reputazione

La Cassazione sottolinea l'importanza della comunicazione con i media nella tutela della reputazione

| 9 dicembre 2014


È forse sfuggito a molti operatori del diritto il fatto che leSezioni Unite della Cassazione, con la sentenza del 24 marzo 2014, n. 6827, abbiano cristallizzato anche nel nostro ordinamento un principio che nel mondo anglosassone trova già dimora da tempo, mentre da noi ancora si aggirava come un preoccupante fantasma. Gli Ermellini hanno affermato l'esigenza – per tutti gli operatori del diritto – di tutelare la reputazione dei propri assistiti anche a mezzo di una efficace e tempestiva comunicazione con i mass media.
Esaminando infatti la vicenda del sostituto procuratore della Procura di Milano, che, nell'ambito della vicenda della restituzione di una minorenne egiziana ad un consigliere regionale lombardo, era stata sottoposta a procedimento disciplinare per aver intrattenuto rapporti diretti con i mass media, anziché attenersi ai canali di comunicazione previsti istituzionalmente (cioè rivolgersi in primo luogo al dirigente dell'ufficio e, quindi, al Consiglio superiore della magistratura), i Giudici della Cassazione affermano che " … la concreta percorribilità delle alternative deve essere valutata tenendo presenti: a) l'eventuale rilievo mediatico di notizie che, secondo l'assunto del magistrato, sono contrarie al vero; b) la capacità lesiva delle notizie sia rispetto all'onore professionale del magistrato sia rispetto all'autonomia e indipendenza della magistratura; c) l'esigenza che la risposta sia tanto più pronta quanto maggiore sia il clamore mediatico della notizia lesiva. Sotto quest'ultimo profilo non può tacersi che nell'attuale società mediatica l'opinione pubblica tende ad assumere come veri i fatti rappresentati dai media, se non immediatamente contestati: la verità mediatica, cioè quella raccontata dai media, si sovrappone, infatti, alla verità storica e si fissa nella memoria collettiva con un irrecuperabile danno all'onore". Ne consegue la cassazione del provvedimento disciplinare.
Ovviamente quanto riferito nel caso di specie al magistrato vale incondizionatamente per l'onore di qualunque altra persona.
L'affermazione del principio, evidentemente, non può non avere conseguenze sull'operare quotidiano di ogni avvocato: in primo luogo, la prontezza e l'efficacia della comunicazione con i mass media diventa uno strumento per la tutela del cliente, il che impone al professionista di dotarsi degli strumenti – sia in termini di aggiornamento professionale sia in termini di rete di relazioni – che gli consentano di adempiere a tale compito. Questo, peraltro, genera non poche problematiche di tipo deontologico, laddove le norme attualmente vigenti limitano molto la possibilità per il professionista di esporsi mediaticamente.
In secondo luogo, la nuova affermazione dell'importanza capitale della tutela dell'immagine mediatica del cliente è destinata talvolta ad andare a incidere sulle stesse scelte di strategia difensiva, laddove al professionista è demandato il compito di adeguare il proprio operato anche a questa nuova esigenza. Sempre più spesso, infatti, nell'attuale società, in cui l'apparire ha importanza soverchiante rispetto all'essere, il professionista si trova a dover affrontare situazioni in cui il processo che si svolge sui media è più importante di quello che si svolge nelle aule di giustizia e di questo dimostra di esser pienamente consapevole anche la Suprema Corte, talchè arrivare a una sentenza di assoluzione di un cliente che per anni è stato bistrattato sulla stampa può risultare meno auspicabile, per esempio, di un patteggiamento o una transazione ben gestiti sui media.
Questa nuova frontiera che si apre all'avvocato richiede un adattamento nel modo di affrontare i problemi, impone la presenza di un esperto di pubbliche relazioni nel team di difesa, insieme all'investigatore, al medico legale e agli esperti vari, e, soprattutto, richiede per l'operatore del diritto la capacità di fare talvolta un passo indietro rispetto alle esigenze della comunicazione, proprio perché la verità mediatica, cioè quella raccontata dai media, si sovrappone, infatti, alla verità storica e si fissa nella memoria collettiva con un irrecuperabile danno all'onore.
Questa è la nuova sfida che la sentenza 6827/2014 pone all'operatore del diritto: la possibilità difarsi affiancare da una nuova figura professionale con cui concordare le strategie e condividere la scena.
Quel che è certo è che la qualità percepita da parte del cliente è destinata ad esser influenzata dalla capacità di gestire la comunicazione con i media e, con ogni probabilità a breve anche gli stessi parametri di valutazione della diligenza professionale dovranno tener presente anche questa variabile.

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