appalti pubblici

La Corte di Giustizia UE afferma la compatibilità con il diritto europeo del rito "super-accellerato" in materia di appalti

12/03/2019 15:22


a cura dell'avv. Roberta Valentini Carnelutti Studio Legale Associato

Con ordinanza del 14 febbraio 2019 (in causa C-54/18), la Quarta Sezione della Corte di Giustizia Europea, pronunciandosi sulla questione sollevata dal T.A.R per il Piemonte, Torino, ha affermato la compatibilità con il diritto europeo del c.d. "rito super-accelerato" di cui al comma 2 bis dell'art. 120 del Codice del processo amministrativo (c.p.a.).

Il Tribunale aveva investito la Corte in via pregiudiziale, domandando se la disciplina europea in materia di diritto di difesa, di giusto processo e di effettività sostanziale della tutela, in particolare gli artt. 6 e 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, l'art. 47 della Carta di Nizza e l'art. 1 della Direttiva 89/665/CEE, del 21 dicembre 1989, sulle procedure di ricorso in materia di aggiudicazione degli appalti pubblici di forniture e di lavori osti ad una normativa nazionale, quale l'art. 120 comma 2 bis c.p.a., che impone all'operatore che partecipa ad una procedura di gara di impugnare l'ammissione o mancata esclusione di un altro soggetto, entro il termine di 30 giorni dalla comunicazione del provvedimento.

Secondo la Corte, questa previsione del rito appalti, è conforme alle norme comunitarie, a condizione che il provvedimento di ammissione o mancata esclusione sia stato comunicato unitamente ad una relazione sui motivi che consenta agli interessati di essere edotti circa un'eventuale violazione delle norme relative all'aggiudicazione dei contratti pubblici.

Tale prospettiva è fondata, in particolare, sull'interpretazione dell'articolo 1 della citata direttiva che, infatti, prevede che gli Stati membri sono tenuti a garantire che le decisioni prese dalle amministrazioni aggiudicatrici possano essere oggetto di un ricorso efficace e, quanto più rapido possibile, sulla base del fatto che tali decisioni abbiano violato il diritto dell'Unione in materia di aggiudicazione degli appalti pubblici.

La Corte, operando un'interpretazione sistematica, rammenta che, ai sensi dell'articolo 2 quater della direttiva 89/665, gli Stati membri possono stabilire termini per presentare un ricorso avverso una decisione presa da un'amministrazione aggiudicatrice, prevedendo un termine di almeno dieci giorni se la spedizione è avvenuta per fax o per via elettronica, oppure, se la spedizione è avvenuta con altri mezzi di comunicazione, di almeno quindici giorni. La medesima disposizione precisa, inoltre, che la comunicazione della decisione dell'amministrazione aggiudicatrice deve essere accompagnata da una relazione sintetica dei motivi pertinenti.

Dunque, il termine di 30 giorni è, in linea di principio, compatibile con il diritto dell'Unione, a condizione che tali provvedimenti siano comunicati unitamente ad una relazione dei motivi pertinenti. Anzi, la Corte ribadisce, uniformandosi alla precedente giurisprudenza (cfr. sentenza del 28 gennaio 2010, Commissione/Irlanda, C‑456/08, EU:C:2010:46), che la fissazione di termini di ricorso a pena di decadenza consente di realizzare l'obiettivo di celerità perseguito proprio dalla stessa direttiva 89/665, obbligando così i partecipanti a contestare i provvedimenti preparatori o le decisioni intermedie del procedimento di aggiudicazione di un appalto entro termini brevi.

Tale esegesi normativa operata dalla Corte certamente non stupisce. Secondo sua costante giurisprudenza, infatti, l'efficacia del controllo giurisdizionale, garantito dall'articolo 47 della Carta di Nizza, presuppone la conoscenza della motivazione su cui si fonda la decisione adottata, al fine di consentire all'interessato di difendere i suoi diritti nelle migliori condizioni possibili (cfr. sentenze del 15 ottobre 1987, Heylens e a., 222/86, EU:C:1987:442, nonché del 4 giugno 2013, ZZ, C‑300/11, EU:C:2013:363).

Il Tribunale amministrativo regionale di Torino ha sviluppato la questione pregiudiziale in un ulteriore quesito: se la normativa nazionale risulti in contrasto con le già citate norme europee nella misura in cui prevede che, in assenza di ricorso contro i provvedimenti di ammissione degli offerenti entro il suddetto termine di 30 giorni, gli interessati non possano eccepire l'illegittimità di tali provvedimenti nell'ambito di ricorsi diretti contro i successivi atti di aggiudicazione.

Coerentemente ai principi evidenziati in precedenza, la Corte ha affermato che la direttiva 89/665 non osta ad una normativa nazionale che prevede un termine di impugnazione e che, conseguentemente, stabilisce che ogni irregolarità del procedimento di aggiudicazione invocata a sostegno di tale ricorso vada sollevata nel medesimo termine previsto, pena la decadenza. Tale interpretazione costituisce costante giurisprudenza della Corte (cfr. sentenze del 12 dicembre 2002, Universale-Bau e a., C‑470/99, EU:C:2002:746; del 27 febbraio 2003, Santex, C‑327/00, EU:C:2003:109; nonché dell'11 ottobre 2007, Lämmerzahl, C‑241/06, EU:C:2007:597).

Ad ogni modo, il ragionamento della Corte è ineccepibile. Infatti, se fosse consentito far valere, in qualsiasi momento del procedimento di aggiudicazione, infrazioni alle norme di aggiudicazione degli appalti, il principio di certezza del diritto e la completa realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva 89/665 sarebbero compromessi.

Dunque, le norme comunitarie non potrebbero ostare alla normativa nazionale che prevede un termine di decadenza di 30 giorni per impugnare i provvedimenti di ammissione, decorsi i quali agli interessati è preclusa la facoltà di eccepire l'illegittimità di tali provvedimenti nell'ambito di ricorsi diretti contro gli atti successivi, a patto che, ovviamente, gli stessi siano venuti a conoscenza dell'illegittimità lamentata.