Sezioni Unite su integrale pignorabilità del compenso amministratore di S.p.a.

| 08/04/2019 07:49

Commento a cura di Susanna Cavallina, STUDIO LEGALE ASSOCIATO SUSANNA CAVALLINA & LUCILLA FOSSACECA



Parrebbe che le Sezioni Unite, con la sentenza n. 1545 del 20 gennaio 2017 abbiano posto fine ad una questione annosa e ampiamente dibattuta.

Ma potrebbe non essere così.


Nel caso di specie, pignorati e assegnati integralmente i compensi vantati dal debitore verso due società, in un caso come amministratore, e nell'altro come membro del CdA, l'esecutato ha promosso opposizione: il Tribunale ha revocato e modificato l'ordinanza di assegnazione, ha qualificato il reddito come parasubordinato e ne ha dichiarato l'impignorabilità oltre il quinto.
Il creditore procedente assegnatario (una Banca, come si evince nelle conclusioni della motivazione) ha proposto ricorso per Cassazione invocando l'omesso accertamento in concreto del grado di subordinazione nella considerazione che il debitore svolgeva la propria attività presso diversi enti, nonché sostenendo la non riconducibilità dell'attività di amministratore al novero delle attività parasubordinate per carenza di continuità e coordinazione.


La Corte dà atto delle varie tesi in tema di qualificazione del rapporto tra amministratore e società, dal negozio sui generis al mandato, dal lavoro subordinato al prestatore d'opera professionale, dalla parasubordinazione alla immedesimazione organica.


In particolare richiama i precedenti giurisprudenziali, originati da controversie sul rito e la competenza, a partire dalla Sentenza SSUU n. 10680/1994 che concludeva per la qualificazione del rapporto società-amministratore come rapporto di parasubordinazione, in relazione all'applicabilità del rito del lavoro, e poi le pronunce che nell'arco di vent'anni, per le questioni più varie hanno esaminato il rapporto tra società e amministratore, anche escludendo la riconducibilità alla categoria della parasubordinazione.


Le Sezioni Unite della Corte escludono in primo luogo la riconducibilità dell'attività dell'amministratore all'alveo della parasubordinazione per l'assenza del requisito della coordinazione ex art. 409 n.3 c.p.c., intesa quale eterodirezione che non sarebbe ravvisabile nemmeno nel potere di controllo ed investitura dell'assemblea; parimenti la Corte qualifica l'amministratore quale "vero egemone dell'ente sociale" e sostiene che egli non possa affatto trovarsi in una posizione di debolezza nel rapporto con la società.


La Corte richiama due recenti pronunce (Cass. N. 14369/2015 e Cass. N. 2759/2016) le quali ricomprendono il rapporto società-amministratore tra i "rapporti societari" devoluti al Tribunale delle Imprese ai sensi del Dlgs. 168/2003 art. 3 comma 2.


Il Giudici di Legittimità non mancano di precisare che il principio affermato riguarda unicamente i casi in cui l'amministratore societario svolga le proprie tipiche funzioni di rappresentanza e gestione dell'ente, e che non è escluso che tra le parti si instauri un diverso rapporto del tutto autonomo riconducibile al rapporto subordinato, parasubordinato o d'opera, secondo l'accertamento del giudice del merito.


Concludono pertanto le S.U. per l'accoglimento del ricorso che - per inciso - conteneva doglianze solo con riferimento all'attività di amministratore del debitore esecutato, e non in relazione all'altra attività di membro del CdA. Ciononostante la Corte ha ritenuto di estendere il decisum ad entrambe le fattispecie stabilendo che sia l'amministratore che il consigliere di società per azioni sono legati all'ente da un rapporto di tipo societario non compreso tra quelli previsti dall'art. 409 n. 3 c.p.c. con la conseguenza che gli emolumenti loro dovuti sono pignorabili integralmente senza i limiti previsti dall'art. 545 c.p.c. comma 4.


La menzionata pronuncia dei Supremi Giudici non esplora tuttavia la ratio dell'art. 545 c.p.c. soffermandosi sul dato formale: la Corte ha indagato la natura del rapporto che lega l'amministratore alla società e la sua qualificazione giuridica ritenendo che da essa potesse discendere tout court l'applicabilità o meno del limite alla pignorabilità.


Il comma 3 dell'art. 545 cpc recita:
Le somme dovute dai privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, possono essere pignorate per crediti alimentari nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o da un giudice da lui delegato.


Per "impiego" dovrebbe intendersi "attività di lavoro presso un ufficio pubblico o privato".
Il vocabolario Treccani al lemma "impiègo" identifica, tra le altre cose, un' Occupazione, [un] lavoro in genere; in partic., la prestazione volontaria, continuativa e retribuita della propria attività professionale, esclusa quella di semplice mano d'opera, alle dipendenze altrui: avere un i.; essere senza i.; chiedere, ottenere un i.; aspirare, concorrere a un i.; perdere, lasciare l'i.; promettere, dare, procurare un i.; i. privato, i. pubblico, a seconda che la prestazione professionale sia a favore di un datore di lavoro privato oppure dello stato o di altro ente pubblico.
L'impiego è dunque un'attività volontaria (non coartata), continuativa e retribuita, ed intellettuale.
Che l'attività di amministratore possa essere effettuata senza compenso per previsione statutaria è stato indicato quale motivo di esclusione dell'attività di amministratore dalla categoria della subordinazione: va osservato che manca nell'ordinamento una norma che prescriva espressamente la legittimità di una previsione statutaria di tal fatta, e che tale legittimità deriva dall'interpretazione giurisprudenziale.


La Costituzione peraltro prescrive il diritto del lavoratore alla retribuzione ma non ne prescrive il divieto alla rinuncia: l'irrinunciabilità, nell'ambito di un rapporto retribuito, riguarda unicamente il riposo settimanale e le ferie.


Si può affermare che un'attività per la quale non sia prevista una remunerazione esuli dalla categoria del lavoro o dell'impiego rientrando piuttosto nell'alveo del ‘volontariato'.


L'impiego, ancora secondo il Treccani, si svolge alle dipendenze altrui: questo è l'aspetto che più ha sollecitato riflessione. L'amministratore è più simile ad un autonomo o ad un lavoratore subordinato o parasubordinato? A chi deve rispondere della propria attività, anche sotto il profilo della responsabilità? Quanta libertà ha di percepire altri introiti?


Le SS.UU. hanno ritenuto escluso un rapporto di dipendenza tra l'Amministratore e la Società, o l'Assemblea dei soci, arrivando ad affermare che l'Amministratore condivide il rischio di impresa e pertanto è più simile ad un imprenditore: tale lettura pare un po' forzata.


Nelle società di capitali è il socio a rischiare il proprio apporto capitale. L'amministratore risponde all'assemblea per la propria attività anche in termini di risultato, con la conseguenza che non può escludersi una "dipendenza" in termini economici anche a fronte della limitazione della libertà contrattuale discendente dall'obbligo di fedeltà e divieto di concorrenza ex art. 2390 c.c.
L'amministratore non gode delle tutele del lavoratore subordinato, ma ne sopporta i vincoli, talora dedicando alla propria attività lavorativa tutto il proprio tempo, al pari e più di un dirigente, e talora con la materiale impossibilità di procurarsi più committenze, ritrovandosi in una vera e propria condizione di dipendenza economica dalla società e dall'assemblea dei soci, l'unica legittimata a deliberare in merito alla nomina ed al compenso dell'amministratore ai sensi dell'art. 2364 c.c.


Può capitare indubbiamente che l'amministratore che sia anche socio percepisca dividendi sotto forma di compensi, sottraendo così fette di utile ai creditori sociali, di cui eventualmente il socio amministratore sia anche garante: ma rientriamo nella patologia, già interessata dalla giurisprudenza tributaria.


Tali stratagemmi possono sottrarre imponibile tassabile poiché i compensi sono deducibili dal reddito sociale: il fisco può contestare tale deducibilità, ravvisando nei compensi una sorta di distribuzione di dividendi, allorché il compenso dell'amministratore non sia congruo, vale a dire sproporzionato rispetto all'attività di questi e alla redditività dell'impresa.


La disciplina fiscale non è affatto ininfluente ai fini della disamina, anzi è proprio in quella sede che il Legislatore manifesta la propria "sensibilità" rispetto alla qualità intrinseca del reddito da sottoporre a tassazione.


Il Legislatore fiscale, annovera tra i lavoratori dipendenti o loro assimilati, gli amministratori di società: la Legge 342/2000, art. 34, abroga il comma 2 lett. a) dell'art. 49 del TUIR, che annoverava il reddito dell'amministratore tra i redditi di lavoro autonomo, e modifica la norma sui 'Redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente' con decorrenza 01/01/2001 introducendo la lettera c bis), comma 1 Art. 47 TUIR: Sono assimilati ai redditi di lavoro dipendente: … c.bis) le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d'imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione agli uffici di amministratore, sindaco o revisore di società, associazioni e altri enti con o senza personalità giuridica ..etc.


L'impiego dunque, così come il lavoro, è un'attività che, in virtù della propria continuità, è idonea a fornire il sostentamento al prestatore e alla sua famiglia, consentendo, quando è possibile, un'esistenza libera e dignitosa a norma dell'art. 36 Costituzione. E' in questo quadro che si inserisce l'art. 545 c.p.c.


Sotto questo profilo è ininfluente l'innovativa corrente giurisprudenziale che riconduce il rapporto società-amministratore alla categoria dei "rapporti societari" devoluti per materia alla competenza del Tribunale delle Imprese ai sensi del Dlgs. 168/2003 art. 3 comma 2.
In conclusione la ratio del 545 c.p.c. è evitare di privare il prestatore di lavoro del proprio sostentamento: solo da quell'attività, lavoro od impiego, egli trae il proprio reddito in maniera continuativa.


Alla luce delle considerazioni svolte non vi sono motivi per escludere in modo generalizzato l'applicabilità della tutela di cui all'art. 545 c.p.c. anche all'amministratore delle società di capitali.
Una ulteriore soluzione potrebbe risiedere nell'indagine caso per caso volta ad accertare in concreto il grado di subordinazione, inteso come dipendenza economica del debitore-amministratore verso la società, anche alla luce della continuità della prestazione e della misura in cui egli svolga la propria attività presso altri enti.