OSSERVATORIO PIR

L'avanzata dei PIR frenata dall'incertezza della Legge di Bilancio

25/01/2019 13:55


di Angelo Paletta, docente di management


Dopo la promulgazione in estremis della Legge di Bilancio 2019, il mondo della finanza ha sospeso le attività sui Piani di Risparmio a lungo termine (PIR) fino a quando non giungeranno chiarimenti dal Governo. Infatti, con l'emanazione del provvedimento normativo pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 302 del 31 dicembre 2018, il legislatore che veste la casacca gialloverde ha ottenuto sui PIR l'effetto contrario rispetto a quello desiderato nelle dichiarazioni: è riuscito a bloccare l'emissione di nuovi strumenti finanziari notoriamente destinati ai piccoli risparmiatori perché ha rinviato la più precisa disciplina ai decreti ministeriali attuativi entro 120 giorni, ma ne ha vincolato l'entrata in vigore della legge al 1° gennaio. In questo arco temporale l'incertezza regna sovrana e gli operatori finanziari preferiscono attendere i chiarimenti necessari per evitare di subire nel prossimo futuro delle sanzioni. A tutti è nota la lentezza dei burocrati statali nel predisporre – purtroppo e non di rado in tempi biblici – i decreti attuativi delle leggi promulgate dal Parlamento o delegate al Governo, lasso temporale che i mercati finanziari recepiscono come un fattore di altissimo rischio tale da innescare la sospensione delle attività sine die. Ed i PIR, invece, sono stati un caso di assoluto successo nell'adesione di una moltitudine di sottoscrittori privati tanto da aver raggiunto quota 11 miliardi di raccolta nel solo anno 2017, trend positivo poi confermato anche nel 2018. La chiarezza normativa unita alla certezza dei tempi di attuazione sono due fattori essenziali per gli operatori finanziari. Invece, stavolta le disposizioni normative sui PIR hanno creato paure fondate negli operatori che conoscono la farraginosità e la lentezza dei processi regolamentari all'interno dei ministeri della Repubblica. L'origine del problema all'interno di molteplici disposizioni contenute nella Legge di Bilancio – non per ultimo anche la maggiore tassazione degli enti non profit biasimata anche dal Capo dello Stato nel discorso di Capodanno – è forse correlabile alla compressione dei tempi di approvazione entro il 31 dicembre scorso che il Parlamento si è imposto per evitare la procedura d'infrazione comunitaria e l'attivazione del bilancio provvisorio dello Stato. Se i parlamentari avessero avuto maggior tempo per leggere e discutere i singoli provvedimenti forse non ci sarebbero stati tutti questi inconvenienti.

Il rinvio ad un decreto attuativo interministeriale la causa dell'incertezza sui PIR

Forse il poco tempo a disposizione, forse l'inesperienza di alcuni deputati e senatori ha determinato l'incertezza legislativa riscontrabile nella versione approvata del comma 215 della Legge di Bilancio 2019: «Con decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministro dell'Economia e delle Finanze, da adottare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabiliti le modalità e i criteri per l'attuazione delle disposizioni di cui ai commi da 211 a 214». Con questa sola frase contenuta nella Legge 30 dicembre 2018, n. 145, che è entrata in vigore il 1° gennaio 2019, si sono bloccati miliardi di euro di raccolta tra i piccoli risparmiatori, fondi che per legge devono essere reinvestiti anche nelle PMI italiane. È notorio, infatti, che sono in attesa di emanazione oltre 600 decreti attuativi fondamentali perché molte leggi approvate negli anni scorsi dal Parlamento oppure licenziate dal Governo possano trovare una corretta applicazione sul territorio della Repubblica Italiana.

La rimodulazione dell'asset allocation dei fondi raccolti tramite i PIR

Il Governo "giallo-verde" ha rimodulato quanto era stato legiferato in materia di PIR tramite i commi dal 100 al 114 dell'articolo della Legge 11 dicembre 2016, n. 232. La nuova ripartizione degli investimenti scaturenti dalla raccolta tra i piccoli risparmiatori è così composta: in ciascun anno solare di durata del piano, per almeno i due terzi dell'anno stesso, le somme o i valori destinati nel PIR devono essere investiti per almeno il 70% del valore complessivo in strumenti finanziari, anche non negoziati nei mercati regolamentati o nei sistemi multilaterali di negoziazione (c.d. MTF), emessi o stipulati con imprese residenti nel territorio dello Stato ai sensi dell'articolo 73 del TUIR (Decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917) o in Stati membri dell'Unione europea o in Stati aderenti all'Accordo sullo Spazio economico europeo con stabili organizzazioni nel territorio medesimo. Inoltre, la predetta quota del 70% deve essere investita per almeno il 5% del valore complessivo in strumenti finanziari ammessi alle negoziazioni sui MTF, per almeno il 30% del valore complessivo in strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite nell'indice FTSE MIB della Borsa Italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati e per almeno il 5% in quote o azioni di Fondi per il Venture Capital residenti nel territorio dello Stato sempre ai sensi dell'articolo 73 del TUIR o in Stati membri dell'Unione europea o in Stati aderenti all'Accordo sullo Spazio economico europeo. Il Parlamento ha specificato che gli strumenti finanziari ammessi alle negoziazioni sui MTF devono essere emessi da PMI (comma 212).

La classificazione dei fondi per il Venture Capital nella Legge di Bilancio 2019

I parlamentari italiani hanno stabilito che sono fondi per il Venture Capital gli organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR) che destinano almeno il 70% dei capitali raccolti in investimenti in favore di PMI residenti nel territorio dello Stato o in Stati membri dell'Unione europea o in Stati aderenti all'Accordo sullo Spazio economico europeo con stabili organizzazioni nel territorio italiano. Punto nodale è la soddisfazione di almeno una delle seguenti condizioni: «a) non hanno operato in alcun mercato; b) operano in un mercato qualsiasi da meno di sette anni dalla loro prima vendita commerciale; c) necessitano di un investimento iniziale per il finanziamento del rischio che, sulla base di un piano aziendale elaborato per il lancio di un nuovo prodotto o l'ingresso su un nuovo mercato geografico, è superiore al 50% del loro fatturato medio annuo negli ultimi cinque anni» (comma 213).

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