FALLIMENTO

Presupposto di fallibilità la durata annuale degli esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento

| 18/06/2018 08:34

Avv.Cristiano Augusto Tofani, Studio legale Tofani

Com'è noto, ai sensi dell'art. 1 L.F., non sono soggetti a fallimento quegli imprenditori che negli ultimi tre anni abbiano avuto un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila ed abbiano realizzato ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila.

In altri termini, il legislatore ha voluto individuare un periodo di riferimento entro il quale verificare la sussistenza dei presupposti di fallibilità, vale a dire il triennio precedente l'istanza di fallimento. Tale periodo decorre dalla presentazione del ricorso per la dichiarazione di fallimento e va riferito agli anni commerciali della gestione economica e non agli anni solari. In tale ambito, si inserisce la recente pronuncia della Suprema Corte n.12963 del 24/5/2018 nella quale si fa riferimento, in particolare, al caso in cui l'esercizio venga chiuso anticipatamente rispetto alla scadenza dell'anno commerciale. La sentenza in esame, nel ribadire in parte orientamenti già espressi, offre alcuni ulteriori chiarimenti e interessanti spunti di riflessione.

IL CONTESTO NORMATIVO

La riforma organica delle procedure concorsuali (D.Lgs. n. 5/06) ed il c.d. "correttivo" (D.Lgs. n. 169/07) hanno innovato i requisiti soggettivi di fallibilità ed hanno introdotto specifiche regole di giudizio per il relativo accertamento.

Ai sensi del novellato art. 1, comma 2, L.F., infatti, non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che esercitano un'attività commerciale (ad eccezione degli enti pubblici), i quali dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti:

a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;

b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;

c) avere un ammontare di debiti, anche non scaduti, non superiore ad euro cinquecentomila.

Dalla lettura delle relazioni illustrative allo schema di decreto legislativo recante la riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali ed al cd. "correttivo", appare evidente che il legislatore ha inteso rispondere alla finalità di aggiornare la nozione di "piccolo imprenditore" con spirito deflattivo rispetto al proliferare delle dichiarazioni di fallimento e, al contempo, superare le incertezze interpretative causate dal riferimento all'art. 2083 c.c..

Dopo la riforma, in giurisprudenza, è subito stato chiaro che la nozione civilistica di "piccolo imprenditore" era stata completamente soppiantata, ai fini della legge fallimentare, dai criteri quantitativi e qualitativi dell'art. 1, comma 2, L.F. (cfr. Trib. Firenze 20 maggio 2008, in Foro Tosc., 2009, 110 e App. Torino 22 giugno 2007, in www.leggiditalia.it, secondo cui, ai fini dell'individuazione dell'imprenditore soggetto a procedura concorsuale, deve farsi esclusivo riferimento ai criteri dimensionali prescritti dal novellato art. 1, comma 2, L.F., senza necessità di indagare ulteriormente se costui sia da considerare "piccolo imprenditore" alla stregua dei criteri previsti dall'art. 2083 c.c.).

La Cassazione, con sentenza 28 maggio 2010 n. 13086, ha puntualmente osservato che il regime concorsuale riformato ha tratteggiato la figura dell'"imprenditore fallibile" con riferimento esclusivo a parametri soggettivi di tipo quantitativo, i quali prescindono del tutto da quello, canonizzato nel regime civilistico, della prevalenza del lavoro personale rispetto all'organizzazione aziendale fondata sul capitale e sull'altrui lavoro. Fermo quanto precede, vi è che l'indicazione degli ultimi tre esercizi anteriori alla presentazione del ricorso consente di delimitare, con certezza, il campo di indagine, evitando difformità di prassi applicative, in coerenza sistematica con la disposizione dell'articolo 14 L.F., il quale prevede l'obbligo del debitore che chiede il proprio fallimento di depositare presso la cancelleria "le scritture contabili e fiscali obbligatorie concernenti i tre esercizi precedenti".....Continua la lettura su Sistema Società, in PlusPlus24Diritto

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