ISTRUZIONI OPERATIVE

Codice ATECO e codice NACE: chiarimenti per l'industria

| 07/04/2020 09:27


Commento a cura dell' avv. Lorenzo Colautti

Nell'informativa del 25.03.2020 del Presidente del Consiglio dei Ministri alla Camera dei Deputati in merito all'emergenza Covid-19 si segnala, in relazione alla considerazione assegnata all'industria strategica, una passo di notevole rilevanza:

"L'emergenza ci mostra anche l'importanza di tutelare le nostre industrie di interesse strategico, alla luce di un'ampia serie di rischi epidemiologici, ambientali, sismici, informatici e geopolitici. Non possiamo trascurare nulla. I più preziosi asset del Paese vanno protetti con ogni mezzo, e saremo in grado di lavorare in questa direzione a partire dal prossimo provvedimento normativo che stiamo predisponendo per aprile".

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri d.d. 22.03.2020 ha si infatti sospeso tutte le attività produttive industriali e commerciali, ma ha lasciato giustamente aperte quelle "strategiche", identificate dal codice ATECO di cui all'allegato 1 del Dpcm, e quelle "funzionali" collegate alla prime.

Il dPCM, alla lettera d), consente infatti le attività "funzionali" in quanto volto ad assicurare la continuità delle filiere delle attività di cui all'allegato 1, nonché dei servizi di pubblica utilità e dei servizi essenziali di cui alla lettera e), previa comunicazione al Prefetto della provincia ove è ubicata l'attività produttiva, nella quale sono indicate specificamente le imprese e le amministrazioni beneficiarie dei prodotti e servizi attinenti alle attività consentite; il Prefetto può sospendere le predette attività qualora ritenga che non sussistano le condizioni di cui al periodo precedente. Fino all'adozione dei provvedimenti di sospensione dell'attività, essa è legittimamente esercitata sulla base della comunicazione resa".


La ripresa dell'attività strategiche e di quelle funzionali dovrà avvenire logicamente rispettando tutti i dettami previsti dall'art. 1 del dPCM d.d. 11.03.2020, con il quale è stato raccomandato che:

"a) sia attuato il massimo utilizzo da parte delle imprese di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza;

b) siano incentivate le ferie e i congedi retribuiti per i dipendenti nonché gli altri strumenti previsti dalla contrattazione collettiva;

c) siano sospese le attività dei reparti aziendali non indispensabili alla produzione;

d) vengano assunti protocolli di sicurezza anti-contagio e, laddove non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento, adottati strumenti di protezione individuale ed infine;

e) siano incentivate le operazioni di sanificazione dei luoghi di lavoro, anche utilizzando a tal fine forme di ammortizzatori sociali", e dal comma 8, sempre del dPCM d.d. 11.03.2020, che ha stabilito che "per le sole attività produttive si raccomanda altresì che siano limitati al massimo gli spostamenti all'interno dei siti e contingentato l'accesso agli spazi comuni".

Il tutto sotto l'egida persaltro del "Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro" d.d. 14.11.2020.


Il Governo ha quindi correttamente posto l'accento sulla necessità di tutelare le industrie di interesse strategico. Non si poteva fare altrimenti. Incentivare il lavoro e proteggere l'industria, dopo aver dato priorità alla salute dei cittadini, era ed è assolutamente necessario anche perchè, come è noto a tutti, chiudere una città ed una Provincia di 60 milioni di abitanti, come ha fatto il Governo Cinese, è una cosa, bloccare invece un Paese, come il nostro, che ha una popolazione esigua, pari a quella di una sola Provincia cinese, è tutt'altra cosa.

E questo per due motivi: l'Italia non ha un altro miliardo e passa di cittadini, come invece la Cina, in grado nel frattempo di continuare a produrre; sopratutto l'Italia non ha alle spalle, per ora, una UE in grado di aiutarla (attualmente soltanto alcuni Stati, in particolare la Cina, la Russia, l'Albania e l'Ucraina, hanno fornito al Paese personale e attrezzature sanitarie).


Se però spostiamo l'attenzione sulle modalità pratiche, ovvero, ci si chiede come lo Stato abbia deciso di tutelare, proteggere e incentivare questo "asset industriale strategico", allora la situazione diventa più complicata.

E ci si rende conto di un tanto sulla base di una semplice domanda che un imprenditore mi ha posto ieri: "Possiamo produrre per le Ditte con il codice NACE? E se non abbiamo un codice ATECO autorizzato, possiamo produrre come filiera per le industrie strategiche?".

Ho guardato l'imprenditore perplesso.

Da poco la stragrande maggioranza dei cittadino ha imparato a conoscere che cosa è il codice ATECO, scoprendo che si tratta di una tipologia di classificazione adottata dall'Istituto nazionale di Statica italiano (ISTAT) per le rilevazioni statistiche di carattere economico. L'ATECO è quindi una combinazione alfa numerica che identifica appunto un'attività economica con diversi gradi di dettaglio: le lettere indicano il macro-settore di attività economica, mentre i numeri, che vanno da due fino a sei cifre, rappresentano, con diversi gradi di dettaglio, le articolazioni e le disaggregazioni dei settori stessi (e cosi, solo per fare un esempio, la sezione C identifica l'"attività manifatturiere"; la divisione 14: le "confezioni di articoli di abbigliamento"; il gruppo 14.1: le "confezioni di articoli di abbigliamento esclusi gli articoli in pelliccia"; classe 14.19: le "confezioni di articoli ed accessori diversi da abbigliamento in pelle").


In realtà, se una Ditta svolge attività strategica e/o attività che assicura la continuità delle filiere delle attività appunto strategiche è più interessata non tanto al codice ATECO, che ripetiamo identifica le attività produttive nazionali, ma al codice NACE.

Nella comunità europea infatti l'attività delle Ditte non è identificata dal codice ATECO, ma dal codice NACE.

Tale nomenclatura venne creata nel 1970 dall'Eurostat, l'organo statistico della Commissione Europea, con il nome di Nomenclature statistique des activités économiques dans la Communauté européenne".

L'Istituto nazionale di Statistica così scrive in una sua nota del 2009: "L'Ateco 2007 è la versione nazionale della classificazione (Nace Rev. 2) definita in ambito europeo ed approvata con regolamento della Commissione n. 1893/2006, pubblicato su Official Journal del 30 dicembre 2006, che, a sua volta, deriva da quella definita a livello Onu (Isic Rev. 4). L'Ateco è quindi la classificazione nazionale derivata dalla Nace".

La Nace rappresenta pertanto il "riferimento europeo per la produzione e la divulgazione di dati statistici relativi alle attività economiche. Da quando è stata elaborata nel 1970, gli Stati membri dell'Unione europea si sono basati sulla classificazione Nace (o su classificazioni nazionali derivate), utilizzandola nel Sistema statistico europeo perla produzione di dati comparabili".


La domanda sorge allora spontanea: "Visto che il codice NACE, rispetto all'ATECA, è decisamente più noto e rilevante a livello mondiali e che normalmente l'industria strategica è più indirizzata all'estero, che non al mercato interno, non era "sufficiente" inserire nel dPCM 22.03.2020 o nel suo allegato un inciso del tipo "codice ATECO/NACE" ?

E così invece si assiste a Ditte della filiera che spediscono alle Prefetture la comunicazione di ripresa dell'attività dove devono inserire, per legge, il nominativo delle ditte straniere le quali, a richiesta, forniscono, essendo appunto straniere, il codice NACE, non il codice ATECO.

Ma allora, si chiede l'imprenditore, posso produrre soltanto per un'impresa nazionale, o invece posso produrre anche per un'impresa straniera?

E una Ditta non strategica, che non ha quindi il codice ATECO di cui allegato 1 del dPCM, può svolge attività che sono "funzionali" ad assicurare la continuità delle filiere strategiche?".


La risposta a tali domande non può che essere positiva. Se infatti a livello italiano il codice ATECO non è altro che la traduzione italiana della nomenclatura delle Attività economiche (Nace) creata dall'Eurostat, poi adattata dall'Istat alle caratteristiche specifiche del sistema economico italiano, non si vede per quale motivo dovrebbero esservi diversità "autorizzative" per i due codici.

Anzi, tenendo conto dell'obiettivo che il Governo ha chiaramente manifestato nell'informativa alle Camere del 25.03.2020, ovvero la protezione con ogni mezzo degli "asset" del Paese, è evidente che le Imprese nazionali potranno inserire nella comunicazione da trasmettere alla Prefetture anche le Ditte estere, non soltanto pertanto quelli nazionali, indicando il codice NACE ed accanto, al fine di agevolare i controlli, anche l'equivalente codice ATECO.

Non solo. Sempre tenendo conto della finalità di cui sopra, anche aziende italiane, che non hanno il codice ATECO autorizzato dall'allegato 1 del dPCM, ma che producono elementi e/o parti per Imprese strategiche che invece hanno tale codice, si ritiene possono ugualmente continuare l'attività a condizione di una espressa richiesta, da parte di queste ultime, da allegare opportunamente alla comunicazione alla Prefettura. Si sottolinea peraltro che il dPCM 22.03.2020 non prevede nessun tipo di sanzioni in caso di violazione.

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