La P.A. non è tenuta a pronunciarsi sulla domanda di proroga della concessione

16/10/2017 12:55


Commento a cura dell'avv. Morena Luchetti

(clicca qui per il testo della sentenza in commento)

La Terza Sezione del Tribunale toscano, nell'esaminare la censura mossa da parte ricorrente circa il mancato provvedimento della P.A. (correlato al silenzio amministrativo) sull'istanza di proroga della concessione demaniale "in essere", ritiene non sussistere l'interesse concreto ed attuale del concessionario all'emanazione di un provvedimento espresso di modifica della durata del rapporto nel senso di un suo prolungamento.

Il concessionario, titolare di concessione rilasciata il 21 ottobre 2009, presenta al Comune in data 31 dicembre 2015 domanda tesa ad ottenere la variazione del rapporto in punto di "durata", demandando il prolungamento sino a 20 anni (max) in applicazione dell'art. 03 comma 4-bis decreto legge n. 400 del 1993, mediante rilascio di concessione suppletiva, in ragione degli investimenti effettuati e del capitale investito.

Il Comune riscontra, dopo un sollecito, l'istanza, "attestando" l'intervenuta proroga automatica in virtù, anche, dell'art. 24 comma 3-speties D.L. n. 113 del 2016 convertito in L. n. 60 del 2016 (ultima proroga interna al 2020). La continuazione del rapporto al 2020 priverebbe il concessionario dell'interesse ad agire, destituendo di fondamento l'azione contro il silenzio amministrativo.

Il rapporto, secondo il tribunale amministrativo, risulterebbe "stabile" (e non "instabile" come invece assunto da parte ricorrente), posto che, anche dopo la nota sentenza della Corte di Giustizia 14 luglio 2016 C-458/14 e C-67/15, la predetta emanazione della disposizione di cui all'art. 24 comma 3-speties D.L. n. 113 avrebbe conferito certezza al titolo.

Se ne trarrebbe, stando in questi termini la questione, il principio in base al quale la domanda di prolungamento del rapporto oltre il 2020 dettata dagli investimenti e dal capitale impiegato non determinerebbe l'obbligo amministrativo di provvedere, essendo l'interesse del soggetto, in via sostanziale, soddisfatto dal legislatore.

Alcune perplessità, nutrite dai consolidati principi sul procedimento amministrativo, sorgono poiché:
- Il concessionario potrebbe (non è dato sapere con esattezza l'entità degli investimenti ed il piano di ammortamento) effettivamente "desiderare" un rapporto concessorio più ampio, fondando la domanda su tali aspetti remunerativi e tecnici;

-La correlazione tra "durata del rapporto" ed "entità degli investimenti" è assunto quale punto giurisprudenziale, e la stessa CGUE ne ha fatto cenno considerando il "legittimo affidamento " e le peculiarità della singola fattispecie all'esame del giudice nazionale;

-La domanda presentata dal concessionario alla P.A. tende a stabilire, al di là della previsione normativa, la specifica durata del singolo rapporto "superando" il 2020 in ragione dei predetti investimenti;

-Se, come pare, l'interesse non è meramente quello confermativo del beneficio al 2020 – nel qual caso la pronuncia spiegherebbe i suoi effetti logici, essendo superfluo attivare un procedimento amministrativo per l'ottenimento di una decisione "analoga" alla norma di legge immediatamente precettiva e produttiva di effetti sui rapporti in essere – ma diverso e ulteriore, l'avvio ad istanza di parte deve condurre ad un procedimento completo, con un provvedimento espresso finale;

-Ragionevolmente può ritenersi che, essendo la concessione di ottobre 2009 ed affermandosi che gli investimenti effettuati fossero "ingenti", questi ultimi non potessero essere ammortizzati entro il 2020, ma in un arco temporale più lungo;

-Il collegamento tra istanza di prolungamento della concessione ed aspetti tecnici/economici permea l'istanza di concessione suppletiva; all'opposto, ovviamente, la mera richiesta di un provvedimento amministrativo "ad hoc", allo scopo di ribadire la conservazione del rapporto il più a lungo possibile data l'incertezza - in termini generali - normativa della materia, è superflua ed in quanto tale, traslata sul piano processuale, inammissibile.