FOCUS IMMIGRAZIONE

IL PERMESSO UMANITARIO: "FIGLIO MINORE" O "FIGLIASTRO" DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE"?

19/03/2018 14:06


Commento a cura dell'Avv. Cristiano Prestinenzi - Studio legale Prestinenzi

Come noto, l'istituto del permesso umanitario risulta essere disciplinato dall'art. 5, comma 6, D.Lgs. 286/1998 (T.U. immigrazione) e dall'art. 32, comma 3, D.Lgs. 25/2008 (relativo alla procedura per il riconoscimento dello status di rifugiato).

-Esso ormai rappresenta in termini statistici la forma di tutela più praticata e maggiormente concessa sia dalle Commissioni territoriali sia dall'Autorità giudiziaria.

-Mentre lo "status di rifugiato" e la "protezione sussidiaria" sono rigorosamente disciplinate nella nozione e nei presupposti in norme specifiche (cfr. D.Lgs. 251/2007, artt. 2, 7, 8, 14), il "permesso di soggiorno per motivi umanitari" non è stato tipizzato dal Legislatore e nel corso degli anni è stato riempito di contenuti dalle Prassi sviluppate dalle Commissioni e dai Precedenti giurisprudenziali.

-Eppure ancora oggi (pur se qualche punto fermo è stato sancito) tale forma di tutela residuale è tutta da scoprire e (a mio avviso) reca in sé delle potenzialità enormi "de iure condendo", al fine di disciplinare più opportunamente ed utilmente il fenomeno e le politiche di immigrazione in generale.

-Atteggiandosi quale norma di "chiusura del sistema", è proprio la sua natura e il suo "carattere aperto" a renderlo uno strumento in prospettiva futura necessario al fine di garantire tutte le posizioni giuridicamente meritevoli di una tutela effettiva.

-Quale allora la nozione ed il contenuto del permesso umanitario? E' solo il "figlio minore" o il "figliastro" della protezione internazionale? Oppure è altra cosa?

-Già oggi, alla luce degli ultimi approdi giurisprudenziali e degli orientamenti forniti dalle medesime Commissioni ministeriali, non è più da considerarsi una forma di tutela minore: il permesso umanitario ha delle "sfaccettature in più", è qualcosa di diverso, è diventato "qualcosa di più".

-E' indubbio che nel permesso umanitario rientrino situazioni di "vulnerabilità" dipendenti da A) "fattori soggettivi" quali: 1) "gravi motivi di salute"; 2) "legami personali e familiari" significativi sul Territorio idonei a garantire il diritto all'unità familiare previsto dall'art. 8 CEDU; ovvero, da B) "fattori oggettivi" quali: 1) "calamità naturali e disastri ambientali"; 2) "temporanea impossibilità di rimpatrio" dovuta a situazioni di insicurezza generalizzata nel Paese di origine destinate comunque a risolversi nel medio-lungo periodo.

-L'elenco della casistica si può rinvenire, tra l'altro, anche nella circolare n. 3716 del 30 luglio 2015 stilata dal Ministero dell'interno.

-In riferimento a quanto sopra detto, ovvero, della "parziale mutazione e spostamento" del permesso umanitario, che a mio avviso si sta atteggiando quale "istituto autonomo" e per buona parte "slegato e indipendente" dalla nozione di protezione internazionale, segnalo che sempre più spesso il rilascio del permesso umanitario da parte dei Tribunali trova le proprie motivazioni nell'avvenuta "integrazione" del richiedente nel "tessuto socio-economico" italiano, per "l'impegno profuso" "nell'apprendere la lingua italiana", nel "conseguimento di un titolo di studio", di un "attestato professionale", di un "tirocinio formativo", di "attività di volontariato" e, infine, nel rinvenimento di regolare "attività lavorativa".

-Le pronunce in questa direzione sono ormai decine distribuite indistintamente su tutto il Territorio nazionale (si veda, per ultimo, l'ordinanza emessa dal Tribunale di Venezia del 1 febbraio 2018 – Rg 12839/2016).

-Insomma, la tendenza è quella di valorizzare il "fattore soggettivo della vulnerabilità" accompagnato dalla "giovane età" del richiedente e a slegarlo dalle condizioni di vita e insicurezza dello Stato di provenienza, tanto da diventare l'avvenuta integrazione quasi l'unico motivo che giustifichi la permanenza sul Territorio italiano (si veda, l'ordinanza del Tribunale di Bologna del 13 settembre 2017 – Rg 2232/201).

-A supporto di quanto detto, si segnala altresì un Provvedimento della Commissione ministeriale di Roma emesso il 17 ottobre 2016 nei riguardi di un cittadino pakistano originario del Punjab; qui l'Organo ministeriale nega la protezione internazionale in quanto da un lato non ritiene credibile il racconto, dall'altro ritiene non vi siano concreti pericoli nella regione di provenienza; ma decide di trasmettere gli atti al Questore per il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari con la seguente motivazione: "valutato il profilo personale del richiedente, con particolare riferimento alla sua giovane età ed al positivo percorso di integrazione intrapreso in Italia, dove il richiedente ha imparato la lingua italiana e si è attivato per la ricerca di un impiego, ottenendo un contratto di lavoro".

-In un tale contesto si inserisce la recente sentenza n. 4455/2018 emessa dalla Sezione I della Cassazione (depositata il 23 febbraio 2018). La Suprema Corte con corposa motivazione, nell'annullare con rinvio una pronuncia della Corte distrettuale di Bari, fissa in realtà dei limiti più stringenti ai fini del riconoscimento del permesso umanitario e invita i Giudici del rinvio ad attenersi al seguente principio di diritto: "Il riconoscimento della protezione umanitaria … non può escludere l'esame specifico ed attuale della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine, dovendosi fondare su una valutazione comparativa effettiva tra i due piani al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell'esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale, in comparazione con la situazione d'integrazione raggiunta nel paese di accoglienza".

-Una sentenza premonitrice era stata già emessa della Corte d'Appello di Bologna nel 22 novembre 2016 (Rg 1299/15), che aveva inteso riformare la prima ordinanza negatoria del Tribunale, riconoscendo i presupposti per la tutela umanitaria.

-La Corte felsinea riconosce la tutela umanitaria ancorando la decisione alla città di provenienza del richiedente cittadino pakistano (Lahore) ove si erano succeduti una serie di attentati con vittime tra i civili, ma menziona anche la lunga e regolare permanenza dello straniero in Italia (dall'anno 2001) unitamente alla ponderazione dell'esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

-Appare evidente come nel caso di specie il Collegio abbia adottato una decisione anche secondo equità, perché non è stato interamente soddisfatto il presupposto della tempestività nella proposizione della domanda di protezione internazionale.

-In conclusione, sarebbe di certo auspicabile che l'istituto del permesso umanitario fosse più chiaramente istituzionalizzato per trovare soluzione ai tanti richiedenti protezione internazionale che non hanno ottenuto le due tutele maggiori e che hanno un contratto di lavoro in corso; ovvero, agli stranieri privi del titolo di soggiorno per varie e giustificate ragioni (in quanto già titolari di permesso che non gli è stato rinnovato per mancanza dei requisiti reddituali o mancato versamento dei contributi previdenziali e, comunque, già integrati e presenti da anni sul Territorio e che abbiano comunque concrete possibilità di rientrare nel circuito lavorativo).

-Il permesso umanitario non è solo una declinazione diversa della protezione internazionale, ma già si atteggia quale istituto giuridico autonomo idoneo a garantire coloro che altrimenti si troverebbe privi di tutela giuridica.

-E' da ricomprendere con immagine plastica tra gli "organi respiratori" del "sistema immigrazione": come un "cuscinetto di salvataggio" la cui ipotetica assenza comprometterebbe fino a minare il meccanismo di funzionamento.

-Il permesso umanitario, il suo corretto utilizzo e la sua implementazione (lungi dall'abuso del diritto) dovrà essere lo strumento fondamentale per governare le politiche migratorie del futuro.