Novità di case law

Il giuramento decisorio: sempre più severi i limiti di ammissibilità in giurisprudenza

05/02/2019 15:39


Commento a cura dell'avv. Gianfranco Di Garbo - Baker Mckenzie



Con la sentenza in commento del 3.7.2018 (nota1) la Corte d'Appello di Bologna interviene nella disciplina del giuramento decisorio, circoscrivendone la ammissibilità entro limiti piuttosto ristretti, che confinano l'istituo a ipotesi marginali nella pratica giudiziaria.

Con l'ampliarsi delle decadenze istruttorie (ormai un trend consolidato della nostra legislazione, pienamente supportato dalla giurisprudenza) il giuramento costituisce l'ultima spiaggia della parte che non abbia a disposizione altri mezzi di prova.

Si tratta infatti di un mezzo di prova che si può utilizzare quando tutte le altre strade sono impercorribili oppure non più percorribili per effetto di decadenze, ed anche per ribaltare le risultanze di prove già acquisite, posto che il Giudice di merito è obbligato a disporlo, su deferimento della parte, anche se i fatti con esso dedotti siano stati già accertati o esclusi in base alle risultanze probatorie, purché il contenuto del giuramento abbia il carattere della decisorietà in ordine al "thema decidendum" oggetto della controversia. (nota2)

Esso può essere deferito anche in appello, fino all'udienza di precisazione delle conclusioni, come è successo nel caso di specie ove la delazione del giuramento su una lunga serie di circostanze ( e qui non è necessario ripercorrere il giudizio di rilevanza) era stata proposta proprio in sede di precisazione delle conclusioni.

La sentenza è lunga e articolata, ma qui interessa soltanto la parte in cui la Corte si pronuncia sull'ammissibilità del giuramento in appello, negandola per una serie di motivi, ciascuno applicabile a un gruppo di circostanze dedotte:

1. Un primo gruppo di circostanze non sono state ritenute passibili di essere inserite nel deferimento del giuramento perché non caratterizzate dal requisito della "decisorietà". Citando precedenti noti della giurisprudenza di legittimità , la Corte d'Appello interpreta molto restrittivamente tale requisito affermando che i fatti sui quali la parte viene chiamata a giurare devono essere così precisi da consentire al Giudice, in caso di risposta affermativa alla domanda oggetto di deferimento, di decidere "in modo automatico" uno o più capi della domanda.

In realtà la Corte di Cassazione ha assunto talvolta un orientamento più elastico, rimettendo al Giudice del merito un apprezzamento sull'ideoneità della formula a definire la lite e soprattutto ritenendo che il giuramento conservi il carattere della decisorietà anche se da esso possa dipendere la decisione soltanto parziale della causa, cioè quando venga deferito per decidere un punto particolare della controversia, sia pur dotato di una propria autonomia, o perché relativo ad uno dei capi della domanda o anche ad uno dei momenti necessari dell'iter da seguire per la decisione, rispetto al quale il giuramento esaurisce ogni indagine (nota4) : si tratta dunque pur sempe di un elemento di prova che viene rimesso, sia pure come presumptio violenta, all'apprezzamento del Giudice. La controprova della preferibilità di questa interpretazione più elastica la troviamo nell'art. 239 Codice di Procedura Civile, che che disciplinando il caso in cui la parte rifiuti di prestare il giuramento (e neppure lo riferisca all'altra parte) dispone che essa soccombe rispetto alla domanda "o al punto di fatto relativamente al quale il giuramento è stato ammesso".

2. Un secondo gruppo di circostanze è stato escluso dal giuramento perché vertente su fatti nuovi, in precedenza mai allegati e prospettati dal deferente nei suoi atti difensivi. La secca motivazione della sentenza sul punto merita un approfondimento perché si inserisce nel tema, sempre più rilevante dopo le recenti riforme del codice di rito, della differenza tra la fase dell'allegazione dei fatti e quella della deduzione delle prove, che ha visto ampliare e arretrare nel tempo sempre di più il dovere di allegazione dei fatti: la soglia infatti è quella dell'atto di citazione per l'attore e della comparsa di risposta per il convenuto, salvo le limitate possibilità di variatio nello scambio delle memorie ex art. 183 Codice di procedura, sesto comma. Sul punto occorre però precisare che le decadenze di cui al citato articolo sono più rigorose per i fatti c.d. principali della causa, che possono essere variati (senza cadere però nella mutatio libelli) fino alla scadenza del termine per il deposito della prima memoria ex art. 183 6°comma, mentre per i fatti c.d. secondari ( e cioè i fatti rilevanti ai soli fini probatori) il termine è quello della seconda o della terza memoria di cui all'articolo citato, a seconda che si tratti di circostanze a prova diretta o a prova contraria. Ebbene, ancorché vi sia tuttora un nutrito dibattito sul punto, la logica del sistema vuole che il giuramento decisorio possa vertere soltanto sia su fatti principali che su fatti secondari, perché anche dalla veridicità di questi ultimi può dipendere la decisione della causa (nota5) , o su fatti che hanno attinenza anche a uno solo dei momenti dell'iter logico da percorrere per arrivare alla decisione (nota6) . Sarà quindi validamente deferito il giuramento che verta anche su fatti secondari, senza che ciò violi il principio che esso non possa introdurre fatti nuovi, ferma la valutazione sulla decisorietà.

3. Un terzo gruppo di circostanze, infine, è stato escluso perché la risposta della parte sarebbe equivalente alla confessione di un illecito, in spregio a quanto previsto dall'art. 2739 Codice Civile. Nella specie il giurante avrebbe dovuto dichiarare di avere emesso un assegno bancario senza provvista (fatto costituente un illecito punibile con una sanzione amministrativa ex art. 29 D. Legisl. n. 507/1999). E' infatti evidente che in tale caso il giurante si trova davanti a un bivio: giurare il vero e quindi esporsi a subire la sanzione amministrativa, o giurare il falso ed esporsi alla denuncia penale per il falso giuramento. Due caratteristiche della norma vanno evidenziate.

La prima, che per atto illecito, nonostante l'ampia formula dell'art. 2739, si deve intendere solo l'illecito penale o amministrativo oppure anche, secondo la giurisprudenza, l'atto turpe o riprovrevole secondo la coscienza collettiva del tempo (nota7) , mentre resterebbe fuori dalla definizione ( e quindi di possibile inserimento nel giuramento) l'atto illecito che genera mera responsabilità civile (nota8) . La seconda, che il divieto si applica solo quando l'illecito riguarda la parte chiamata a giurare, non l'altra parte: in tale ultimo caso, infatti il giurante è psicologicamente libero perché , giurando in ipotesi il vero, non si confessa autore di un atto potenzialmente produttivo di responsabilità.

NOTE

1 la si può leggere in Il Caso.it, Sez. Giurisprudenza, 20984 pubb. 24/12/2018.
2 Cass. n. 11964/2010.
3 Cass.n.39/2011 e Cass. n.9831/2014.
4 Cass. 2001, n. 15494/2001 e Cass. n. 4275/1995.
5 Si vedano le varie decisioni pro e contro questa posizione nel Commentario al Codice di 6 Procedura Civile di C. Consolo, Milano 2018, vol II pag. 464.
6 Così Cass. n. 15494 / 2001; contra Cass.n. 958271998).
7 Cass, n. 19270/2006 e Trib.Roma 10.6.2004.
8 Cfr. sentenze citate in nota (iv); contra, però, Cass. n. 10850/2007.