Contratto di investimento

Valido ed efficace il contratto di investimento non sottoscritto dall'investitore

| 13/02/2018 13:11

Il requisito della forma scritta del contratto quadro relativo ai servizi di investimento, disposto dal D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 23, è rispettato ove sia redatto il contratto per iscritto e ne venga consegnata una copia al cliente, ed è sufficiente la sola sottoscrizione dell'investitore, non necessitando la sottoscrizione anche dell'intermediario, il cui consenso ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti". E' questo il principio di diritto espresso dalla Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite attraverso la sentenza n. 898/2017, depositata in Cancelleria il 16 gennaio 2018.

Per mezzo del provvedimento in commento, i Giudici di Piazza Cavour hanno cassato con rinvio la sentenza emessa, in data 22 marzo 2013, dalla Corte d'Appello di Milano la quale, ritenendo che nella fattispecie concreta esaminata mancasse un valido contratto quadro, concludeva per la nullità di alcune operazioni di investimento effettuate da una banca su indicazione del cliente. In forza di tale assunto, l'istituto di risparmio veniva condannato a restituire a favore del risparmiatore il denaro utilizzato per porre in essere l'operazione di investimento.
Il percorso argomentativo seguito dai giudici di merito può così essere riassunto. Poiché l'art. 23 del D.Lgs. n. 58/1998 (c.d. t.u.f.), norma applicabile "ratione temporis" nel caso concreto, prevede la necessità che il contratto quadro venga redatto in forma scritta a pena di nullità, è essenziale che si possa rinvenire un documento sottoscritto da entrambi i paciscenti. Al contrario, laddove il modulo contrattuale venisse sottoscritto dal solo cliente ci si troverebbe al cospetto di una semplice proposta ed, in quanto tale, inidonea a dar vita ad un contratto che deve rivestire obbligatoriamente, ai sensi di legge, una determinata forma.

Prima della pronuncia in analisi, sul tema di cui si discute, la giurisprudenza di legittimità si era divisa essenzialmente in due filoni interpretativi. Da un lato si registravano pronunce che ammettevano la possibilità di concludere il contratto attraverso sottoscrizioni contenute in documenti distinti ma, allo stesso tempo, negavano che si potesse considerare comunque raggiunto l'accordo qualora vi fosse una mera dichiarazione sottoscritta dall'investitore con la quale lo stesso confermasse di aver ricevuto copia del contratto firmata dal soggetto abilitato a rappresentare la banca. Dall'altro vi era un indirizzo interpretativo che concludeva per la non nullità (per difetto di forma) nei casi in cui il contratto, a prescindere dall'effettiva sottoscrizione – congiunta e contestuale - dei contraenti, avesse avuto "pacifica esecuzione" alla luce degli ordini di investimento effettuati in seguito alla conclusione dell'accordo.

Come preannunciato, le Sezioni Unite, chiamate a dirimere il contrasto formatosi sull'argomento, effettuano una scrupolosa e puntuale analisi della questione partendo da una indagine critica e ragionata dell'art. 23 del t.u.f.. Attraverso quest'ultima norma, il Legislatore italiano ha voluto enfatizzare il fatto che i contratti relativi alla prestazione di servizi di investimento e quelli accessori debbano essere redatti per iscritto e che un esemplare debba essere consegnato al cliente.

Ed è proprio quest'ultimo soggetto, come emergerà anche dalla disamina che verrà effettuata in seguito, l'unica parte che può far valere la nullità del contratto nel caso in cui non venga osservata la forma prescritta dalla legge.
Secondo la giurisprudenza qui in commento, la ratio della norma sarebbe chiara: tutelare e proteggere gli interessi della parte contrattuale debole. Invero, la regolarità e la trasparenza del mercato del credito si configurerebbero come finalità comunque perseguite dalla norma, ma in maniera mediata ed indiretta. In altre parole, gli interessi del cliente vengono prima di tutto.
Invero, saremmo al cospetto di una c.d. nullità relativa. Quest'ultima sarebbe prevista al fine di, volendo richiamare le espressioni utilizzate dalla Suprema Corte, "proteggere in via diretta ed immediata non un interesse generale, ma anzitutto l'interesse particolare". Pertanto, "l'interprete deve essere attento a circoscrivere l'ambito della tutela privilegiata nei limiti in cui viene davvero coinvolto l'interesse protetto dalla nullità, determinandosi altrimenti conseguenze distorte o anche opportunistiche".

Ecco allora che si renderebbe necessario mutare la prospettiva di lettura rispetto al vincolo di forma imposto dal legislatore. Pertanto, occorrerebbe prende atto di come a nulla rilevi richiamare e fare riferimento alla categoria generale della nullità prevista dal codice civile.
Secondo tale indirizzo epistemologico, sarebbe necessario, al contrario, indagare quale sia la funzione propria della norma specifica al fine di comprendere se ed in che termini il rimedio in discussione sia effettivamente esperibile o invocabile nel caso concreto.

Pertanto, alla luce delle considerazioni sopra svolte, ci si dovrebbe necessariamente spostare dal piano strutturale a quello funzionale della nullità. Seguendo quella che è la finalità della norma, secondo l'interpretazione accolta dalla S.U., non si potrebbe che concludere per la necessità che il contratto venga redatto nella forma scritta (presenza fisica di un documento compilato per iscritto e sottoscritto dal cliente) e che lo stesso venga, ai sensi dell'art. 23 del t.u.f., consegnato all'investitore.
Nel contesto appena prospettato, l'effettivo consenso della banca potrebbe anche essere desunto dai comportamenti concludenti posti in essere dall'istituto stesso nel corso dello svolgimento del rapporto.
In conclusione, si osserva come il principio espresso dalla Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite scaturisca dalla seguente considerazione. Posto che la categoria della nullità relativa segna il passaggio da un concetto generale di ordine pubblico ad uno speciale - definibile come "ordine pubblico di protezione" - in forza del quale ad essere tutelati sono determinati soggetti giuridici appartenenti a specifiche categorie ritenute vulnerabili ed, in quanto tali, bisognose di protezioni rafforzate (gli investitori nel caso di specie), la mera mancata sottoscrizione dell'intermediario, parte contraente "forte", non può comportare la nullità del contratto quadro.