Il diritto come strumento di dialogo maieutico: società pluralista e traduzione giuridica interculturale

| 10/01/2020 15:41

Commento a cura dell' Avv. Nocco Bianca Amelia

L'obiettivo della trattazione è dimostrare che la costruzione di una società moderna, interculturale ed interreligiosa si fonda sull'utilizzo del metodo socratico della Verità applicato al fenomeno giuridico.
Le argomentazioni addotte poggiano sulla narrativa costituzionalmente orientata della società civile e sul metodo del bilanciamento dei diritti, poiché solo da una corretta applicazione delle libertà universalmente riconosciute è possibile addivenire al superamento dei particolarismi culturali ed alla ridefinizione delle soggettività culturali.


"Chi si appropria della terra con il suo lavoro non diminuisce ma incrementa gli approvvigionamenti comuni dell'umanità" . [1]

Secondo una tale interpretazione, emigrare allo scopo di colonizzare è da ritenersi giusto secondo ragione allorché il migrante, appropriandosi di una data porzione di terra, diventa produttivo per sé e contribuisce al benessere della società universale. La libertà di movimento ascrivibile a ciascun individuo, quindi, astrattamente giova all'intera comunità globale.

Considerato uno dei più antichi diritti di derivazione giusnaturalistica, il diritto alla migrazione figura come norma di diritto internazionale universalmente riconosciuta ed ascrivibile a ciascun individuo. L'articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo chiarisce che: "Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese".
Parimenti, l'articolo 12 del Patto internazionale sui diritti civili e politici ne definisce il contenuto circoscrivendo la libertà di movimento nel territorio nazionale di uno Stato all'"individuo che vi si trovi legalmente", posto che tale diritto non può essere oggetto di restrizioni salvo quelle necessarie a proteggere la sicurezza nazionale, l'ordine pubblico, la sanità o la moralità pubbliche, gli altrui diritti e le libertà.


Il Comitato sui diritti umani, civili e politici delle Nazioni Unite ha attribuito la competenza sulle questioni giuridiche relative alla legittimità del soggiorno dello straniero alla giurisdizione domestica dello Stato interessato, purché conforme agli obblighi gerarchicamente sovraordinati assunti da quest'ultimo nei confronti della comunità internazionale. Se ne deduce che lo straniero che abbia attraversato illegalmente i confini di uno Stato può essere regolarizzato e considerato alla stregua di chi si trova legalmente nel territorio, poiché spetta alle istituzioni della comunità ospite il dovere di garantire l'esercizio della libertà di movimento e di residenza dei singoli sul proprio territorio.


Tuttavia, il frazionamento del territorio globale in una pluralità di territori, ciascuno con il proprio ordinamento giuridico interno, talvolta ostacola il riconoscimento del diritto umano a migrare e la corretta gestione dei fenomeni migratori.


Nel corso della storia, l'istinto di sopravvivenza dell'uomo ed il suo bisogno naturale di emigrazione hanno condotto ad una generalizzata occupazione coloniale della Terra.


Invero, la progressiva appropriazione di porzioni del territorio globale, confluite insieme con popolo, cultura e religioni nella forma di Stato nazione, sovrano e confinario, ha gettato le basi per la nascita di particolarismi e soggettività nazionali.


Nel secolo scorso, la reazione socio-economica alla rigida definizione dei confini dello Stato costituzionalista europeo ha condotto al graduale consolidamento dell'odierno sistema capitalistico attraverso l'adozione di un approccio neoliberista diretto a rimuovere le frontiere, in funzione della libertà di movimento di beni e servizi verso la liberalizzazione dei mercati.
Parallelamente, in nome della libertà degli scambi e della realizzazione del mercato unico mondiale, il superamento dello Stato confinario ha intensificato l'esigenza dei singoli di circolare liberamente al fine di beneficiare dei vantaggi offerti da una società globalizzata sul piano economico.


Ciononostante, la globalizzazione è figlia del sistema capitalistico, unifica per diversificare. Infatti, sebbene da un lato essa abbia internazionalizzato gli scambi commerciali promuovendo il superamento dei sistemi economici tradizionali, dall'altro ha surrettiziamente introdotto forme di disuguaglianza sociale.


Anche il diritto a migrare, seppur ascrivibile a ciascun individuo ed universalmente sancito dalle normative sovranazionali, è stato investito dalle conseguenze indirette della globalizzazione finendo per essere riconosciuto in modo del tutto asimmetrico ed unidirezionale dal momento che la società occidentale se ne attribuisce selettivamente l'esercizio. Giova ricordare che la libertà di migrare fu astrattamente teorizzata da Francisco de Vitoria al mero scopo di giustificare l'occupazione spagnola dei territori e lo sfruttamento dei popoli che ne derivò.


Ad oggi, l'inversione delle rotte migratorie ha fatto in modo che l'esercizio di un diritto naturale sia di fatto convertito in un reato. Ne sono un esempio le recenti politiche interne in materia di migranti, laddove derogano all'uguaglianza garantita dall'art. 3 della Costituzione quale inviolabile principio dell'ordinamento, adottando una prospettiva di memoria antropologicamente coloniale.

"Respingerlo non possono, quando si tratti di un profugo o, più semplicemente di un lavoratore indispensabile a colmare vuoti. Assimilarlo non vogliono, non ne hanno i mezzi e la forza: o, spesso, è proprio l' "altro" che chiede un riconoscimento, non l'assimilazione" [2]


Si rendono necessarie politiche incisive ed azioni positive affinché il patrimonio culturale delle minoranze sia considerato alla stregua di un plusvalore per l'eredità giuridica e civile occidentale, di talché si possa considerare compiuta l'attuazione sostanziale dello Stato di diritto. Diversamente, le fragilità sociali si trasformeranno in pericoli potenziali per la società civile, perché capaci di diventare causa di discriminazioni a vario titolo.


In altri termini, senza un'adeguata valorizzazione delle differenze sul piano giuridico si rischia di invertire il senso della democrazia, cagionando la svalutazione dei diritti e la progressiva perdita del ruolo critico del popolo, quale macro soggetto onnicomprensivo di una compagine eterogenea di individui titolari di diritti fondamentali.


"Quel che si mette in discussione è l'esistenza di una cultura dominante, da accettare senza alcun preventivo confronto e senza ammettere la possibilità che questo confronto possa arricchire lo stesso quadro di valori e di criteri di riferimento nei quali ci siamo finora riconosciuti. In ciò sta la differenza tra assimilazione e integrazione. E' quello che oggi ci appare un arduo ostacolo da superare può divenire l'occasione per la nascita di una organizzazione sociale dove proprio la fatica del confronto può far rinascere il senso della comunità" . [3]


Questo è quanto Rodotà aveva intuito nel 1990, ed è sulla scorta di tale modello di impostazione della comunità sociale che il presente progetto di ricerca intende orientarsi.

Infatti, l'obiettivo è indagare l'eterogeneità del tessuto sociale occidentale da una prospettiva giuridica interculturale, al fine di predisporre una cassetta degli attrezzi utile per la costruzione di una comunità moderna e plurale, interculturale ed interreligiosa. A tal proposito, al di là delle sue capacità deontiche, il diritto viene eletto quale strumento valido a condurre l'indagine in ragione della sua attitudine a fungere da ponte tra le alterità socio-culturali.

Espressione dei valori culturali di una comunità, esso rappresenta il vero mediatore delle conflittualità sociali, cui è demandata la realizzazione di un dialogo tra culture che dia vita ad una cornice normativa autentica [4] entro la quale coniugare le differenze e favorire proficue contaminazioni. Specificamente, la ricerca interculturale è espressione della capacità del diritto di farsi specchio delle culture altre e di porsi come chiave di rinnovamento e di riaffermazione delle garanzie fondamentali, a tutela dell'ordine democratico e dei valori inclusivi dello Stato di diritto.


Il dialogo giuridico interculturale rappresenta lo strumento di coesione atto a proporre nuovi modelli di inclusione diretti ad ottenere un tessuto sociale dinamico, plurale e sicuro. Peraltro, avviare un processo di integrazione giuridica sarebbe altresì utile a scongiurare i pericoli della stigmatizzazione e dell'alienazione dello straniero, favorendo un maggiore senso di affidamento nelle istituzioni da parte dei cittadini.


Nell'epoca attuale, difatti, la solidità del paradigma socio‑politico occidentale è compromessa dall'impatto della globalizzazione e degli ingenti flussi migratori ed il compito di avviare il mutamento della stratificazione sociale è demandato agli operatori del diritto.


Il costituzionalismo occidentale, che deriva da una giuspolitica comune e definisce l'assetto della società civile europea, presenta una falla capace di minare fino alle fondamenta la sua stessa ragion d'essere: esso mal si adatta a contesti normativi plurali e differenziati e, in presenza di sostanziali cambiamenti sociali, l'affermazione di una società plurale è considerata potenzialmente lesiva dell'omogeneità culturale dello Stato-nazione, quale garante della civitas secolarizzata e del suo corpus normativo atemporale.


Per questa ragione la società occidentale, tradizionalmente di stampo monoculturale e monoconfessionale, appare disorientata dalle continue istanze di riconoscimento avanzate dalle minoranze etniche e religiose presenti sul suo territorio.


Affinché la società civile esorcizzi le sue debolezze evolvendosi in chiave pluralista, il cammino che essa deve affrontare per organizzare la coesistenza tra valori diversi è diretto alla ricerca di valori comuni. In altri termini, occorre che la società si apra al cambiamento senza votarsi all'autodistruzione. A tal fine, viene in ausilio il metodo del bilanciamento tra principi normativi, allo scopo di attribuire diritti e doveri individuandone i reciproci limiti e conducendo all'inevitabile sacrificio di uno in favore dell'altro.


I meccanismi di integrazione, infatti, sebbene possano sembrare di difficile realizzazione, sono insiti al sistema di bilanciamento tra valori fondamentali. Quest'ultimo rivela le potenzialità che il diritto è suscettibile di dispiegare come strumento dialogico e rappresenta il metodo più idoneo a cogliere l'opportunità di aprire la società alle nuove contaminazioni, anche al fine di assecondare la crescita sociale e politica che deriverebbe dal progressivo adeguamento giuridico alle necessità del nostro tempo.


In definitiva, il problema della comunicazione interculturale ed interreligiosa in una società ormai eterogenea sul piano etnico‑culturale non può più essere ignorato, poiché gli effetti giuridici del consolidamento delle differenze in un contesto sociale unitario e nazionalistico fanno emergere l'urgenza dell'integrazione.


La concettualizzazione nella grammatica giuridica del concetto di pluralismo come riconoscimento dell'alterità e dei rispettivi caratteri identitari non è più procrastinabile. Inoltre, al fine di rappresentare la coralità delle istanze sociali, è necessario elaborare un idoneo lessico interculturale, che gli addetti ai lavori possono agevolmente ricavare dall'interpretazione dei valori condivisi dello Stato di diritto.

La soluzione del problema dell'integrazione delle minoranze culturali risiede nella riaffermazione degli ideali democratici e nella grammatica dei diritti fondamentali. Occorre, quindi, un approccio di tipo interculturale, il cui obiettivo sia costruire un'interfaccia che supporti la ricerca di soluzioni democratiche di tipo negoziato, transattivo e inclusivo delle differenti identità [5]


Invero, l'elaborazione di un paradigma di società coerente con la nostra cultura giuridica, il cui sostrato irrinunciabile è ispirato ai valori della democrazia, dell'uguaglianza e della tutela dei diritti umani, passa attraverso la sensibilizzazione della comunità alla convivenza in un contesto differenziato.


In quest'ottica, è essenziale interpretare i valori dello Stato di diritto attraverso una rilettura costituzionalmente orientata della società civile, allo scopo di educare la comunità intera a convivere in un contesto nuovo e plurale.


Il pluralismo, infatti, rappresenta parte integrante del prezioso patrimonio giuridico della nostra Repubblica, cosicché opporsi all'inclusione sarebbe anticostituzionale e violativo di quei valori tradizionali, intrisi di storia e di cristianesimo, che definiscono i tratti occidentali delle nostre radici.


Affinché lo Stato di diritto non tradisca gli ideali democratici su cui poggia, è doveroso promuovere l'adeguamento del diritto positivo ai mutamenti dell'era contemporanea, favorendo la creazione di nuove soggettività sociali, multiculturali e multireligiose che, nella lotta al crescente impoverimento ed alla precarietà, ritrovino il denominatore comune della reciproca dignità e costruiscano insieme un'uguaglianza sostanziale, in ossequio all'obiettivo di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e lʹeguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e lʹeffettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese", come auspicato dal Legislatore Costituente all'art. 3 Cost..


In conclusione, la ridefinizione interculturale delle soggettività sociali rappresenta l'unico modo per preservare la società civile dai conflitti.


Infatti, lungi dal rappresentare un'idea di convivenza utopisticamente pacificata, la costruzione di ponti interculturali tra i cittadini mira a ristabilire un corpus di regole e di valori etici universalmente condivisi, utili a privilegiare la dignità dell'uomo e la sua irripetibile autenticità contro la perpetuazione di qualsivoglia forma di sottomissione delle minoranze.


I tempi sono maturi: il flusso di genti oltre le barriere è foriero di incognite, ma al tempo stesso rappresenta un'opportunità di sperimentazione delle capacità maieutiche del diritto.


Il metodo dialettico di ricerca della verità applicato all'esegesi giuridica dei fenomeni sociali è in grado di garantire proposte di traduzione giuridica interculturale idonee a soddisfare l'istanza di uguaglianza materiale delle soggettività diversificate che in concreto compongono la società pluralista del futuro.


La società occidentale in fieri, maieuticamente sollecitata dalla rielaborazione del diritto in un'ottica pluriculturale e pluriconfessionale, non può che ritrovare nella sua stessa grundnorm – fondata sul triplice dogma della democrazia, della tutela dei diritti e della laicità – il presupposto logico-giuridico della sua rigenerazione.


Il nucleo uno e trino dei valori dello Stato è il punto di partenza della rinascita di una società pluralista, occidentale da un lato e globalizzata dall'altro. La rivendicazione dei diritti inviolabili da parte delle minoranze è gravida di un umanesimo interculturale che, dispiegando le proprie potenzialità evolutive attraverso l'accoglienza delle istanze dell'Altro da sé, è suscettibile di promuovere il superamento dei particolarismi culturali e la costruzione di una cittadinanza planetaria, nell'ottica di una vera e propria palingenesi della società globale.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
1.John Locke, Il secondo trattato sul governo, edizioni Rizzoli, 1998.
2.Stefano Rodotà, Come è difficile costruire la società pluralista su L'Espresso, 1990.
3.Karl Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo, Casa Editrice Astrolabio, 1983.
4.Mario Ricca, Oltre Babele. Codici per una democrazia interculturale, Edizioni Dedalo, 2008.
5.M. RICCA, Oltre Babele. Codici per una democrazia interculturale, Edizioni Dedalo, Bari, 2008.

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