I Comuni e le Case di cura convenzionate non possono più chiedere la restituzione delle rette di ricovero delle persone affette dal morbo di Alzheimer come ai loro familiari

11/12/2018 13:42


a cura dell' avv. Giovanni Franchi

Vi è un'unica domanda che deve porsi quando una persona affetta da Alzheimer o demenza senile viene ricoverato presso una Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) comunale o, comunque convenzionata con Sistema Sanitario: tali enti possono far pagare al malato o al parente la retta per il ricovero del paziente?

Dopo diversi interventi tanto della Cassazione, quanto della giurisprudenza di merito, possono trarsi le seguenti conclusioni:

1.Perché nulla sia dovuto è sufficiente che la persona ricoverata sia affetta da una forma di demenza (Cass. n. 22776/16).

2.Non è necessario che il soggetto sia ricoverato in una clinica; può trattarsi anche di una struttura diversa, purché per la Suprema Corte "secondo le disposizioni di cui alla legge n. 833 del 1978, deve considerarsi sanitaria ogni struttura che tenda al mantenimento e al recupero della salute del malato…" (Id.);

3.È peraltro indispensabile che il ricoverato abbia bisogno di "prestazioni socio-sanitarie ad elevata integrazione sanitaria".

Si è arrivati a tali conclusioni in seguito a diverse sentenze della Cassazione e dei giudici di merito.

Sulla questione si è pronunciata per la prima volta la S.C., con sentenza n. 4558 del 22 marzo 2012, statuendo che la retta deve essere a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Con l'effetto che il Comune non può rivalersi sul malato o, se questi è nel frattempo deceduto, sui suoi parenti. Ciò ad un'unica condizione: che il malato necessitasse o necessiti di prestazioni sanitarie.

In tale prospettiva si è consolidato un indirizzo interpretativo del tutto omogeneo, tale da costituire a dire della Cassazione diritto vivente, nel senso che, nel caso in cui, oltre alle prestazioni socio assistenziali, siano erogate quelle sanitarie, l'attività va considerata comunque di rilievo sanitario e, pertanto, di competenza del Servizio Sanitario.

Di particolare importanza il fatto che per la Suprema Corte non abbia alcuna importanza che vi siano leggi regionali di diverso contenuto. Per la Cassazione, in materia sanitaria la legge che più conta «è il nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana». Ciò anche in considerazione del fatto che l'art. 32 Cost. pone una riserva di legge statale in subjecta materia.

In ossequio alla funzione nomofilattica della Cassazione, anche la giurisprudenza di merito si è uniformata al menzionato principio con diverse sentenze, tra le quali se ne ricordano una del Tribunale di Milano (5 giugno 2015 n. 7020), una del Tribunale di Verona (n. 689/16), un'altra del Tribunale di Treviso (in data 17.3.15), una quarta del Tribunale di Cremona (del 4.12.14), un'altra ancora Del Tribunale di Milano (n. 11616/16). E nello stesso senso si sono pronunciati Trib. Milano n. 7437/17, Trib. Milano n. 4102/17, Trib. Milano 7434/17, App. Brescia n. 386/16, App. Brescia n. 929/17; Trib. Roma n. 14180/16, Trib. Parma 30.5.13.

Ogni questione al riguardo è stata poi superata dalla Suprema Corte, la quale con sentenza n. 22776/16 ha affermato che perché sia tutto a carico del Servizio Sanitario è sufficiente che via sia la somministrazione di farmaci e che il principio si applica anche alla demenza senile.

Tali considerazioni devono essere oggi, peraltro, precisate con riferimento al D.P.C.M. 14 febbraio 2001. Lo stesso ha distinto tra "prestazioni sociali a rilevanza sanitaria", a carico delle ASL, "prestazioni sanitarie a rilevanza sociale", di competenza dei Comuni con partecipazione della spesa da parte dei cittadini e "prestazioni socio-sanitarie ad elevata integrazione sanitaria", a carico del servizio sanitario.

Con riferimento a tale normativa si è espresso il Tribunale di Monza con sentenza n. 617/17 pubblicata l'1.3.17, con il rilievo che i malati di Alzheimer e le persone con demenza senile in stato avanzato hanno sempre bisogno di prestazioni socio-sanitarie ad elevata integrazione sanitaria, con l'effetto che per loro tutta la spesa è a carico del Servizio Sanitario.

Ma le recenti sentenze in materia non finiscono qui.

Se ne deve ricordare una del Tribunale di Firenze (Trib. Firenze n. 1010/18), il quale ha affermato che siamo in questi casi di fronte ad un servizio pubblico, che esclude la ricorrenza di un contratto di diritto privato. Tenuto al pagamento della retta non sono, per l'effetto, il ricoverato o i suoi familiari, ma al 50% il Servizio Sanitario Regionale e per il residuo 50% il Comune.

Non senza dimenticare un'altra recente sentenza del Tribunale di Roma (Trib. Roma n. 12180/18, per la quale tutto è a carico delle AUSL, versandosi al cospetto di prestazioni sanitarie
Non va, per concludere, trascurata la n. 641/18 dell'8.11.18 della Corte d'appello di Trieste, la quale ha condannato una casa di riposo a restituire ai figli quanto era stato pagato per il defunto genitore a titolo di retta di ricovero, ossia la complessiva somma di € 86.296,50.

La Corte d'appello ha fondato la sua decisione sul fatto che il ricoverato, oltre che da Alzheimer, fosse affetto da altre gravi patologie. Dal che ha dedotto la ricorrenza di prestazioni ad alta integrazione sanitaria, con conseguente impossibilità di dividere le stesse per quote, dovendo le medesime essere considerate tutte a carico del Servizio Sanitario.

Benché la giurisprudenza sia ancora piuttosto oscillante nell'individuazione del soggetto tenuto al pagamento (se l'AUSL, la Regione o in parte anche il Comune), un punto ormai è, quindi, fuori discussione: quando unitamente alle prestazione assistenziali sono fornite quelle mediche e quest'ultime abbiano la prevalenza – e così è sempre per i pazienti con l'Alzheimer, affetti da tempo da questa malattia – non può essere chiesto alcunché al malato.