Non esercitabile il diritto di impresa se difforme dagli obblighi urbanistici

| 18/10/2016 10:11

Alessandro M. Basso - Avvocato (Foro di Foggia) e giornalista pubblicista

Il Collegio ha ritenuto che, in tema di attività imprenditoriali private e governo del territorio, il Comune possa stabilire la necessaria corrispondenza delle stesse alle norme di conformità urbanistica e ciò mediante regolamento edilizio ad hoc ed anche con regolamento di igiene locale: così, l'incompatibilità urbanistica costituisce motivo di cessazione, in autotutela, dell'attività e di diniego di nulla-osta


Cons. Stato Sez. V 06/10/2016, n. 4137

Il principio si argomenta dalla sentenza del Consiglio di Stato Sez. V n. 4137/2016, decisa il 22 settembre e depositata il 06 ottobre 2016.

IL CASO

Sulla base del regolamento d'igiene locale ed a seguito di relazioni dell'Unità socio-sanitaria locale, un Comune emanava, nei confronti di un soggetto esercente impresa in una zona classificata dal regolamento edilizio comunale "per spazi pubblici di livello comunale", un provvedimento di cessazione della relativa attività imprenditoriale e di diniego di nulla-osta (all'attività), confermati in primo grado ed impugnati dallo stesso soggetto in sede di appello, poi proseguito dai relativi eredi.

LA DECISIONE

E' legittima, e va pertanto confermata, la sentenza di merito relativamente ad un provvedimento del Comune con cui, accertate le disposizioni previste nel regolamento edilizio comunale (con relativa classificazione di zona) e nel regolamento d'igiene locale e stanti le relazioni dell'U.S.S.L., venga stabilita la cessazione di un'attività imprenditoriale ed, altresì, venga respinta la richiesta di rilascio di nulla-osta.

I PRECEDENTI ED I POSSIBILI IMPATTI PRATICO-NORMATIVI

In primis, vanno richiamati gli artt. 2, 3, 4, 5, 41, 42, 97 e 117 Cost., 822 e 832 c.c.
Bisogna, quindi, focalizzare, sul piano logico-giuridico, sui concetti di bene, norma, vincolo, procedimento, provvedimento, autotutela.

Prima facie, si potrebbe pensare ad una sorta di efficacia, ex se e sine conditione, di un (qualsiasi) diritto purchè previsto dalla Carta costituzionale.

Apparentemente, quindi, bisognerebbe stabilire se:

a) il Comune abbia potestà regolamentare in campo urbanistico;
b) la P.A. locale possa intervenire, amministrativamente, in peius in relazione ad un'attività economica privata e denegarne il nulla-osta;
c) debba sussistere necessariamente un legame formale e/o sostanziale, e comunque giuridico, tra provvedimento di cessazione e diniego di nulla-osta;
d) gli eredi possano proseguire il giudizio d'appello proposto dall'originario ricorrente.

In realtà, sotto il profilo formale-procedurale, due le osservazioni da effettuare.

La prima sull'ampia discrezionalità che caratterizza la potestà della P.A. e, precisamente, del Comune in ambito di programmazione territoriale urbana.

La seconda, anche quale sub-osservazione, sulla natura giuridica, ordinaria e conformativa, del vincolo urbanistico.

Sul piano sostanziale, la principale osservazione riguarda, dunque, la relazione tra prescrizione urbanistica locale ed esercizio del diritto di proprietà.

Segnatamente, necessita valutare se la prescrizione locale incida, o meno, sull'essenza e sulle possibilità di mantenere e conservare il bene oggetto del diritto onde stabilire se si ponga, o meno, in contrasto con le disposizioni costituzionali in subiecta materia.

Sul punto, è da ricordare che il diritto di proprietà è dotato di un contenuto minimo (Corte Cost. 29-12-1995 n. 529) su cui, però, si innestano, in termini di "mutualità integrativa", le funzioni di pianificazione urbanistica (Corte Cost. n. 379/1994), con la conseguenza che la tutela dei principi costituzionali si realizza anche attraverso tale pianificazione: resta salva, peraltro, la possibilità di individuare altri limiti incisivi, ove giustificati da esigenze tecniche e di tutela del territorio, non essendo però consentito un divieto generalizzato, assoluto ed indiscriminato che escluda ogni possibilità di conservazione, manutenzione e concreta fruibilità del bene.

De iure condito, la disposizione che impone la necessaria conformità urbanistica non supera il limite della ragionevolezza e, pertanto, non comprime eccessivamente la situazione giuridica, rectius il diritto, del proprietario (Cons. Stato Sez. V 20-01-2004 n. 148 e 09-09-2013 n. 4472). In altri termini, il regolamento edilizio comunale può dettare vincoli di "azzonamento" ad res ed i provvedimenti amministrativi, recanti titoli ad personam, devono essere "positivi" ovvero risultare, conseguentemente, "compatibili" con i medesimi.

Rebus sic stantibus, la disciplina urbanistica è rilevante ai fini dell'esercizio di un'attività privata d'impresa. La fonte regolamentare locale "sociale" (finisce per) prevale(re), piuttosto che esclude(re), su un diritto costituzionale "economico" e, quindi, il diritto amministrativo "territoriale" su quello pubblico "soggettivo".

In tal senso, non si configura alcuna violazione del diritto di proprietà nonché della libertà dell'esercizio dell'attività imprenditoriale.

Appare, quindi, attualmente condivisibile l'orientamento del Consiglio di Stato secondo cui, in ambito di rapporti tra Pubblica Amministrazione e privato, la P.A. può, a fini urbanistici, annullare ex officio e, peraltro, denegare il rilascio, su istanza del privato, di un provvedimento "economico" (T.A.R. Lombardia-Milano Sez. I n. 610/2010)
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