La responsabilità dei medici: le domande sul tavolo

12/06/2020 06:32

Commento a cura di Franco Marozzi, medico legale e responsabile della comunicazione di SIMLA, Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni

Il tema della responsabilità nell'ambito della pandemia Covid-19 è stato certamente evidenziato da più parti come un pericolo per la stabilità del sistema "assicurativo sanitario".

È chiaro che il massiccio stress a cui il mondo sanitario è stato sottoposto frammisto alle polemiche scientifiche e organizzative, non poteva non lasciare il segno. Oggi, da più parti, si è in attesa di eventi prefigurati come tragici. D'altronde un prologo della "grande paura" si era avuto in piena crisi quando in Parlamento, nel contesto del Cura Italia, molte furono le proposte di modifica della L. 24/17 per i possibili nuovi profili di responsabilità che l'epidemia portava con sé.

Proposte che erano caratterizzate da una sorta di lavacro che riduceva, soprattutto a favore di aziende ospedaliere e loro dirigenze apicali e politiche, l'esclusione della responsabilità civile se non in caso di "colpa grave" che veniva, aspetto positivo di tali progetti, finalmente definita per Legge.

Gli emendamenti furono però ritirati in quanto alle principali Organizzazioni, anche sindacali, dei medici parve che il principale scopo del Parlamento fosse un eccessivo interesse alle strutture piuttosto che ai professionisti.

Un altro provvedimento, questa volta approvato, che potrebbe incidere sul fenomeno della responsabilità sanitaria è quello relativo all'art. 117 del recente DL Rilancio Italia che blocca l'esecuzione e i pignoramenti nei confronti delle ASL.

Non potendo i creditori, nel caso specifico chi deve incassare risarcimenti per responsabilità medica, agire mediante i suddetti strumenti giuridici, quest'ultimi potrebbero essere tentati di chiamare in causa direttamente i professionisti sanitari possibilmente solvibili tramite assicurazioni private.

È chiaro che, mai come ora, i professionisti della Sanità, soprattutto pubblica, abbiano bisogno di rassicurazioni per svolgere, dopo lo sforzo immane nella pandemia, una tranquillità che mai come oggi è a loro dovuta. Innanzitutto, la legge Gelli, se dipendenti, li tutela, chiamandoli in causa solo in caso di dolo o di colpa grave – per i quali sono tutti assicurati - e con limiti (al massimo 3 volte lo stipendio annuo), in caso di rivalsa aziendale eseguita per il timore dell'intervento della Corte dei Conti.

Va detto che nell'ultimo rapporto annuale di quest'ultima non una parola viene spesa sull'argomento rendendo il fenomeno, tanto paventato, di minor rilevanza. In più, il velo di mistero che grava sull'epidemia come conoscenza scientifica, impedisce di individuare chiaramente comportamenti colposi non avendo a disposizione linee guida o di pratica clinica di riferimento di reale spessore scientifico.

La percezione dell'ambiente medico-legale è che le azioni giudiziarie non siano affatto rivolte contro i medici ma contro soggetti in posizioni apicali di dirigenza nelle RSA ove le conseguenze dell'epidemia sono state particolarmente drammatiche.

Non si può, peraltro, dimenticare che SIMLA (Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni) si è esposta su questo tema, invitando i medici legali del Paese ad affrontare le problematiche di supposte responsabilità mediche, con estrema attenzione e nel pieno rispetto del codice Deontologico, invitando gli Ordini ad intervenire nel caso di violazioni.

Detto questo, non si può non notare, soprattutto nella sanità pubblica, il silenzio delle dirigenze aziendali nei confronti della messa in opera di forme di garanzia per tutti i loro dipendenti.

Proprio per questo, è probabilmente giunto il momento di inquadrare in modo più corretto il tema del costo della responsabilità medica per il Paese chiedendosi se l'incidenza di questo sia tale da suscitare una medicina difensiva certamente, quella sì, gravativa sui bilanci.

Solo un dato: nel 2017 l'IVASS stimava il costo complessivo annuale per il cittadino per la responsabilità medica pari a 13,3 € all'anno, una cifra enorme se moltiplicata per la popolazione.

È vero però che nello stesso anno, l'OCSE riferiva una spesa italiana annuale per cittadino pari a 3198 €. Di conseguenza, l'incidenza sulla spesa totale, risultava pari allo 0,4 %.

Certo tanto, fors'anche troppo, ma queste cifre, anche oggi, sono davvero così intollerabili per il sistema da indurlo alla paralisi della medicina difensiva con effetti terrorizzanti per un'intera categoria di lavoratori? Questa è una delle domande a cui dobbiamo rispondere in un futuro prossimo, gettandoci anche le spalle la tragicità di questi mesi.

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