Consiglio di Stato

Modelli decisionali automatizzati nell'azione amministrativa

18/09/2019 15:03


a cura di Gianluca Fasano


La sentenza del Consiglio di Stato, sez. VI, del 08 aprile 2019, n. 2270, affronta una questione di portata generale derivante dall'introduzione di modelli decisionali automatizzati (algoritmi) nell'azione amministrativa e dal conseguenziale rischio che l'automazione possa incrementare le distanze tra cittadino e pubblica amministrazione.

Per maggiore chiarezza espositiva pare opportuno riepilogare per cenni la vicenda giudiziaria decisa dal provvedimento in commento.

I ricorrenti, docenti della scuola secondaria di secondo grado, nel mese di settembre 2015 venivano inseriti nel piano straordinario di assunzione a tempo indeterminato di cui alla legge n. 107/2015, (fase "B"). A seguito delle operazioni di assegnazione delle sedi, essi lamentavano che, a causa di un algoritmo "di cui non si conoscerebbero le concrete modalità di funzionamento", docenti collocati in graduatoria in posizione deteriore rispetto alle loro avrebbero beneficiato di maggior tutela, per esser stati assunti nelle classi di concorso prescelte e nelle provincie di residenza laddove le loro preferenze, espresse nelle domande di assunzione circa classe di concorso, ordine scuola e sede, non sono state soddisfatte.

Pertanto, chiedevano l'annullamento dei provvedimenti di assegnazione viziati a loro dire per via della mortificazione del principio meritocratico, criterio cardine da rispettare nel reclutamento del personale per l'accesso nell'amministrazione.

Per quanto maggiormente rileva nella presente analisi, le ragioni di interesse della decisione risiedono nella prospettiva, stigmatizzata dal Collegio, che la procedura affidata al calcolatore elettronico non possa sfuggire ai principi giuridici che governano lo svolgersi dell'attività amministrativa.

L'arresto giurisprudenziale è chiaro sul punto: "la regola tecnica che governa ciascun algoritmo resta pur sempre una regola amministrativa generale, costruita dall'uomo e non dalla macchina, per essere poi (solo) applicata da quest'ultima, anche se ciò avviene in via esclusiva".
La decisione promana dall'assunto che l'algoritmo, inteso quale sequenza di istruzioni che definiscono le operazioni da eseguire sui dati per ottenere i risultati, applicato al campo dell'amministrazione, e quindi alla scelta di come soddisfare gli interessi pubblici, rappresenta il vestito digitale indossato dall'atto amministrativo generale, con la conseguenza che ne dovrà necessariamente seguire il regime giuridico.

I vantaggi in termini di semplificazione, di velocità nell'adozione di una moltitudine di determinazioni automatizzate, sono indubbi ma questa nuova categoria per l'interpretazione dei fatti, composta di regole tecniche e informatiche, deve esser comunque contenuta nel solco tracciato dai principi generali, intesi quale sistema primario di categorie per l'interpretazione del reale.

Ne deriva, soggiunge il Collegio, "la necessità che la "formula tecnica", che di fatto rappresenta l'algoritmo, sia corredata da spiegazioni che la traducano nella "regola giuridica" ad essa sottesa e che la rendano leggibile e comprensibile".

In altri termini, la "formula tecnica" rappresentando una proiezione nel mondo digitale della regolamentazione di interessi assunta dalla PA deve, in funzione della piena conoscibilità dell'attività amministrativa, consentire sempre di poter risalire alla "regola giuridica" ad essa sottesa, per poter comprendere la logica che ha condotto l'amministrazione a formulare le
proprie scelte in sede di programmazione.

In tal senso può esser letto, e se necessario ribadito, il primato della regola giuridica quale categoria per l'interpretazione della realtà e degli interessi amministrati.

In conclusione, i giudici di Palazzo Spada, quasi a voler riaffermare il primato dell'uomo sulla macchina, evidenziano la necessità che sia il giudice a "dover svolgere, per la prima volta sul piano 'umano', valutazioni e accertamenti fatti direttamente in via automatica", nell'esercizio di quel sindacato giurisdizionale al quale non può sfuggire la decisione robotizzata.
Conseguentemente, "il giudice deve poter sindacare la stessa logicità e ragionevolezza della decisione amministrativa robotizzata, ovvero della "regola" che governa l'algoritmo
".

In tale contesto, assume la valenza di una vera e propria proclamazione il passaggio con cui il Collegio sottolinea che "il giudice deve poter sindacare la stessa logicità e ragionevolezza della decisione amministrativa robotizzata, ovvero della "regola" che governa l'algoritmo", proprio a voler ribadire la funzione strumentale della macchina e a voler rimarcare che nell'ambito del diritto la dimensione della ragionevolezza, in chiave di tutela di interessi pubblici, è una prerogativa che appartiene soltanto all'uomo.

Alla luce di tali principi, il Collegio dichiara sussistente nella fattispecie una violazione dei principi di imparzialità, pubblicità e trasparenza, poiché non è dato comprendere le modalità con le quali, attraverso il citato algoritmo, siano stati assegnati i posti disponibili nella designazione delle sedi di lavoro.

Le straordinarie potenzialità della digitalizzazione della pubblica amministrazione, funzionale ad un processo di inclusione di cittadini e imprese per una loro partecipazione democratica al funzionamento dello Stato, potrebbero tradursi invece in una loro "esclusione". Rischio da mitigare attraverso un'oculata gestione dei modelli automatizzati da orientare verso una trasparenza rafforzata, in considerazione della tendenziale propensione all'opacità del linguaggio macchina.

Vetrina