Prime decisioni del Consiglio di Stato sulla quarantena obbligatoria da COVID-19: la tutela della salute pubblica prevale sul diritto al lavoro e sulle necessità quotidiane

| 01/04/2020 15:32

Commento a cura di Davide Gambetta, avvocato del foro di Roma


I l 30 marzo 2020 è finalmente intervenuto uno dei primi provvedimenti del Consiglio di Stato sul tema degli obblighi di quarantena domiciliare connessi all'emergenza epidemiologica da COVID-19: si tratta del decreto cautelare monocratico n. 1553 reso dal presidente Franco Frattini della sezione Terza, che conclude in appello una vicenda cautelare già decisa in prime cure dal Presidente Pennetti del T.A.R. Calabria, con decreto depositato il 28 marzo 2020, n. 165.


La vicenda è particolarmente attuale, perché attiene alla concreta applicazione di una discussa ordinanza del Presidente della Regione Calabria, la n. 12 del 20 marzo 2020, le cui previsioni sono analoghe (e in parte testualmente ritrascritte) rispetto a provvedimenti emanati per altre regioni e in particolare all'ordinanza del Presidente della Regione Campania n. 15 del 13 marzo 2020.


L'ordinanza – tra le altre previsioni - ribadisce l'obbligo di «rimanere nelle proprie abitazioni», con l'unica eccezione di spostamenti individuali temporanei motivati da comprovate esigenze.

L'obbligo in realtà era – con qualche non significativa differenza - al tempo già prescritto dalla disciplina emergenziale di livello e copertura nazionale (significativamente divulgata con il motto "io resto a casa").

Rispetto alla disciplina nazionale, l'ordinanza impone però ai trasgressori «alla luce della potenziale esposizione al contagio» un periodo di permanenza domiciliare obbligatoria di quattordici giorni, con divieto di contatti sociali.


Il ricorrente, poi appellante, bracciante agricolo, avendo trasgredito all'ordinanza, si era stato destinatario dell'ordine del Sindaco del proprio comune, Corigliano-Rossano, di osservare la permanenza domiciliare ai sensi della predetta ordinanza regionale.


Il privato era prontamente insorto, dichiarando – quanto al pericolo effettivo di contagio - di non essere positivo al virus e di non ha avuto recenti contatti con persone contagiate.

Quanto al periculum, aveva dedotto di lavorare in un settore non interessato dai provvedimenti nazionali restrittivi dell'attività professionale, commerciale e industriale.

Chiedeva quindi accertarsi il proprio diritto di recarsi al lavoro, anche al fine di evitare ripercussioni significative quali il licenziamento, e di attendere alle altre attività di esigenza quotidiana (acquisto di beni di prima necessità).


In prime cure, il giudice amministrativo, nel contemperare gli interessi in gioco, riteneva «doversi dare prevalenza a quello pubblico inerente la tutela della salute della collettività e della necessità di arginare qualsiasi rischio di contagio», anche in considerazione del fatto che l'imposta quarantena era stata ormai espiata «per più di metà della sua durata».


Interposto appello, la questione incontra infine soluzione – quanto al momento cautelare – nel provvedimento qui in commento, il cui spettro investe anche la legittimità dell'ordinanza regionale.


Il giudice d'appello premette che tanto l'ordinanza regionale quanto il decreto esecutivo del sindaco si inseriscono fisiologicamente nel quadro dei provvedimenti emergenziali relativi al contagio da COVID-19, di rilievo anche nazionale e di matrice anche legislativa, i quali hanno sin da principio previsto un margine di integrazione in capo alle regioni (in considerazione della potenziale difformità territoriali nella propagazione del contagio).


Nel merito, riconosce che le misure emanate dalla regione Calabria sono volte a fronteggiare il «pericolo concreto e imminente di un trasferimento massivo di persone e di contagi, dalle regioni già gravemente interessate dalla pandemia».

Quanto alla profonda limitazione per le libertà e i diritti costituzionalmente protetti si osserva che «per la prima volta dal dopoguerra» una considerevole del patrimonio garantistico della costituzione (libertà di movimento, di lavoro, di privacy) è stata sottoposta a una giustificabile compressione «in nome di un valore di ancor più primario e generale rango costituzionale, la salute pubblica, e cioè la salute della generalità dei cittadini, messa in pericolo dalla permanenza di comportamenti individuali (pur pienamente riconosciuti in via ordinaria dall'Ordinamento, ma) potenzialmente tali da diffondere il contagio, secondo le evidenze scientifiche e le tragiche statistiche del periodo». Sicché le medesime riflettono un ragionevole bilanciamento degli interessi in gioco.


Quanto alle potenziali ripercussioni di un periodo di quarantena sulla necessità di attendere alle mansioni lavorative e alle proprie necessità individuali, il giudice richiama a contemperamento le misure straordinarie previste a livello nazionale dal Governo a tutela del lavoro e delle esigenze alimentari e di prima necessità, sufficienti – almeno nel breve periodo – ad escludere l'esigenza cautelare.


Inoltre, il giudice precisa che il danno conseguente all'impossibilità di attendere alle proprie mansioni lavorative è comunque economicamente risarcibile e pertanto difetta del carattere dell'irreversibilità, sicché viene meno il periculum necessario a sorreggere un'istanza cautelare, tantopiù monocratica.

È da considerare però, che nel caso sottoposto all'attenzione del giudicante, la gestazione del periodo di quarantena era quasi interamente giunta a conclusione (dieci giorni già trascorsi).


Alla luce del discusso pronunciamento cautelare, pare che l'orientamento del Consiglio di Stato, almeno in prima approssimazione, sia rivolto alla tutela preferenziale della salute pubblica, ossia la salute "della generalità dei cittadini", interesse considerato prevalente – con le ovvie riserve e i necessari contemperamenti - rispetto a ogni altro di titolarità privata.

Gli altri interessi, sacrificati in considerazione della grave emergenza, possono (e forse devono) trovare temporanea lenizione nelle misure economiche compensative previste dalle autorità governative, nonché – nel lungo periodo e previ gli accertamenti dovuti – in eventuali misure risarcitorie.


Questo pare ad oggi lo stato dell'arte della giurisprudenza amministrativa in materia di quarantena obbligatorie connesse all'emergenza epidemiologica da coronavirus.

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