FALLIMENTO

Responsabilità della banca finanziatrice per concessione abusiva del credito solo nel caso di incolpevole affidamento del terzo

| 03/07/2018 14:57

Avv.Cristiano Augusto Tofani, Studio legale Tofani

In materia di concessione abusiva del credito, sussiste la responsabilità della banca, che finanzi un'impresa insolvente e ne ritardi perciò il fallimento, nei confronti dei terzi, che in ragione di ciò abbiano confidato nella sua solvibilità ed abbiano continuato ad intrattenere rapporti contrattuali con essa allorchè sia provato che i terzi non fossero a conoscenza dello stato di insolvenza e che tale mancanza di conoscenza non fosse imputabile a colpa.

Corte di Cassazione, civ., sez. II, sentenza del 14 maggio 2018, n. 11695

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La sentenza in esame contribuisce ad incrementare il panorama giurisprudenziale in tema di concessione abusiva di credito, già tratteggiato con le note pronunce a SS.UU. n. 7029, n. 7030 e n. 7031 del 28 marzo 2006, cui sono seguite le ulteriori pronunce da parte della Suprema Corte n. 13413/2010, n. 9983/2017 e n. 11798/2017.

In particolare, all'esito del citato percorso evolutivo, con la decisione de qua, la Cassazione – nel confermare la legittimazione attiva del Curatore fallimentare ad agire, ex artt. 146 Legge Fall. e 2393 c.c., nei confronti della banca, quale terzo responsabile, in via solidale, del danno cagionato alla società fallita per effetto dell'abusivo ricorso al credito da parte del suo amministratore, in base all'art. 2055 c.c. – ha ribadito che il terzo creditore è legittimato all'azione solo nel caso in cui lo stesso abbia subito un danno a causa di incolpevole affidamento.

IL CONTESTO NORMATIVO

La concessione abusiva di credito, quale fonte di possibile responsabilità risarcitoria in capo al soggetto finanziatore, è un istituto di recente creazione giurisprudenziale, la cui origine può essere riscontrata nell'ampia elaborazione dottrinale dell'abuso del diritto. Il punto di partenza è da rinvenire nella sentenza della Corte di Cassazione n. 343/1993, che, pur pronunciandosi in un caso del tutto peculiare, legato ad una irregolare negoziazione di assegni bancari, ha riconosciuto espressamente all'imprenditore bancario che esercita il credito, una particolare funzione pubblicistica, quella del "bonus argentarius", alla quale conseguono specifici doveri, la cui violazione può minare il buon funzionamento del sistema bancario e causare danni a terzi. La Corte, in quell'occasione, è arrivata a configurare in capo alla banca finanziatrice una "colpa extracontrattuale […] in concreto sostanziatasi nell'omissione della gamma di cautele imposte alle aziende che esercitano il credito".

Il ritardo ermeneutico è stato in gran parte suffragato sia dall'assenza, fino al d.lgs. n. 385/1993 (c.d. T.U.B.), di una normativa esaustiva in relazione all'attività di impresa svolta dalle banche, sia dalla arcaica concezione del cliente quale parte del rapporto destinato a versare in una situazione di "debolezza permanente". Tuttavia, l'entrata in vigore del T.U.B. ha imposto all'autorità giudiziaria di valutare la compatibilità dell'attività creditizia posta in essere dalle banche con i principi sanciti all'interno del citato d.lgs. n. 385/1993, posti a tutela del risparmio ex art. 47 Costituzione e a tutela della concorrenza ex art. 41 Costituzione. L'attività di impresa della banca (ex art. 10 T.U.B.) è infatti necessariamente ispirata dai principi di correttezza e lealtà contrattuale, quali corollari immediati del più ampio principio di buona fede.

Invero, benché si tratti di un principio sancito a livello generale agli artt. 1175, 1375 e 1366 c.c., il principio di buona fede è idoneo a integrare altresì le disposizioni normative particolari contenute all'interno del T.U.B. e, di conseguenza, ad imporre alle banche condotte non abusive nell'esercizio dell'attività di impresa. In particolare, in relazione all'attività di concessione del credito, il principio di buona fede impone alla banca di svolgere un'attività che non sia idonea a ledere né la posizione contrattuale del cliente né la posizione di terzi, ovvero delle imprese concorrenti e dei creditori del cliente.

Del resto, l'attività bancaria, pur essendo di natura privata, non rappresenta solo espressione della libera attività d'impresa ma è anche un'attività di interesse pubblico, in quanto tale sottoposta a vigilanza della Banca d'Italia. Ne consegue che, quando la banca si avvede dell'insolvenza del proprio cliente (ovvero possiede tutti i mezzi per rendersene conto, perché ha possibilità d'informazione della situazione patrimoniale dei propri debitori superiore a quella comune), deve chiederne il fallimento o quanto meno sospendere i finanziamenti. Se, invece, continua a sovvenzionarlo, commette un illecito aquiliano per abusiva concessione del credito, illecito potenzialmente idoneo non solo a danneggiare coloro i quali, tratti in errore dall'apparente solvibilità dell'impresa, hanno continuato a fornire merce all'imprenditore, poi dichiarato fallito, ma anche ad alterare l'equilibrio di tutto il sistema.

Con tale abusivo finanziamento invero la banca offre agli operatori di mercato una sensazione distorta, ingannandoli sulle reali situazioni dell'impresa finanziata ed inducendoli a continuare a trattare con essa, come se fosse un'impresa sana, con la conseguenza che il suo fallimento viene artificiosamente ritardato, con grave pregiudizio per la posizione di tutti i creditori: di quelli anteriori al fallimento tardivo, perché dovranno concorrere con altri creditori e riusciranno a recuperare una somma inferiore a quella che avrebbero riscosso, se il fallimento fosse stato dichiarato tempestivamente; dei creditori posteriori, perché essi a loro volta non avrebbero concesso credito, se il debitore fosse tempestivamente fallito. Fermo quanto precede, giova premettere che la giurisprudenza ha affrontato il tema della concessione abusiva di credito principalmente interrogandosi sulla legittimazione del curatore a proporre l'azione risarcitoria contro gli istituti di credito; negando il più delle volte tale possibilità.

In particolare, le citate tre sentenze a SS.UU. risalenti al 2006 nn. 7029, 7030 e 7031 hanno escluso la legittimazione del curatore fallimentare a proporre, nei confronti della banca finanziatrice, l'azione da illecito aquiliano per il risarcimento dei danni causati ai creditori dall'abusiva concessione di credito, atteso che quest'ultimo potrebbe agire in rappresentanza dei creditori solo per le azioni c.d. di massa, finalizzate alla ricostituzione del patrimonio del debitore nella sua funzione di garanzia generica. Nella specie, la legittimazione ad agire in giudizio è stata circoscritta ai singoli creditori che possano dimostrare di aver contratto con l'imprenditore poi dichiarato fallito, fidando sulla sua solvibilità in funzione del credito che egli godeva sul sistema bancario.

Sennonché nel 2010 la Cassazione è tornata a confrontarsi nuovamente con il tema della legittimazione della concessione abusiva di credito con due pronunce, la n. 17284 e n. 13413. Nella prima è fatta semplice applicazione dei principi già espressi in tema di legittimazione, mentre la seconda merita una particolare menzione in quanto, nell'applicare e richiamare il principio che nega la legittimazione del Curatore nella fattispecie di concessione abusiva del credito, si trova innanzi ad una fattispecie estremamente peculiare, ove vi era stata condanna in sede penale per concorso nei reati di bancarotta e di ricorso abusivo al credito (art. 218 L.F.) sia dell'amministratore che del direttore della filiale che aveva concesso il credito.

In tale sentenza la Cassazione – nel ribadire il principio espresso dalle SS.UU. con la sentenza 7029/2006 (escludendo in radice la possibilità di configurare un danno alla società finanziata ed al suo patrimonio per la prosecuzione dei contratti di credito) – considerato il caso concreto.....Continua la lettura su Sistema Società, in PlusPlus24Diritto

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