La Corte Costituzionale sulla parziale riforma del comparto sicurezza e la soppressione del Corpo Forestale dello Stato

| 16/07/2019 14:08


Avv. Egidio Lizza

Con la sentenza n. 170/2019, la Consulta ha affrontato, risolvendole negativamente, diverse questioni di legittimità costituzionale della delega parlamentare contenuta nell'art. 8 della l. n. 124/2015 e della sua attuazione contenuta nel d.lgs. 177/2016, con cui si è prevista la soppressione del Corpo Forestale dello Stato (di seguito, CFS) e l'assorbimento della massima parte delle sue funzioni e del suo personale nell'Arma dei Carabinieri, con attribuzione di residue competenze e personale ad altre amministrazioni dello Stato.

Le questioni, sollevate da tre ordinanze di altrettanti TAR interessati dalle impugnazioni dei decreti di trasferimento subiti dal personale ex CFS, hanno coinvolto diversi aspettidella riforma concernenti (i) il corretto esercizio della delega legislativa, stigmatizzata dai Tribunali come eccessivamente generica nella misura in cui ha demandato all'esecutivo la scelta se trasferire personale e funzioni di un corpo di polizia dall'ambito civile a quello militare, altresì pretermettendo una idonea partecipazione delle Regioni al processo normativo, (ii) la razionalità di una riforma che per esigenze di bilancio sottrae tutela al bene Ambiente chiudendo un Corpo specializzato e disperdendone le professionalità, (iii) la possibilità di invertire la tradizione normativa, concependo la militarizzazione di una polizia, in un contesto storico segnato dal passaggio inverso, ed infine (iv) la lesione del diritto del personale ad autodeterminarsi, non avendo potuto scegliere, in modo incondizionato e libero, serimanere civile o divenire militare, subendo le connesse limitazioni a diritti e libertà costituzionali.

La risposta fornita dai Giudici della Consulta, in primis, è che deve ritenersi conforme a Costituzione una delega legislativa che trasferisca al Governo la scelta se far transitare funzioni e membri di una polizia, dall'ordinamento civile a quello militare, ciò rientrando nella logica degli articoli 76 e 77, primo comma, Cost. (cfr, ex plurimis, Corte Cost. n. 79 del 2019). Si conforta, dunque, il processo verso un progressivo svuotamento di poteri dell'assemblea parlamentare, che parte della dottrina stigmatizza come incauto (T. Martines, Diritto Costituzionale, 391) allorché le scelte afferiscano adecisioni cardine dell'ordinamento, come il travaso di funzioni dalle polizie civili a quelle militari. La delega non è considerata, poi, limitativa delle prerogative delle Regioni, ritenute adeguatamente coinvolte, con il sistema del parere e non dell'intesa, in materie di esclusiva competenza statale (sentenza Corte Cost. n. 105 del 2008). La tutela del bene Ambiente è stata poi considerata adeguatamente preservata in quanto, al risparmio per l'erario, si accompagna la realizzazione di sinergie adatte a conseguire un livello superiore di efficienza, né la dispersione di funzioni, prima unitariamente svolte dal CFS, tra più amministrazioni, realizza una dannosa disgregazione di professionalità. La scelta dell'accorpamento viene anzi valorizzata in base alla distribuzione sul territorio (per effetto già del DM 25.3.1998) degli uffici dell'Arma, analoga a quella del CFS, e differente rispetto a quella della Polizia di Stato ed in base, altresì, al percorso di specializzazione che l'Arma ha avuto in campo agroalimentare ed ambientale, terreni d'elezione del soppresso Corpo.

Il tema sensibile della militarizzazione del personale indotta dalla riforma viene affrontato nell'ultima parte della pronuncia. Al riguardo, il Giudice delle Leggi evidenzia che la medesima è il frutto di un bilanciamento non irragionevole tra l'esigenza di migliorare i servizi di tutela ambientale e forestale, attraverso il trasferimento della maggioranza delle funzioni all'Arma dei Carabinieri, e quella di salvaguardia dei diritti del personale forestale. Secondo la Consulta, la militarizzazione degli ex membri del CFS non è il frutto di un meccanismo coercitivo e l'esigenza del Governo di realizzare una sintesi organizzativa tra due corpi di polizia, anche se afferenti ad ordinamenti diversi, quello civile e quello militare, deve prevalere su ogni altro diritto preteso in giudizio.

E' lecito osservare come, sul tema della mancata tutela del diritto fondamentale di ogni dipendente pubblico, anche appartenente ad una forza di polizia, a che possa autonomamente determinarsi, nei rapporti con lo Stato, scegliendo se essere civile mantenendo le proprie funzioni, ovvero assumere l'onere del militare, dalla sentenza non emergono convincenti argomentazioni.

Per sorreggere la decisione di legittimità della riforma, la Corte ricorda come la nostra Carta fondamentale non garantisca il diritto al mantenimento del rapporto di lavoro pubblico e come, dunque, sia ammissibile la soluzione della mobilità adottata, che ben si contempera (nei suoi diversi livelli di modulazione, che vanno - si noti - fino alla messa in disponibilità del lavoratore, ex art. 33, comma 7 ed 8, d.lgs. n. 165/2001) con l'esigenza di riordino delle strutture amministrative.

E tuttavia sfugge il senso pratico dell'affermazione di principio, se si tiene conto che la mobilità alternativa al transito nell'Arma e dunque alla militarizzazione è stata concessa per posti in numero inferiore al 10% del personale trasferito ed avrebbe comunque determinato, per coloro che vi accedevano, la sottrazione delle qualifiche di polizia giudiziaria e pubblica sicurezza, il transito fuori Regione (nella maggioranza dei casi), nonché l'applicazione del contratto di lavoro privatizzato, che sconta una grave perdita in termini di progressione di carriera, certo non compensata dalla previsione di assegni perequativi.

La considerazione, pure contenuta in sentenza, di una mancata coercizione riguardo l'assunzione dello status di militare è, dunque, senz'altro non condivisibile.

Né convincente è l'ulteriore giustificazione, fornita dalla Consulta a tale delicata riforma del c.d. comparto sicurezza dello Stato, evidenziandosi che il personale militarizzato aveva dotazione d'arma, affermazione che, da un lato, è solo parzialmente vera, in quanto militarizzato è stato anche il personale tecnico del CFS, notoriamente privo di dotazione d'arma e finanche di divisa, e che, dall'altro, non rappresenta affatto adeguatamente i plurimi effetti che conseguono all'acquisizione dello status di militare.

Infine non persuade l'argomento, pure speso, secondo cui la specificità dell'ordinamento militare rispetto a quello civile è oggi mitigata dal riconoscimento dei diritti sindacali (per vero in modo molto più limitativo che per i civili, v. sentenza Corte Cost. n. 120/2018), senza considerare che l'ambito militare è caratterizzato dall'applicazione di leggi del tutto eccezionali, come la legge penale militare che comporta la configurabilità di determinati reati non previsti per i civili, l'aggravamento di pena per altri reati, la rilevanza penale della violazione di doveri disciplinari e di servizio, la soggezione ad una giurisdizione e ad una procedura penale diversa da quella ordinaria, la compressione delle libertà di circolazione, di riunione, di manifestazione del pensiero ed, in parte, di esercizio dell'attività politica.

Tali limitazioni, tuttavia, non sono valorizzate della Consulta ed i limiti alle prerogative costituzionali tipiche dei militari, e che hanno singolarmente innovato la vita professionale di dipendenti prima civili, sono state considerate contemperate dalla concessione di una mobilità, che, seppur estremamente ridotta, è valutata come una fisiologica chiusura di sistema.

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