Il PCT e il mancato deposito delle "copie di cortesia" giustificano una condanna ex art. 96 c.p.c.?

| 19/02/2015 12:30

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Commento a cura di Nicola Fabiano, avvocato - Autore di Lex24 Modulo Processo Civile Telematico – Esperto Legale

Era prevedibile che con il PCT si formasse giurisprudenza in materia, ma probabilmente non si era considerato che l'attuale deficitario assetto normativo avrebbe favorito pronunce molto discutibili probabilmente volte ad intervenire in ambiti in cui regna il vuoto legislativo.


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È proprio il caso della recente decisione del Tribunale di Milano (n. 543/2015) con cui è stata condannata una parte al risarcimento del danno ex art. 96, comma 3, c.p.c. per non aver "predisposto" le copie di cortesia per l'Organo giudicante, così "rendendo più gravoso per il Collegio esaminare le difese". In sostanza, il Tribunale pronuncia, fra l'altro, una condanna sanzionatoria di euro 5.000,00 fondata su un'arbitraria esigenza processuale del Collegio, posto che il difensore dell'opponente ha provveduto ritualmente a depositare telematicamente le difese. Ad avviso del Collegio, la condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c. si basa sulla non osservanza da parte di uno dei difensori del protocollo PCT intercorso tra gli Avvocati e i Magistrati milanesi che prevede il deposito di una "copia di cortesia" degli atti difensivi.

Il punto nodale è, quindi, il rapporto intercorrente tra la violazione dei protocolli PCT, attualmente esistenti in diversi Tribunali, e l'applicabilità del rimedio previsto dall'art. 96, comma 3, c.p.c.
Riguardo all'articolo 96 c.p.c., il comma 3 è stato introdotto dalla legge 18 giugno 2009, n. 69 e la fattispecie non è collegata in alcun modo alla esistenza di un danno patito dalla parte vittoriosa né al verificarsi di un illecito commesso dalla controparte.

Del resto, inizialmente la giurisprudenza si era già espressa statuendo che "viene introdotta una fattispecie a carattere sanzionatorio che prende le distanze dalla struttura tipica dell'illecito civile per confluire nelle c.d. condanne punitive" (Trib Varese, ord. 23 gennaio 2010).

A ciò si aggiunga che il testo finale del citato comma 3 è stato modificato al termine dei lavori parlamentari con l'eliminazione della previsione di un minimo ed un massimo edittale. Altra giurisprudenza ha poi anche inicato i criteri che vanno applicati per la liquidazione del danno, posto che bisogna tener conto degli elementi che giustifichino un ammontare proporzionato (così Tribunale di Roma, sez. distaccata di Ostia, 9 dicembre 2010).

Recentemente, la Cassazione ha avuto modo di confermare il proprio orientamento sul punto (si vedano le pronunce citate in motivazione) statuendo: "questa Corte ha già ritenuto che la condanna al pagamento di una somma equitativamente determinata, ai sensi dell'articolo 96 cod. proc. civ., comma 3 aggiunto dalla Legge 18 giugno 2009, n. 69, ha natura sanzionatoria e officiosa, sicché essa presuppone la mala fede o la colpa grave del processo, ed è indipendente dalla prova del danno causalmente derivato alla condotta processuale dell'avversario, perseguendo indirettamente interessi pubblici quali il buon funzionamento e l'efficienza della giustizia e, più in particolare, la ragionevole durata del processo con lo scoraggiare le causa pretestuose" (Corte di Cassazione, Sezione 2 civile, Sentenza 22 ottobre 2014, n. 22465).

Ciò posto, alla luce di quanto precisato sulla ratio e la natura della previsione introdotta con il comma 3 dell'art. 96, non sembra esservi dubbio che si tratti un rimedio volto a sanzionare il comportamento processuale sul presupposto di mala fede o colpa grave.


I protocolli PCT, attualmente esistenti in diversi Tribunali italiani, sono sorti per colmare il vuoto legislativo esistente in questa materia, le cui numerose e frammentarie norme vigenti (fondamentalmente tecniche) spesso devono essere combinate con i principi processuali contenuti nel codice di rito, al fine di consentire agli Avvocati, ai Magistrati e al personale di cancelleria di condividere un comportamento processuale uniforme laddove vi sia appunto una mancanza normativa. Invero, proprio il vuoto legislativo e gli interventi normativi frammentari proposti prevalentemente con decreti e non con legge, hanno indotto gli operatori del diritto a strutturare i protocolli sul PCT.

Tuttavia, ciò ha determinato la proliferazione di tali protocolli, spesso diversi, nei Tribunali italiani che devono essere coordinati con il codice di rito. È evidente che i protocolli non costituiscono una "fonte" normativa cogente e, quindi, la violazione o la disapplicazione non comporta alcuna conseguenza sul piano processuale, restando ovviamente prevalenti le norme del codice di procedura civile. In particolare, riguardo alle c.d. "copie di cortesia" è chiaro che si tratta di una mera gentilezza, e certamente non un adempimento di diritto processuale civile, in un'ottica di buoni rapporti tra Avvocatura e Magistratura proprio per favorire alcuni Giudici che non hanno molta dimestichezza con la lettura digitale. Del resto, sul piano propriamente processuale, dallo scorso 31 dicembre è obbligatorio il deposito telematico degli atti difensivi in cancelleria che, quindi, esclude categoricamente possibili depositi analogici (cartacei).

Gli atti depositati telematicamente confluiscono nella "consolle del magistrato" da cui il Giudice può visionare, leggere e stampare i documenti presenti nel fascicolo informatico. Il Tribunale milanese ha pronunciato una condanna sul presupposto di una "pretesa" e non di una violazione di legge, dichiarando espressamente che ciò ha reso "più gravoso per il Collegio esaminare le difese". È evidente l'espressa prevalenza di una esigenza meramente soggettiva non aderente al dettato normativo. Indubbiamente la condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c. può essere anche disposta d'ufficio ma sempre sussistendo i presupposti così come indicati dalla Cassazione e cioè mala fede o colpa grave con la finalità di sanzionare comportamenti processualmente scorretti.

A parere di chi scrive è molto ardito assumere che il mancato deposito della copia di cortesia in ottemperanza al protocollo PCT locale integri gli estremi di un comportamento assunto con mala fede o colpa grave, soprattutto ove venga lamentata una difficoltà nella disamina non direttamente connessa con il deposito ritualmente perfezionato. I limiti acclarati del PCT non possono gravare sull'Avvocatura che così si vede ingiustamente esposta a subire, come in questo caso, inique pronunce di condanna non fondate sul nostro ordinamento giuridico ma su mere esigenze. Pertanto, l'applicazione di una sanzione ex art. 96, comma 3, c.p.c. fondata sulla violazione del protocollo PCT appare destituita di ogni fondamento giuridico, pretestuosa e non aderente ai principi e alle norme – sia pure frammentarie – del processo civile telematico.


Tutto ciò conferma quanto più volte denunciato in ordine alla urgenza di un intervento normativo strutturato in materia di processo civile telematico ma non con l'emanazione di regole tecniche suppletive, bensì con una adeguata completa riforma che faccia chiarezza anche sugli atti che si devono depositare telematicamente, perché – ad esempio – nulla impedisce oggi che, sul medesimo schema previsto per le procedure monitorie, si possa procedere al deposito telematico degli atti introduttivi che hanno la forma del ricorso.