SISTEMA SOCIETA' - finanziamento in pool

Interpretazione del contratto e violazione dei suoi canoni ermeneutici

| 12/03/2019 15:22

Corte di Cassazione, sez. I, civ., sentenza del 26 febbraio 2019 n. 5670

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione - in tema di interpretazione ermeneutica dei contratti - ha ribadito il costante orientamento giurisprudenziale secondo cui il sindacato di legittimità sull'interpretazione degli atti di autonomia privata costituisce un tipico accertamento di fatto riservato al giudice del merito, censurabile in sede di legittimità solo in ipotesi di violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale ovvero di motivazione contraria a logica ed incongrua.

La Suprema Corte ha altresì ribadito che, per sottrarsi al sindacato di legittimità, l'interpretazione data dalla corti di merito non deve essere l'unica possibile - o la migliore in astratto - essendo sufficiente che sia una di quelle possibili. Sempre in tale contesto, la Corte di Cassazione ha rammentato che, qualora in sede di legittimità venga contestato il canone di interpretazione adottato dal giudice di merito, il ricorso – per il principio di autosufficienza – deve imprescindibilmente riportare le clausole contrattuali che ne costituiscono l'oggetto.

Il contesto normativo

Nella sentenza in esame vengono affrontate due questioni principali.

La prima, solo incidentale, è relativa alla legittimazione attiva della banca che ha chiesto essere ammessa al passivo di una società cui era stato concesso un finanziamento in pool, senza però essere la capofila.

La seconda, su cui è incentrata la sentenza, verte sull'interpretazione del contratto e sulla impugnazione in Cassazione della decisione resa dal giudice di merito in ordine al canone ermeneutico interpretativo adottato nello scegliere la soluzione ritenuta migliore e/o maggiormente plausibile.

Quanto al primo aspetto, va evidenziato come il trattamento dei finanziamenti in pool, ossia dei prestiti concessi da una pluralità di banche (e, in genere, di co-finanziatori), all'interno delle procedure concorsuali concernenti il soggetto finanziato risulti alquanto controverso sotto vari profili. Difatti, il problema che si pone consiste specialmente nell'individuazione di quali poteri abbia la capofila e, in particolare, se questa possa agire o meno per l'intero credito da restituzione vantato nei confronti del cliente o se possa agire individualmente ciascuna banca finanziatrice.

In particolare, si ritiene che, in caso di fallimento e d'insinuazione al passivo, il consentire alla capofila di agire per l'intero permette una migliore, e comunque più agevole, tutela degli interessi comuni, atteso che la concentrazione dell'intero credito nelle mani di un solo soggetto finisce per agevolare il conseguimento delle maggioranze necessarie e, comunque, facilita la praticabilità delle soluzioni negoziali, in virtù della gestione unitaria del credito vantato.

Poiché, peraltro, dall'esperienza empirica emerge che la presenza della banca agente costituisce un elemento naturale, ma non essenziale, dell'operazione, sorge anche l'analogo problema di determinare se, in sua assenza, i singoli co-finanziatori possano far valere i loro diritti soltanto pro-quota, ovvero rispetto alla somma globale di cui il cliente risulta essere debitore. Tale tematica si intreccia con l'individuazione del tipo di obbligazione dei diversi intermediari, da ricavarsi dal testo della convenzione ovvero applicando la disciplina delle obbligazioni plurisoggettive (con profonde differenze a seconda che si concluda per la natura frazionaria o solidale del credito da restituzione).

Quanto al secondo aspetto esaminato dalla sentenza in commento, che - consistendo nell'interpretazione della convenzione interbancaria sottoscritta dai vari istituti di credito (1) - discende dal primo, vi è che il nostro ordinamento, agli artt. 1362 ss. c.c., prevede espressamente che i criteri di ermeneutica contrattuale, finalizzati all'accertamento dell'esatta qualificazione di un negozio giuridico, devono essere rivolti all'individuazione ed interpretazione della comune volontà dei contraenti ed al successivo inquadramento della fattispecie negoziale nello schema legale paradigmatico corrispondente agli elementi in precedenza individuati che ne caratterizzano l'esistenza giuridica.

Ebbene, costituisce circostanza pacifica che le operazioni ermeneutiche attinenti alla prima fase costituiscono espressione dell'attività tipica del giudizio di merito, il cui risultato, concretizzandosi in un accertamento di fatto, non è sindacabile in sede di legittimità (salvo il limite dell'inadeguatezza della motivazione e della patente violazione alle regole codicistiche di interpretazione).

L'interpretazione e la qualificazione del contratto, invero, sono due operazioni concettualmente distinte sebbene legate da una connessione biunivoca, in quanto volte all'unico fine di determinare l'effettiva volontà negoziale. La ricerca finalizzata ad individuare la reale voluntas dei contraenti, utile per la successiva qualificazione del negozio, non può prescindere dall'osservanza dei canoni ermeneutici di cui all'art. 1362 ss. cc. che rappresentano delle vere e proprie norme cogenti.

Una volta individuata l'intenzione comune delle parti del contratto, il passaggio successivo è la sussunzione del negozio in un paradigma disciplinatorio, così da apprezzarne l'aderenza con una fattispecie astratta, tra quelle preventivamente delineate dal legislatore oppure conformate dagli usi e dalle prassi commerciali.

In tale prospettiva, la qualificazione del contratto ha la funzione di stabilire quale sia la disciplina in concreto applicabile, con le relative conseguenze effettuali. L'attività di interpretazione – giova ribadire, consistente nella ricerca e nella individuazione della comune volontà dei contraenti – è un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito, normalmente incensurabile in sede di legittimità.

La giurisprudenza, difatti, è unanime nel ritenere che il sindacato di legittimità non possa investire il risultato interpretativo in sé (rientrando quest'ultimo nell'ambito dei giudizi di fatto) potendo, viceversa, detto sindacato solo attenersi alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica e della coerenza e logicità della motivazione addotta, con conseguente inammissibilità di ogni critica alla ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito.

In altre parole, in sede di legittimità non può trovare ingresso la critica della ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca esclusivamente nella prospettazione di una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto già dallo stesso esaminati (cfr., ex plurimis, Cass. sentenze n. 7500/2007, n. 10554/2010 e n. 10891/2016).

Al riguardo, si precisa che la Suprema Corte, nelle pronunce che hanno preceduto quella in esame, aveva però precisato che l'accertamento di fatto effettuato dal giudice di merito era insindacabile in sede ........Continua la lettura su Sistema Società, in PlusPlus24Diritto