Osservatorio Tecnologia e Innovazione

Resistenza by design alla crisi – il caso della finanza islamica

| 27/04/2020 09:17

di Alessandro Negri della Torre e Jihane Benarafa

Negli ultimi anni la finanza islamica è in crescita ponendosi come alternativa alla finanza non religiosa o tradizionale. I principi cui la finanza islamica si ispira – la condivisione del rischio, il divieto di incertezza, il divieto di interessi e l'avversione alla speculazione – ne hanno caratterizzato la nascita e oggi potrebbero costituire una vera e propria difesa immunitaria contro la crisi dei mercati internazionali causata dalla pandemia globale.

La finanza islamica è quel particolare ramo o comparto della finanza che si caratterizza per essere conforme ai principi e alle regole della shari'ah, la lex divina islamica, cui ogni fedele musulmano dovrebbe ispirare le proprie azioni. Si tratta di un comparto in forte crescita. Secondo S&P (Islamic Finance Outlook 2020 Edition), la finanza islamica, con il suo valore complessivo di quasi 2100 miliardi, crescerà nel biennio 2019-2020 grazie a tre fattori, ossia la standardizzazione, l'uso della tecnologia applicata nei settori finanziari (pur con un'accezione particolarmente ampia può qui farsi riferimento alla nozione di fintech), nonché il possibile allineamento tra finanza islamica e principi di sostenibilità anche ambientale propri del comparto della finanza tradizionale basato su principi ESG (Environmental, Social, and Governance). Nel presente contributo, però, si guarderà a quelli che sono i principi cardine della finanza islamica, sottolineandone l'effetto curativo proprio in occasione di crisi finanziarie come quella che potrebbe verificarsi nei prossimi mesi.

Occorre iniziare con una breve disamina dei principi che sorreggono la finanza islamica e che saranno fondamentali per inquadrarne natura e funzionamento. Come anticipato, la finanza islamica si basa sul rispetto della sharia'ah ossia la lex divina della comunità musulmana. Essa è l'insieme delle prescrizioni contenute nel Corano (la prima fonte del diritto musulmano, composto da 6236 versetti, di cui circa 500 di matrice giuridica riconducibili al periodo di soggiorno del Profeta nella Medina e opponibile erga omnes in quanto di origine divina), e nella Sunna (la tradizione di Maometto: tutte le sue dichiarazioni, i fatti vissuti e i comportamenti approvati implicitamente o esplicitamente, sistematizzati e sviluppati dai giuristi musulmani).

Oltre alle due fonti rivelatrici, come esplicato sopra, ne esistono altre due di pari importanza.
La prima è l'Ijma'a, il consenso della comunità islamica composta dai dotti, studiosi della giurisprudenza islamica, fonte cui si fa riferimento qualora il Corano e la Sunna non contengano utili statuizioni applicabili in un caso reale. La seconda è il Qiyas, la deduzione analogica, uno degli strumenti dell'Ijtihad (lo sforzo intellettuale), che viene utilizzata per individuare delle similarità tra un caso risolto e un caso da risolvere. Tale fonte peraltro non incontra il favore di tutte le scuole giuridiche ortodosse, poiché si fonda sull'intelletto umano che è naturalmente fallibile.

L'obiettivo della legge islamica è quello di impostare un corpus normativo contenente principi e divieti per limitare fenomeni di moral hazard e asimmetrie informative quando si opera nel mercato finanziario. Di conseguenza, fanno ingresso nel mondo finanziario alcuni principi di matrice etico-solidaristica come, ad esempio, il divieto del Riba, il Profit Loss Sharing (PLS), il divieto del Gharar e del Maysir, l'obbligo della Zakat e infine l'investimento in attività Halal. Attesa l'importanza di tali precetti nell'ambito dell'attività finanziaria Shari'ah Compliant, non ci si può quindi esimere dal fornire una breve esposizione delle caratteristiche fondamentali di ciascuno di essi.

Letteralmente il termine Riba indica incremento, eccesso e crescita. È uno dei divieti assoluti poiché strumentale al raggiungimento di equità e giustizia, circoscrivendo ogni forma di sfruttamento o arricchimento a spese altrui. Esso riflette uno dei cardini importanti della fede islamica e cioè la solidarietà e l'aiuto reciproco. Si noti, tuttavia, che il divieto del Riba non implica l'assenza assoluta di costi per l'impiego del capitale, ma impone l'adozione di strutture contrattuali diverse da quelle conosciute nel mondo occidentale.

Un altro principio è quello di equa suddivisione di benefici e perdite o, in altri termini, il divieto di ricevere solo benefici senza partecipare anche alle perdite. Nella propria attività, infatti, un imprenditore può realizzare sia profitti sia perdite. Mentre nella prassi operativa ed in assenza di tale apposito divieto sovente un operatore finanziario percepisce un interesse e/o commissione indipendentemente dell'esito dell'investimento effettuato. Mediante tale principio/divieto, invece, chi porta il capitale non otterrà un rendimento prestabilito a priori (indipendente quindi dall'esito dell'attività economica sottostante) ma avrà un vantaggio proporzionato all'andamento positivo dell'investimento.

Infatti, le parti nel momento della contrattazione devono cercare di avere interessi bilanciati perseguendo una condivisione del rischio in modo equo al fine di concludere un contratto giusto, esente da un eccessivo moral hazard e dunque nel rispetto di principi di saggia e prudente gestione del rapporto contrattuale. Si noti a tale proposito che l'equilibrio negoziale non è principio alieno nel nostro ordinamento. Esso è invero uno dei principi consolidati nell'ordinamento civilistico italiano, ove si pensi a quei meccanismi in forza dei quali gli interessi delle parti non possono caratterizzarsi per un eccessivo squilibrio. Vieppiù, una certa misura di equilibrio nelle prestazioni contrattuali è un elemento importante nella genesi ed esistenza del rapporto contrattuale, la cui mancanza – originaria o sopravvenuta – costituisce un evento rilevante sotto il profilo civilistico. La condivisione del rischio si rinviene anche in ambito assicurativo (il termine che indica il modello assicurativo islamico è takaful), nel quale il contratto assicurativo conforme ai principi shariatici trova applicazione, prevedendo una condivisione del rischio tra i partecipanti al fondo comune che viene istituito per fare fronte ai danni recati dal verificarsi di un evento futuro infausto: una mutualità, quindi, in ottica di aiuto reciproco, al contrario dell'assicurazione convenzionale, ove la causa fondamentale consiste nel trasferimento del rischio da un soggetto all'altro mediante il pagamento di un premio.


Il gharar è un ulteriore divieto presente nella fede islamica. La parola indica incertezza e/o inganno assoluto, che tocca il rapporto contrattuale in ogni suo aspetto, dal prezzo alla qualità della merce e/o del servizio reso fino all'oggetto del rapporto. Come noto, l'incertezza spesso si riferisce alla quantità delle informazioni che vengono condivise o sono reperibili prima di concludere un contratto. La "ratio" del divieto è quella di disincentivare quanto più possibile le cd. asimmetrie informative che potrebbero portare all'annullamento del rapporto contrattuale. Tale divieto impone la massima trasparenza del rapporto contrattuale, concetto ben noto al mondo occidentale. Si pensi, ad esempio, ai vizi del consenso (l'errore, la violenza e il dolo) e alla fenomenologia contrattuale che può derivare dalla presenza di tali vizi nella genesi del rapporto negoziale. Difatti, come è noto, ove sussistano certi vizi del consenso, il contratto può essere annullato, poiché il consenso espresso risulta difforme da quello che sarebbe stato prestato in assenza di tali vizi. Il gharar mira dunque ad arginare l'incidenza di tali patologie contrattuali.
Affine al gharar è il maysir, ossia il divieto della speculazione e della scommessa basata su un evento futuro e incerto. Le scuole giuridiche islamiche sono concordi nel vietarla poiché essa confligge con i principi dell'economia islamica, tra cui l'equa distribuzione delle ricchezze.

Infine, merita un brevissimo cenno il concetto di halal che corrisponde all'insieme delle attività considerate lecite o comunque non contrastanti con i precetti religiosi. Di segno algebricamente opposto è invece l'insieme delle attività definite haram, che la fede islamica vieta esplicitamente. Sono tali le attività che comportano, ad esempio, il pagamento di interessi e la speculazione, e cioè elementi tipici della finanza convenzionale; la produzione e la vendita di bevande alcoliche; il tabacco e l'industria delle armi. Proseguendo nel nostro percorso comparatistico, si deve rilevare come la distinzione tra attività lecite ed attività illecite, o comunque etiche e non etiche, si rinvenga anche nella finanza occidentale cosiddetta etica e/o responsabile, e cioè quella parte della finanza che mira ad investire in attività benefiche e non distruttive o dannose, ivi incluse ovviamente tutte le iniziative ESG.

Tutto ciò premesso – che invero non esaurisce la complessità e ricchezza dei principi e forme contrattuali della finanza islamica, su cui, invero, si tornerà in successivi contributi – occorre ora sottolineare come i principi sopraesposti possano costituire un valido baluardo alle conseguenze dannose di oscillazioni negative dei mercati.

La combinazione di divieti (tra cui, in particolare, il divieto dell'interesse) e la partecipazione a iniziative economiche bilanciate quanto alla distribuzione di benefici e perdite possono, infatti, costituire una prima difesa, eliminando investimenti basati fortemente sull'indebitamento, potenzialmente più suscettibili rispetto al cambiamento di alcuni parametri di mercato. Così l'avversione alla speculazione può, in molti casi, condurre a preferire investimenti che, pur meno lucrativi nel breve periodo, sono tuttavia legati a meccanismi economico-industriali meno aleatori, con evidenti benefici in caso di repentini cambiamenti nei mercati di riferimento. A tal proposito si pensi alla circostanza che, secondo la maggioranza dei giuristi islamici, l'impiego di derivati non è compatibile con i principi della finanza islamica in quanto caratterizzati da eccessiva incertezza gharar e una componente speculativa vietata maysir. Tale resistenza - sostenuta da diversi autori, tra cui Baber (2018) o Farooq e Zaheer (2015) con riferimento al comparto bancario - deriva quindi dai principi fondanti del comparto e, cioè, da principi radicati nel tessuto stesso della contrattualistica e dell'ingegneria finanziaria islamica. Del resto i principi della sostenibilità e dell'importanza di dirottare la finanza verso attività strumentali al benessere sociale sono oramai all'attenzione di tutti, dai bond in area Euro agli strumenti finanziari (anche solo nazionali) di risposta alla crisi (ad esempio il COVID-bond o il COVID-19 social response bond).

Diversi autori hanno sottolineato l'importanza della finanza sostenibile quale parte integrante di un contesto socio-economico caratterizzato da una migliore governance, la riduzione (o assenza) di meccanismi essenzialmente speculativi ed una maggiore attenzione ai principi della solidarietà sociale quale formula per resistere al tempo e al mercato senza dimenticare l'aspetto – rilevante in qualsiasi contesto economico – del fruttuoso impiego del capitale. La finanza islamica si caratterizza per una serie di principi che paiono renderla particolarmente resistente ad un periodo di crisi finanziaria almeno dal punto di vista dell'esposizione a taluni strumenti/dinamiche altamente speculative o fortemente dipendenti da un certo andamento del mercato. Secondo alcuni autori, tuttavia, tale forma di resilienza "finanziaria" è in parte temperata dalla maggiore esposizione ad altri comparti della economia reale, quale ad esempio, l'andamento del mercato immobiliare, uno dei settori preferiti dal mondo bancario islamico (Hussien 2010).

Come nella crisi del 2007-2008 così nei prossimi mesi/anni la finanza islamica potrebbe trovarsi a fronteggiare nuove prove nei mercati globali. Sarà importante per chi si occupa della materia osservare se gli operatori di questo comparto alternativo sapranno cogliere l'opportunità dimostrando i propri punti di forza, quantomeno in via complementare rispetto alla finanza tradizionale (e sostenibile). Non meno importante sarà la percezione da parte del mercato e di coloro che potranno eventualmente guardare a questo comparto come strumento per il proficuo (e, forse, sicuro) utilizzo dei propri capitali.

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L'osservatorio è curato per Diritto24 da Alessandro Negri della Torre, fondatore di LX20 Law Firm (http://lx20lawfirm.com/), Studio specializzato in diritto e tecnologia

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