CONTRATTO IN FRODE ALLA LEGGE

In frode alla legge è il contratto che realizza una causa illecita

| 13/04/2018 15:34

Nel contratto in frode alla legge di cui all'art. 1344 cod. civ., gli stipulanti raggiungono attraverso gli accordi contrattuali il medesimo risultato vietato dalla legge, con la conseguenza che, nonostante il mezzo impiegato sia in thesi lecito, è illecito il risultato che attraverso l'abuso del mezzo e la distorsione della sua funzione ordinaria si vuole in concreto realizzare. Presupposto dunque indefettibile perchè si possa parlare di contratto in frode alla legge è che il negozio posto in essere non realizzi quella che è una causa tipica – o comunque meritevole di tutela ex art. 1322, secondo comma, cod. civ. – bensì una causa illecita in quanto appunto finalizzata alla violazione della legge.

Tali principi, già enunciati dal giudice di legittimità in precedenti arresti, sono ora stati ribaditi in una recente decisione (Cass. civ., Sez. I, sentenza 6 aprile 2018, n. 8499 , Pres. Didone, Rel. Fichera).

Nel caso di specie, la Suprema Corte, rigettando il ricorso, ha ritenuto incensurabile la sentenza impugnata con la quale la corte territoriale, respingendo l'appello della società ricorrente, aveva confermato la decisione del tribunale di rigetto dell'impugnazione dei crediti di una s.r.l. e di una s.p.a. già ammessi al concorso del fallimento di altra società di capitali. Secondo il giudice distrettuale, il contratto di affitto di azienda stipulato tra la società fallita e la predetta s.r.l., da cui discendevano i crediti oggetto di ammissione allo stato passivo, non poteva ritenersi nullo in quanto in frode alla legge – essendo diretto ad eludere l'applicazione della norma imperativa che vieta ai beneficiari di finanziamenti pubblici agevolati di distogliere i beni aziendali oggetto dell'erogazione dall'uso previsto – trattandosi di contratto eventualmente in frode al terzo Ministero dello Sviluppo Economico che aveva in precedenza erogato il finanziamento e per legge poteva revocarlo.

Nella vicenda in esame, osserva la sentenza, le parti, come correttamente ritenuto dai giudici di merito, stipularono un contratto che, pur denominato di "collaborazione aziendale", era riconducibile nello schema del contratto tipico di affitto di azienda ai sensi dell'art. 2562 cod. civ. Lungi quindi dal voler realizzare una causa diversa da quella prevista dal detto tipo negoziale – e nella prospettazione della ricorrente anche vietata dalla legge – i contraenti, precisa la Corte, vollero effettivamente affittare l'azienda appartenente alla s.r.l. alla società poi fallita.

La circostanza che l'affitto di detta azienda abbia determinato, nella fattispecie concreta, la violazione di una normativa (cfr., in particolare, l'art. 8 del D.M. 20 ottobre 1995, n. 527) che rende le agevolazioni concesse revocabili quando "..vengano distolte dall'uso previsto le immobilizzazioni materiali o immateriali, la cui realizzazione od acquisizione è stata oggetto dell'agevolazione, prima di cinque anni dalla data di entrata in funzione dell'impianto.." non può all'evidenza, osserva la Corte, determinare alcuna nullità del contratto medesimo. Infatti, in tema di nullità del contratto per contrarietà a norme imperative, ribadisce la Cassazione, unicamente la violazione di norme inderogabili concernenti la validità del contratto è suscettibile, ove non altrimenti stabilito dalla legge, di determinarne la nullità e non già la violazione di norme, anch'esse imperative, riguardanti il comportamento dei contraenti, la quale può essere solo fonte di responsabilità.

La violazione di una norma imperativa, specifica il giudice di legittimità in adesione a precedenti arresti, non dà luogo necessariamente alla nullità del contratto: infatti, l'art. 1418, primo comma, cod. civ. con l'inciso "salvo che la legge disponga diversamente", impone all'interprete di accertare se il legislatore, anche nel caso di inosservanza del precetto, abbia consentito la validità del negozio predisponendo un meccanismo idoneo a realizzare gli effetti voluti dalla norma.

Nella vicenda in esame, precisa la decisione, il divieto legale di distogliere i beni oggetto del finanziamento agevolato dall'uso previsto se da un lato non era suscettibile di condizionare la validità degli eventuali atti negoziali stipulati dai soggetti beneficiari dell'agevolazione, dall'altro, in caso di violazione, trovava già la sua sanzione nella potestà, accordata al Ministero dello Sviluppo Economico, di revocare l'agevolazione accordata.

Non si può pertanto affermare, come ritiene la società ricorrente, conclude la Corte, che l'affitto d'azienda stipulato tra le parti e per mezzo del quale si era determinata la violazione della legge – senza ricorrere ad un marchingegno elusivo della legge ex art. 1344 cod. civ. – fosse per ciò solo nullo, venendo nella fattispecie in essere un divieto, quello imposto dalla norma in parola – rivolto al comportamento dei contraenti e dell'interesse, di natura eminentemente pubblicistica, posto a fondamento del medesimo divieto.


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