Cassazione: le prostitute non sono pericolose, niente foglio di via

17/05/2019 12:35


di Marina Crisafi - La prostituzione non è reato e non è attività pericolosa. Pertanto, non giustifica l'adozione di un provvedimento di rimpatrio con foglio di via obbligatorio e divieto di far rientro nel territorio nei confronti di chi la esercita. È quanto ribadito dalla Cassazione con la recente sentenza n. 17616/2019 che ha dato ragione a due donne straniere processate per il reato ex art. 76, comma 3, d.lgs n. 159/2011.

La vicenda
Entrambe, sorprese nel territorio di Civitanova Marche ad esercitare il meretricio, venivano condannate in primo e in secondo grado e sottoposte alla misura di prevenzione del foglio di via con divieto di far rientro nel territorio per 3 anni.

Le imputate proponevano ricorso immediato per cassazione, deducendo l'erronea applicazione della legge incriminatrice e chiedendo la disapplicazione dell'atto amministrativo presupposto, atteso che i due decreti di allontanamento erano stati emessi con motivazione del tutto inadeguata, essendo basati esclusivamente sull'attività di prostituzione svolta.

La prostituzione non è reato e non è attività pericolosa
Per gli Ermellini, le due donne hanno ragione.
Sulla base di un ormai consolidato indirizzo interpretativo della corte di legittimità, scrivono i giudici, l'esercizio della prostituzione "non può integrare alcuna delle fattispecie tipiche di pericolosità prevista dall'attuale decreto legislativo n. 159 del 2011". Inoltre, laddove il provvedimento amministrativo di cui all'art. 2 legge n.1423 del 1956 (ossia il foglio di via obbligatorio) sia motivato con esclusivo riferimento all'attività di prostituzione, "è doverosa la sua disapplicazione da parte del giudice penale chiamato a pronunziarsi sulla ricorrenza dell'ipotesi di reato di cui all'art. 2 co. 2 I.1423/56 (attuale art. 76 co.3 d.Lgs. n.159 del 2011)".

Questo perché, spiegano da piazza Cavour, la stessa previsione di legge che facoltizza la misura pone come presupposto dell'ordine di allontanamento "non un qualsivoglia comportamento 'pericoloso per la sicurezza pubblica' ma una condotta pericolosa che sia espressione delle riconosciute categorie criminologiche di cui al precedente articolo 1", ovvero soggetti abitualmente dediti a traffici delittuosi, produttori di proventi derivanti da attività delittuose con cui si sostengono, dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l'integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, sicurezza o tranquillità pubblica.

È del tutto pacifico, invece, che l'esercizio della prostituzione non rientra tra le categorie delle persone pericolose.

L'adescamento è stato depenalizzato
Nè tantomeno può ritenersi condotta di reato quella consistente in fatti di 'adescamento', data la depenalizzazione operata con legge n. 689/1981 della fattispecie originariamente prevista dall'art. 5 co. 1 legge n. 75 del 1958.

In ogni caso, rilevano ancora dal Palazzaccio, anche nell'ambito delle categorie contemplate dalla legge, il provvedimento amministrativo "non può essere motivato con l'indicazione generica della categoria di pericolosità ritenuta presente nel caso specifico, ma deve indicare gli elementi concreti in fatto, riferibili al soggetto interessato, sui quali il provvedimento è fondato".

Dal chiarissimo testo di legge, inoltre, è rilevabile in modo del tutto piano che eventuali reati o comportamenti pericolosi, commessi da terze persone, sia pur occasionati dall'offerta prostitutoria, "non possono ricadere ai sensi di legge sul soggetto che si prostituisce, a meno che l'offerta stessa non si concretizzi in condotte di reato".

Da qui l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

Vetrina