L'istruzione tra potestà ex lege e diritti costituzionali: illegittima l'istituzione dei corsi universitari esclusivamente in lingua straniera

12/02/2018 14:03

COMMENTO A CURA DI Alessandro M. Basso - Avvocato (Foro di Foggia) e giornalista pubblicista


Il principio in materia di Pubblica Amministrazione si argomenta dalla sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI 29-01-2018 n. 617, decisa il 23 novembre 2017.
Il quesito, oggetto del provvedimento del Collegio amministrativo, è se una Università possa istituire corsi di Laurea e/o di Dottorato integralmente in una lingua diversa dall'italiano.
Nella fattispecie, il Senato accademico di un Politecnico deliberava l'attivazione, a partire dall'anno successivo, di interi corsi di laurea magistrale e di Dottorato di Ricerca esclusivamente in lingua inglese, previo affiancamento di un piano per la formazione dei docenti e per il sostegno agli studenti.
I principali elementi sui quali focalizzare, almeno prima facie, l'osservazione sono: sul piano procedurale, la possibilità (o meno) anche per la Corte Costituzionale di esprimersi su leggi amministrative ed in subiecta materia; sotto il profilo formale, la tipologia dei pronunciamenti del giudice competente (ordinanza, decreto e/o sentenza) nonché della Corte Costituzionale (se, cioè, possa emettere sentenze interpretative di rigetto); il rapporto tra fonti normative di cognizione e, cioè, se un regio decreto possa essere abrogato, anche tacitamente, da una (successiva) legge parlamentare, anche di delegazione; in termini sostanziali, le situazioni giuridiche spettanti a ciascun Ente territoriale nonché ad ogni cittadino.
In subiecta materia, dunque, vanno richiamati gli artt. 3, 5, 6, 9, 10, 11, 33, 34, 97 e 117 Cost., 15 disp. prel. c.c., 271 R.D. 31-08-1933 n. 1592 e 2 l. 30-12-2010 n. 240 nonché i DD.M. 03-11-1999 n. 509, 22-10-2004 n. 270 e 23-12-2010 n. 50.
In primis, va ricordato che l'ordinamento costituzionale interno tutela (anche) le minoranze linguistiche e che, ermeneuticamente, la lingua italiana si pone in posizione di centralità ed ufficialità in quanto da ritenere quale patrimonio (anche) culturale.
Sul punto, è da notare che l'evoluzione sociale determina "spinte" di cambiamento sotto ogni aspetto ed in ogni campo, compreso quello dell'istruzione: segnatamente, l'internazionalizzazione dei corsi di studio, per effetto della globalità, appare sempre più come una esigenza inevitabile dell'uomo, dunque "antropologica".
Tuttavia, in chiave giuridico-normativa, va detto che, per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario nonché per rafforzare l'internazionalizzazione, non è necessaria l'attivazione di corsi esclusivamente in lingua straniera.
Nel merito, cioè, non sussiste un diritto assoluto, sia per le P.A. che per i cittadini, ad istituire/ frequentare corsi di studio interamente in una lingua diversa dall'italiano.
In tal senso, dunque, non è illegittima l'obbligatorietà del corso in lingua straniera bensì l'esclusività dello stesso: ciò, infatti, creerebbe diseguaglianze ed un vulnus alla parità di accesso all'istruzione ed alla libertà di insegnamento, mettendo peraltro l'italiano in posizione marginale.
De iure condito, il principio dell'autonomia universitaria non è da considerarsi prevalente e, pertanto, non assorbe ogni altra situazione giuridica protetta: le potestà, infatti, qualunque sia il nomen iuris, vanno esercitate pur sempre nel rispetto dei diritti costituzionali, spettanti erga omnes.
Nella fattispecie, peraltro, non è invocabile, in re ipsa, la violazione (sostanziale) del diritto all'organizzazione né, altresì, la violazione (formale) del principio della separazione dei poteri.
Sono, dunque, irrilevanti i tempi intercorrenti tra la delibera istitutiva e l'avvio dei relativi corsi, il numero dei corsi istituiti nonché la previsione di affiancamento di un piano di formazione-sostegno: è, altresì, indifferente la tipologia dell'Università (e, cioè, che trattasi di Politecnico) nonché della lingua scelta (cioè, se lingua inglese o altra) ed il relativo numero.
In conclusione, in tema di rapporti tra P.A. e cittadini ovvero tra Università e discenti, è illegittima l'istituzione, da parte di un'Università, di interi corsi di studio esclusivamente in lingue diverse dall'italiano: ciò in quanto si creerebbe, di fatto, un obbligo di conoscere una lingua particolare e si determinerebbe il conferimento di incarichi sulla base di competenze differenti da quelle valutate in sede di reclutamento e dal sapere specifico da trasmettere ai discenti. E', invece, legittima la previsione di affiancare corsi in lingua straniera a corsi in lingua italiana, anche in considerazione delle specificità di determinati settori scientifico-disciplinari (Corte Cost. 24-02-2017 n. 42).
Ergo, va annullata la delibera del Senato Accademico (T.A.R. Milano 23-05-2013 n. 1348).

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