OSSERVATORIO COSTITUZIONALE

Edilizia residenziale pubblica: l'assegnazione degli alloggi non può essere subordinata al requisito della residenza o dell'occupazione ultraquinquennale nella Regione

| 11/03/2020 11:20


Prof. Davide De Lungo

L'Osservatorio costituzionale è curato per Diritto24 dal Prof. Davide De Lungo e dall' Avv. Nicolle Purificati

Estremi della pronuncia: sentenza n. 44/2020
Tipologia di giudizio: giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale
Presidente: Cartabia
Redattore: de Pretis
Udienza pubblica: 28/01/2020
Decisione: 28/01/2020
Deposito: 9/03/2020

Oggetto: art. 22, comma 1, lett. b) della legge della Regione Lombardia 8 luglio 2016, n. 16 («Disciplina regionale dei servizi abitativi»), in relazione agli artt. 3, commi 1 e 2, 10, comma 3, e 117, comma 1, Cost., nonché all'art. 11, par. 1, della direttiva 2003/109/CE del Consiglio del 25 novembre 2003, riguardante lo status dei cittadini di Paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo.

La questione: il Tribunale ordinario di Milano dubita della legittimità costituzionale dell'art. 22, comma 1, lett. b), della legge regionale lombarda n. 16 del 2016, ai sensi del quale i «beneficiari dei servizi abitativi pubblici devono avere i seguenti requisiti: […] b) residenza anagrafica o svolgimento di attività lavorativa in Regione Lombardia per almeno cinque anni nel periodo immediatamente precedente la data di presentazione della domanda».
Ad avviso del giudice remittente, la configurazione della residenza o dell'occupazione protratta per un quinquennio come condizione essenziale di accesso al servizio abitativo pubblico sarebbe, anzitutto, una limitazione priva di ragionevole collegamento con la funzione sociale del servizio in questione, dunque contraria all'art. 3 Cost. Inoltre, la previsione sarebbe affetta da due ulteriori profili d'incostituzionalità: da un lato, imponendo un radicamento consolidato al territorio per questi inesigibile, finirebbe per escludere i soggetti titolari di protezione internazionale e umanitaria ex art. 10 Cost.; dall'altro lato, per motivi analoghi, inciderebbe sulla posizione dei cittadini di Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo, cui la direttiva 2003/109/CE accorda lo stesso trattamento dei cittadini nazionali per l'ottenimento dell'alloggio, così violando il diritto europeo e l'art. 117, comma 1, Cost.

La decisione della Corte costituzionale: la Corte ha accolto la questione in riferimento all'art. 3 Cost., con assorbimento delle altre censure. La decisione esordisce ricordando come il diritto all'abitazione «rientr[i] fra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione» ed è compito dello Stato garantirlo, contribuendo così «a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l'immagine universale della dignità umana». «Benché non espressamente previsto dalla Costituzione» – prosegue la Corte – «tale diritto deve ritenersi incluso nel catalogo dei diritti inviolabili […] e il suo oggetto, l'abitazione, deve considerarsi "bene di primaria importanza"».

In questa prospettiva, «l'edilizia residenziale pubblica è diretta ad assicurare in concreto il soddisfacimento di questo bisogno primario, perché serve a garantire un'abitazione a soggetti economicamente deboli nel luogo ove è la sede dei loro interessi […] al fine di assicurare un'esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongono di risorse sufficienti […] mediante un servizio pubblico deputato alla provvista di alloggi per i lavoratori e le famiglie meno abbienti».

Rispetto ai criteri di ammissione e ai filtri di selezione stabiliti dal legislatore, spetta alla Corte, nell'ambito del generale sindacato di ragionevolezza, verificare che vi sia un nesso di coerenza e adeguatezza fra la norma limitativa e la finalità complessiva perseguita dal servizio sociale. Tale nesso strumentale fra mezzo e scopo, nella specie, difetta: posto che il fine dell'edilizia residenziale pubblica è fornire un alloggio a chi ne è privo, versando in situazioni di disagio o di bisogno, la residenza o l'occupazione ultraquinquennale sul territorio regionale non sono in alcun modo indici rilevatori di simili situazioni; anzi, finiscono irragionevolmente per penalizzare, escludendoli a priori, i soggetti più deboli, che spesso godono di minore stabilità. La sentenza - nel rigettare le difese lombarde – non nega che il radicamento territoriale che la Regione ha inteso garantire sia un aspetto meritevole di considerazione; tuttavia, questo non può assumere un rilievo così pregnante, da escludere ogni valutazione circa la necessità costituzionalmente imposta di soddisfare lo stato di bisogno. In applicazione della logica richiamata, la residenza o l'occupazione prolungata possono essere assunti quali parametri concomitanti in sede di formazione delle graduatorie, ma non determinare da soli la stessa ammissione o meno della domanda.

Esito: illegittimità costituzionale parziale

Principali precedenti e riferimenti giurisprudenziali: Corte cost., sentt. nn. 166 e 106 del 2018, 38 del 2016, 168 del 2014, 172 e 161 del 2013, 61 e 40 del 2011, 209 del 2009, 176 del 2000, 404 e 217 del 1988.

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