi in gioco.

A sostegno di tale tesi, il giudice del tribunale piemontese ha sottolineato che, nel caso in esame, non ci troviamo di fronte ad una contrapposizione fra sfruttamento patrimoniale dell'opera e libertà di comunicazione e di espressione dei privati che riproducono abusivamente i file di opere protette per un fine personale, ma detta contrapposizione semmai riguarda "la riproduzione e diffusione a fini almeno indirettamente commerciali dell'opera in regime di concorrenza di fatto".

In altri termini, la tutela della privacy non giustifica azioni di arricchimento dei contraffattori a danno del titolare dei diritti sulle opere protette, tanto da sacrificare totalmente il suo investimento e quello dei suoi cessionari.


Non dissimilmente da quanto deciso dal Tribunale di Torino, anche il Tribunal de Grand Instance di Strasburgo, in data 21 gennaio 2015, aveva ordinato a quattro fra i principali service provider di fornire agli avvocati dell'associazione antipirateria ricorrente "l'identità, l'indirizzo postale, l'indirizzo e-mail delle persone titolari degli indirizzi IP riportati nel processo verbale" presenti negli atti del processo.


Sulla scorta degli elementi sopra brevemente illustrati la decisione della Corte di Giustizia nel caso Constantin Film / You Tube – Google, che si attende nei prossimi mesi, farà definitivamente chiarezza su un aspetto di rilevanza centrale in materia di difesa dei diritti di proprietà intellettuale veicolati sulle reti di comunicazione elettronica.


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