Un fondo dei beni culturali per risollevare i conti pubblici e valorizzare il patrimonio

| 04/06/2020 10:10

di Angelo Paletta e Antonio Leo Tarasco

Il settore del patrimonio culturale è considerato vittima della crisi da Covid-19 e tra i primi "bisognosi" degli aiuti statali per risollevarsi. In pochi lo concepiscono, invece, come un Sole generatore di energia economica piuttosto che come un buco nero destinato solo a dragare risorse senza produrne autonomamente. Può essere, invece, la flessione economica determinata dalla quarantena coatta a riscoprire un valore economico e non puramente ideale all'insieme di beni storico-artistici, archeologici, architettonici così come archivistici e librari.

Come? Attraverso l'istituzione di un fondo nazionale del patrimonio culturale nel quale far confluire valori e rendimenti dell'intero patrimonio culturale pubblico, non solo statale, ma anche di enti locali ed enti pubblici di altra natura giuridica. È stato stimato (Tarasco, 2019 e 2020) che – contro i 177 miliardi proposte dalle stime della Ragioneria Generale dello Stato per l'anno 2019 – il solo patrimonio culturale statale vale non meno di 1.770 miliardi. Tale cifra equivale a quasi l'intero PIL nazionale, che nel 2019 l'ISTAT ha registrato a quota 1.787 miliardi.

Rispetto al debito pubblico nazionale, giunto a 2.361 miliardi secondo i dati della Banca d'Italia, i beni culturali varrebbero circa il 75%; e ciò senza contare il valore dei beni culturali appartenenti ad enti pubblici diversi dallo Stato. Oggi più che mai sarebbe utile creare un'operazione di ingegneria finanziaria e culturale utilizzando – giuridicamente – tali asset per generare effetti benefici per l'intero "sistema Paese". Gli impatti positivi di una riorganizzazione del patrimonio culturale nazionale non riguarderebbero solo i beni culturali ma si estenderebbero anche ai molteplici settori produttivi collegati – dal turismo all'enogastronomia, dalla moda alla formazione, dal cinema alla computer grafica, etc. – e financo all'intera economia nazionale.

L'innovativo fondo, denominabile "Patrimonio culturale", potrebbe svolgere una funzione di garanzia o controgaranzia statale. Infatti, lo Stato potrebbe inscrivere in bilancio il valore di tali beni, senza mutarne in alcun modo la condizione giuridica, senza alterarne la fruizione di fruizione al pubblico o compromettere le esigenze di tutela. L'insieme di tutti i beni culturali pubblici (statali e non), una volta contabilizzati, potrebbe offrire chiara evidenza della enorme ricchezza dell'Italia fino ad oggi del tutto trascurata nel suo aspetto materiale e valorizzata, invece, sul piano squisitamente ideale (che certamente è ugualmente essenziale).

Il fondo pubblico consentirebbe, quindi, in primo luogo, di aumentare la valutazione dell'attivo dello stato patrimoniale del bilancio statale migliorandone il merito creditizio (rating), che oggi è troppo vicino alla classe di rischio "Non Investment Grade – Speculative". In secondo luogo, il gestore fondo pubblico potrebbe anche raccogliere capitali privati di rischio (equity) e di debito per finanziare specifici progetti, ritenuti validi da un punto di vista culturale e sostenibili a livello economico finanziario in partnership con degli operatori pubblici e/o privati, italiani e internazionali. Queste ingegnerie consentirebbero facilmente anche di remunerare il basso costo di eventuali titoli emessi, dove tra i sottoscrittori possono esserci lo Stato, gli investitori professionali, gli stessi operatori economici partner dei progetti, i privati cittadini specialmente se il rendimento di questi strumenti finanziari fosse defiscalizzato per sostenere l'arte e la cultura in Italia come asset strategico nazionale. L'elevatissima capitalizzazione di questo fondo pubblico, proprietario e gestore del patrimonio culturale nazionale, consentirebbe di ottenere condizioni favorevoli a livello di tasso di interesse in caso di emissioni di titoli di debito. In ogni caso, il fondo avrebbe la doppia funzione sia di elevare la patrimonializzazione dello Stato italiano, sia di riorganizzare per potenziare la valorizzazione del patrimonio culturale senza maggiori costi per l'Amministrazione centrale dello Stato.

Tutto ciò potrà avere grandi benefici per le casse pubbliche con la compressione del perdurante spread finanziario dei i BTP italiani rispetto ai Bund tedeschi. Tale Fondo, per la massima parte "illiquido" a causa della limitata alienabilità dei beni che lo comporrebbero, sarebbe ugualmente capace di generare rendimenti non fondati sulle alienazioni, ma sulle royalty dei progetti derivanti dalla valorizzazione del patrimonio culturale in partnership con operatori pubblici e privati, sugli incrementi di valore determinati sia dai rendimenti finanziari di quegli stessi beni, sia dal valore materiale e immateriale che genera per tutta l'economia del "sistema Paese".

I rendimenti generati dai flussi di cassa delle diverse attività di valorizzazione realizzate grazie all'uso (pur sempre conforme alla normativa vigente) potrebbero consentire al fondo di acquisire maggior valore nel tempo e di aumentare il proprio livello di liquidità e, di conseguenza, di potenziare la propria funzione di garanzia o controgaranzia pubblica all'attivo statale. Gli eventuali titoli obbligazionari emessi dal fondo "Patrimonio culturale" potrebbero, poi, remunerare i loro sottoscrittori non solo con un tasso di interesse defiscalizzato ma anche con particolari condizioni agevolative di utilizzazione di parte di quello stesso patrimonio culturale.

In pratica, i sottoscrittori diverrebbero una sorta di sostenitori atipici dei beni culturali italiani, moderni mecenati per i quali all'amore del patrimonio culturale si unisce l'interesse ad utilizzarli nell'interesse pubblico e nel pieno rispetto della normativa vigente: si pensi a particolari condizioni agevolativi di fruizione di quei beni che potrebbero rappresentare una delle modalità per remunerare i sottoscrittori di titoli di quel fondo (visite guidate e meeting riservati negli orari e giorni di chiusura dei diversi istituti e luoghi della cultura pubblici). Un'operazione, questa, non vietata da alcuna norma ma che, se attuata, potrebbe rivoluzionare il modo di concepire il patrimonio pubblico in senso spiccatamente redditivo, a beneficio della finanza pubblica, dell'economia nazionale e, dunque, in piena sintonia con i valori costituzionali (art. 97) della sostenibilità del debito pubblico e dell'equilibrio dei bilanci pubblici.

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