La riforma costituzionale sul referendum propositivo: considerazioni sul rapporto fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta nell'era di internet

| 17/07/2019 12:39

Professore a contratto di Diritto Pubblico - Università San Raffaele


Da più di un anno, sono all'esame delle Camere due proposte di riforma costituzionale di estremo rilievo.
La prima prevede la riduzione del numero dei parlamentari elettivi a 600 (400 deputati e 200 senatori), rispetto agli attuali 945; la proposta in questione è stata già approvata da entrambe le Camere in prima lettura, e lo scorso 11 luglio l'aula del Senato ha dato il via libera anche in seconda deliberazione.
L'altra proposta prevede invece l'introduzione del cosiddetto referendum propositivo: cioè, in termini più precisi, di un'iniziativa popolare rafforzata, sottoscritta da almeno 500 mila elettori, con la possibilità per i promotori di sottoporre il testo a referendum approvativo, qualora il Parlamento non lo approvi, o lo approvi con contenuti differenti, entro 18 mesi. Questa proposta è stata approvata dalla Camera in prima lettura, ed ora è all'esame del Senato.
A ben vedere, queste due riforme, pur viaggiando su binari autonomi, non sono delle monadi, ma "fanno sistema", e sono accomunate da una medesima logica. Questa logica è la rivisitazione del modello democratico, nell'intento di disegnare un nuovo equilibro fra le componenti riconducibili al sistema della democrazia rappresentativa, e quelle ascrivibili al paradigma della democrazia diretta. Infatti, una riforma, quella sul referendum propositivo su cui mi concentrerò nel presente contributo, è volta a dotare i cittadini di uno strumento legislativo diretto, nella prospettiva di aumentarne il coinvolgimento nei processi di produzione normativa e, più in generale, nella definizione dell'indirizzo politico, anche al di là del momento elettorale; la riduzione del numero dei parlamentari, già da tempo oggetto di ampie disamine, in accordo a una lettura benevola aspira a rendere più efficiente e meno pletorico il funzionamento delle assemblee rappresentative, anche se non sono certe mancate altre dichiarazioni, alla luce delle quali parrebbe più che questo sia il primo passo verso "l'inevitabile superamento della democrazia rappresentativa" (in questa visione, espressa da Davide Casaleggio in un'intervista a La Verità, lo spazio per il Parlamento "ci sarebbe con il suo primitivo e più alto compito: garantire che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti. Tra qualche lustro è possibile che non sarà più necessario nemmeno in questa forma").
Per comprendere, quindi, la direzione di senso in cui si muovono le riforme, sono necessarie, al contempo, sia una disamina sui contenuti dei testi, sia una valutazione più ampia del contesto entro il quale esse si inscrivono.

Il referendum propositivo
Provando a seguire quest'ordine, e concentrando qui l'attenzione sul referendum propositivo, parto, dunque, dall'esame della proposta.
La premessa doverosa è che si tratta di un testo in fieri: l'articolato di partenza, che a sua volta accorpava una pluralità d'iniziative, è stato ampiamente modificato nell'esame alla Camera; modifiche più circoscritte, ma altrettanto pregnanti, sono ora al vaglio del Senato. Nell'impossibilità di anticipare del tutto i futuri sviluppi, la soluzione più opportuna mi sembra quella di focalizzare i tratti fisionomici della riforma, che possono considerarsi sufficientemente stabili.
Il testo, in somma sintesi, prevede una nuova forma d'iniziativa popolare "rinforzata":
1) qualora la proposta sia presentata da almeno 500 mila elettori, le Camere devono approvarla entro i successivi 18 mesi;
2) se il termine non è rispettato, oppure se le Camere approvano la proposta con modifiche definite dal testo "non meramente formali", può essere richiesto un referendum popolare approvativo sul testo originario d'iniziativa popolare;
3) se il referendum viene indetto, e la proposta riceve il voto favorevole della maggioranza dei voti validamente espressi, e purché questi rappresentino più di ¼ di tutti gli aventi diritto al voto, la proposta originaria popolare è approvata; altrimenti, là dove il referendum non venga indetto, o abbia esito negativo, viene promulgata l'eventuale legge parlamentare con le modifiche "non meramente formali", nel frattempo rimasta sospesa.
Il testo prevede sia dei limiti di ammissibilità, che una forma di controllo preventivo della Corte costituzionale sul referendum.
Quanto ai limiti il testo dispone che il referendum è inammissibile, se la proposta cui esso si riferisce:
i) non rispetta la Costituzione (e dunque, deve ritenersi, anche i vincoli europei e internazionali ex art. 117 comma 1);
ii) è a iniziativa riservata;
iii) presuppone intese o accordi;
iv) richiede procedure o maggioranze speciali;
v) se non provvede alla copertura finanziaria delle sue disposizioni;
vi) se non ha contenuto omogeneo.
Quanto al controllo della Corte costituzionale, questa è chiamata a verificare che la proposta cui il referendum si riferisce è conforme ai limiti appena elencati. Il controllo viene svolto in ogni caso prima che la proposta popolare sia presentata alle Camere, ma non prima che questa abbia coagulato un certo consenso, e cioè almeno 200 mila sottoscrizioni. Secondo le ricostruzioni più accreditate, questo controllo va configurato come un vero e proprio giudizio preventivo di legittimità costituzionale sulla proposta di legge.
Infine, per una ampia serie di aspetti del tutto qualificanti, la riforma rinvia a una legge attuativa da adottarsi a maggioranza assoluta, chiamata a disciplinare: il caso di concorso di più proposte popolari sul medesimo oggetto; il numero massimo; la modalità di verifica delle coperture; le modalità per assicurare uguale conoscibilità alla proposta popolare e all'eventuale proposta concorrente parlamentare; chi sia "l'organo terzo" (verosimilmente, l'ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione) chiamato a valutare se le modifiche introdotte in sede parlamentare siano o meno meramente formali. Su questo così ampio rinvio alla legge attuativa, mi sembra necessarie avanzare i più seri rilievi: con essa si finiscono per decostituzionalizzare, affidando a una mera maggioranza assoluta – soglia per nulla irraggiungibile – aspetti di amplissimo momento, in grado di incidere in modo decisivo, per un verso o per l'altro, rispetto all'impatto della riforma. Basti pensare al numero delle proposte presentabili: se questo dovesse risultare contenuto e governabile, il referendum propositivo sarà uno strumento integrativo della democrazia parlamentare; all'opposto, l'iniziativa popolare affollerà il Parlamento (già, peraltro, oberato dalle leggi di conversione dei decreti governativi) sommergendo e prevaricando la democrazia rappresentativa. Insomma, c'è "troppa materia" per la legge di attuazione: i nodi essenziali dovrebbero essere sciolti dal legislatore costituzionale.
Il testo pone numerosissime questioni, ma mi limito qui, per ragioni di brevità, a due considerazioni a mio avviso essenziali.
Bisogna anzitutto definire l'esatta natura dell'istituto introdotto. Come ho anticipato, la modifica proposta aspira a dare ingresso a un'iniziativa popolare rinforzata, o meglio a un combinato disposto fra iniziativa popolare e referendum: rispetto all'iniziativa popolare "ordinaria", che viene conservata, si aggiunge una variante che deve avere un supporto particolarmente qualificato (almeno 500 mila sottoscrizioni, anziché 50 mila come nella versione ordinaria), e ha il suo elemento di rinforzo nel fatto che, in caso di mancata approvazione o approvazione difforme entro tempi certi, la deliberazione finale su di essa viene sottratta al Parlamento e avocata direttamente al corpo elettorale. Rispetto al referendum abrogativo oggi previsto dalla Costituzione, questo nuovo referendum ha esiti non ablatori, ma, appunto, approvativi, cioè di creazione in positivo del diritto (trascuro qui per ragioni di spazio sia la prassi dei referendum manipolativi; sia l'insegnamento crisafulliano, in base al quale l'abrogare è solo un disporre in altro modo). Tali forme di collegamento fra iniziativa popolare e referendum approvativo, benché infrequenti, non sono del tutto sconosciuti a livello comparatistico: sia sul piano interno (analoghi strumenti si trovano nella disciplina statutaria di Campania, Basilicata, Valle d'Aosta, nonché nelle Province di Trento e Bolzano); sia sul piano esterno (si ritrovano esempi in alcuni Lander tedeschi e in Stati americani, per restare alle realtà più significative). Anche in chiave diacronica, il refrain sull'opportunità di introdurre referendum consultivi, approvativi o d'indirizzo era stata evidenziata, sebbene con tinte molto più stemperate, già dalla Commissione D'Alema, passando per la Commissione Quagliariello, fino al recente disegno Renzi-Boschi.
La seconda considerazione mi sembra necessario dedicarla al tema dell'innesto del nuovo strumento entro il tessuto dei processi di produzione legislativa parlamentare.
Il dibattito attorno alla riforma è oscillato costantemente fra due poli: quello del referendum propositivo come strumento d'integrazione e rivitalizzazione degli istituti della democrazia rappresentativa, e quello del referendum propositivo come strumento di sovvertimento delle componenti dirette e indirette del dispositivo istituzionale, con le prime portate a prevalere sulle seconde.
Questa oscillazione ben compendia l'andamento dei lavori parlamentari: e provando a individuare un verso, almeno l'iter finora sviluppatosi si è caratterizzato per una tendenza "contenitiva" rispetto all'impianto iniziale, attenta a stemperare eccessi informati a una sorta di furor "direttista", e a depurare il testo di alcuni passaggi a prima vista orientati a declinare in chiave di antagonismo, e non di reciproco complemento, i rapporti fra cittadini e rappresentanza parlamentare. L'esempio più lampante in tal senso è l'eliminazione del c.d. "referendum arbitrale": nel testo originale, si prevedeva che, in caso di approvazione parlamentare di un testo difforme da quello presentato dai promotori, si sarebbe proceduto a referendum, mettendo ai voti il testo parlamentare contro quello popolare, in una sorta di derby fra popolo titolare della sovranità e rappresentanti delegati al suo esercizio, con gravissimi rischi di delegittimazione e corto circuito.
Molti nodi, in questa prospettiva, restano però irrisolti, e permane qualche spia sintomatica di un certo giudizio di disvalore, o almeno di diffidenza, verso la democrazia rappresentativa.
A) Anzitutto, c'è il problema del numero delle proposte popolari presentabili: in questo breve sintagma, rimesso alla legge attuativa, si gioca tutta la capacità della riforma, di diventare – come ho già detto – fattore d'integrazione oppure di eversione del sistema.
B) C'è il problema del quorum: per l'approvazione del referendum servono i voti favorevoli di almeno ¼ degli aventi diritto; una quota più bassa della maggioranza parlamentare necessaria ad approvare le leggi, che presuntivamente rappresenta una quota più alta di elettori. Ciò allude probabilmente a una sfiducia sistematica circa la capacità rappresentativa delle Camere, o a una ipervalutazione rappresentativa delle frazioni di corpo elettorale.
C) C'è il problema del regime giuridico della legge approvata con referendum, e del condizionamento della potestà legislativa parlamentare. Infatti, se si applica la giurispudenza costituzionale sorta in relazione al referendum abrogativo, ben potrebbe ritenersi che il legislatore parlamentare non possa modificare la legge approvata con referendum popolare, o almeno alterarne l'essenza dei contenuti precettivi, per un ambito d'estensione materiale e temporale difficilmente definibile. Ciò si traduce in una compressione della potestà legislativa delle Camere, che è generale e inesauribile. Se si accogliesse questa tesi, l'esito sarebbe una progressiva "ossificazione" dell'ordinamento, mano a mano occupato dalle leggi popolari, con corrispettiva emarginazione della potestà legislativa parlamentare, non più abilitata a disporre in relazione a interi blocchi di materie.

Democrazia rappresentativa e democrazia diretta nell'era di internet
È difficile predire, in assenza di capacità divinatorie, quali saranno i puntuali esiti dell'esame parlamentare, rispetto a un testo che ha innescato nel merito, e in ogni tornante, un vivo confronto. Più utile e proficuo è, semmai, ragionare in una prospettiva più generale, e sistemica, sulle sorti della democrazia rappresentativa. Vengo così alla seconda parte della mia relazione.
Non è dubbio, infatti, che siano mutati in modo profondo alcune variabili essenziali che caratterizzano l'"ecosistema" entro cui le istituzioni rappresentative operano. Si tratta di tali e tante trasformazioni, che, in questa sede, sono anche solo difficili da elencare, e men che meno da approfondire. Per citare solo alcune di quelle più significative per il nostro discorso: la liquefazione e moltiplicazione delle identità, il tramonto delle grandi narrazioni che ha fortemente depotenziato la forza aggregativa e sintetrizzatrice delle piattaforme tradizionali (partiti, sindacati ecc..); la globalizzazione dell'economia e l'accesso di larghe fasce di popolazione al benessere; il passaggio a quello che la sociologia ha descritto come il paradigma dell'immediatezza, in base al quale la percezione individuale degli altri, dello spazio e del tempo risulta compressa, accelerata, priva di diaframmi; gli adattamenti evolutivi dei meccanismi di formazione del pensiero umano, evidenziati dalle neuroscienze e dalle scienze cognitive, che denotano una maggiore capacità di focalizzazione multitasking, ma una minore disposizione all'approfondimento monotematico; la diffusione dei social network che hanno promosso forme di semplificazione del linguaggio, di disintermediazione della comunicazione, di trasparenza o addirittura esibizione delle sfere più intime (si è parlato provocatoriamente anche di coscienza pornografica). Tutti questi fenomeni sono stati accompagnati, e in larga parte influenzati o addirittura determinati, dall'evoluzione tecnologica, dai nuovi mezzi di comunicazione, dall'avvento di internet, dalla rivoluzione digitale.
Proprio qui, allora, è il punto. Quali sono le sfide che la rivoluzione digitale pone al sistema rappresentativo, cioè a quella particolare declinazione del regime democratico che ad oggi si è affermata come largamente prevalente, e sostanzialmente infungibile, fin dall'alba del costituzionalismo, e in ogni latitudine? Come si pone la democrazia rappresentativa di fronte all'avverarsi della profezia di Carl Schmitt, quando nel 1928 (in "Dottrina della Costituzione") immaginava "che un giorno, per mezzo di ingegnose invenzioni, ogni singolo uomo, senza lasciare la sua abitazione, con un apparecchio [potrà] continuamente esprimere le sue opinioni sulle questioni politiche e che tutte queste opinioni [verranno] automaticamente registrate da una centrale, dove [occorrerà] solo darne lettura"?
Ebbene, internet ha avuto un impatto estremamente significativo sulla dialettica fra individuo e potere, sotto molteplici profili.
Anzitutto, la rete consente potenzialmente di colmare l'asimmetria informativa fra governanti e governati, e mette così in condizione il cittadino di valutare in modo più consapevole le questioni di interesse generale e le soluzioni adottate dalle istituzioni.
In secondo luogo, grazie all'interattività e alla disintermediazione, internet facilita un'interlocuzione più immediata fra cittadino e potere, consentendo così di integrare sul tronco tradizionale della democrazia rappresentativa anche nuovi e inediti strumenti di democrazia diretta.
Ancora, la rete giova al pluralismo e alla circolazione del dissenso: internet funge da arena in cui i movimenti e i gruppi minoritari possono esprimersi, così sdrammatizzando le difficoltà finanziarie e logistiche collegate alla ricerca della visibilità su altri mezzi comunicativi.
Infine, internet connette il mondo, abbatte le barriere e permette il confronto. Appare qui pertinente una citazione di George Orwell: «le masse non si ribellano mai in maniera spontanea, e non si ribellano perché sono oppresse. In realtà, fino a quando non si consente loro di poter fare confronti, non acquisiscono neanche coscienza di essere oppresse» .
Inquadrato in questa prospettiva, appare come il regime politico in cui idealmente internet si inscrive è quello democratico. E anzi, fra democrazia e internet può dirsi che sussista una relazione biunivoca: l'uno è, al contempo, causa, effetto e fattore di catalizzazione dell'altro .
Internet consente infatti di incidere in senso positivo su molti dei fattori attraverso cui passa la qualità e il rendimento dei regimi democratici:

a) il tasso di partecipazione;

b) l'effettività della regola in base alla quale là dove risiede l'effettivo potere decisionale, lì deve ricadere la responsabilità politica: tale effettività passa per la decodificabilità e chiarezza dei processi decisionali, i quali a loro volta presuppongono consapevolezza dei cittadini e trasparenza del decision making;

c) il pluralismo e l'espressione del dissenso: internet per natura possiede una vocazione libertaria e oppositiva rispetto ai processi di cristallizzazione dei rapporti di forza, di concentrazione del potere, di formazione delle linee di pensiero c.d. mainstream;

d) l'esercizio dei diritti e delle libertà, che costituiscono il sale e la cartina di tornasole della democrazia.
Tuttavia, occorre essere ben consapevoli del fatto che il parallelismo fra internet e democrazia esiste anche sul versante "patologico". Parafrasando ancora Carl Schmitt, internet, come la democrazia, reca in sé il gene per la propria distruzione: messi assieme, ognuno può costituire lo strumento per minacciare l'altro .
Mi limito ad esporre solo gli aspetti più evidenti.
Per cominciare, si è detto che internet da un lato reca in sé una forte istanza egualitaria, essendo più o meno liberamente accessibile a tutti; dall'altro lato disintermedia e facilita il rapporto fra individuo e potere. Ebbene: la storiografia e la sociologia hanno più volte posto l'attenzione sul fatto che il livellamento delle identità e i processi di massificazione della società costituiscono il primo passo per l'affermazione di regimi autoritari o totalitari: a fronte di una società omogeneizzata il potere ha miglior gioco nella creazione del pensiero unico e nella conseguente cristallizzazione della propria posizione egemonica. Ancora, la disintermediazione fra potere e individuo è bidirezionale: quindi, come per il cittadino è più facile interloquire con il potere, allo stesso modo per il potere è più facile raggiungere il cittadino, con tecniche più o meno suggestive e suadenti di creazione del consenso, di mobilitazione (anziché di partecipazione), di guida dell'opinion making. Sul punto, mi sembra del tutto attuale una considerazione fatta a suo tempo da Tocqueville: nell'età dell'individualismo, le minacce del potere non vengono dai vecchi strumenti di oppressione del tiranno, ma dalla loro capacità di insinuarsi nelle sfere più intime della vita dei singoli cittadini, provvedendo alla sicurezza e ai bisogni individuali, e così piano piano estromettendoli dalla cura della sfera pubblica. D'altro canto, però, mi sembra altrettanto concreto anche il rischio opposto: la personalità umana si realizza e dispiega in una pluralità di sfere (familiare, sociale, economica) e quella politica è solo una di esse; la mobilitazione costante e il pan-politicismo, cioè la tendenza a riportare alla politica ogni espressione dell'esperienza umana, mi sembrano altrettanto contrarie alla concezione dell'uomo a 360 gradi tipica della democrazia.
In secondo luogo, si alludeva al fatto che internet offre gli strumenti per integrare la tradizionale democrazia rappresentativa con forme e istituti tipici della democrazia diretta. Sennonchè, sia a livello politologico che giuridico, si è evidenziato come la democrazia diretta, che si risolve nell'interrogare direttamente i consociati circa una specifica issue, ponendoli di fronte a una scelta fra il sì e il no, solo in apparenza dà vita a una relazione disintermediata. Infatti, tanto il confezionamento della questione sulla quale il popolo è chiamato a pronunciarsi, sia la definizione della rosa di opzioni entro cui questo può scegliere, richiedono sempre e comunque l'attivazione di elites politiche, economiche o sociali interessate e tecnicamente preparate, che possono pilotare i flussi di consenso e le opinioni entro canali da essi stessi pre-impostati.
Il costante ricorso alla democrazia diretta, configurando una sorta di costante ricorso al popolo sovrano, si espone poi ad impieghi demagogici, plebiscitari, leaderistici e irrazionalistici, difficilmente presidiabili dagli strumenti più ponderati del diritto. Questa sorta di riedizione della provocatio ad populum può essere agitata come un maglio contro le istituzioni rappresentative, per ridurre al silenzio le minoranze o compattare le maggioranze, attraverso scontri fra legittimazione pericolosi, e a rischio di cortocircuito istituzionale.
Del resto, anche lo storico Erodoto, nel descrivere la democrazia diretta ateniese al riparto da sospetti apologetici, riteneva che in poco più di un secolo l'abuso della democrazia diretta avesse portato il δῆμος a fare e disfare il Νόμος; con altra terminologia, avesse portato il governo degli uomini a prevalere sul governo delle leggi.
E ancora, il ricorso costante alla democrazia diretta cela in sé il rischio della deriva della c.d. "sondocrazia". Calibrando la decisione politica sul volatile termometro dei sondaggi o sulle reazioni a caldo dell'opinione pubblica si lega in modo fatale il decision making al contingente e all'estemporaneo: questo impedisce la progettazione e implementazione di politiche organiche, di sistema, di ampio raggio, imponendo decisioni a singhiozzo e politiche di piccolo cabottaggio .
In terzo luogo, la struttura dicotomica tipica delle consultazioni elettorali, che in genere si risolvono in una scelta fra il sì e il no, tende sì a semplificare e ridurre le alternative, ma ha anche meno propensione al compromesso, sacrificando così le ragioni degli sconfitti, in un gioco a somma zero, dove chi vince vince tutto, e chi perde perde tutto: la scelta one shot, che esaspera il conflitto nella logica dell'aut aut, anziché quella inclusiva e dialettica dell'et et, dovrebbe essere eccezionale in democrazia, dove il principio maggioritario è comunque temperato dalla tutela delle minoranze.
In quarto luogo, l' "infinito paniere" di beni comunicativi e informativi di ogni provenienza che internet offre all'individuo crea due grandi difficoltà. La prima è quella di individuare come tali la fake news, che, con il minimo sforzo, possono influenzare l'opinione pubblica in modo anche significativo. Il secondo rischio è quello di creare una sorta di "anestesia" dell'individuo rispetto al bombardamento informativo: più aumenta l'offerta di contenuti, più diminuisce la rilevanza, per il singolo, della qualità dei contenuti, che non riescono più a superare "il muro del suono", o meglio del frastuono. L'illusione d'informazione, che è più quantitativa e meno qualitativa, con una sorta di eterogenesi dei fini può far abbassare la soglia di attenzione sui fenomeni più rilevanti, o sulle loro reali implicazioni.
Peraltro, occorre ancora osservare come nel nuovo contesto dei mezzi di comunicazione digitale, gli strumenti abbiano facilitato, se non addirittura imposto, forme di semplificazione e immediatizzazione del linguaggio. Non sempre però la semplificazione è in grado di restituire la complessità del reale. Mi piace ricordare Giovanni Sartori: "di troppa semplificazione si può anche morire. L'unico modo di risolvere i problemi è di conoscerli, e di sapere che ci sono. Il semplicismo li cancella e così li aggrava". La semplificazione si accompagna spesso anche ad un'accentuazione dei toni e ad un'assolutizzazione delle categorie, che mal si concilia con il relativismo, la disposizione al dialogo e alla comprensione delle ragioni dell'altro che dovrebbe caratterizzare la democrazia.

Conclusioni
Mi sembra che, a fronte del discorso, sia doveroso provare a rispondere ad almeno due domande.
La prima: la democrazia rappresentativa ce la può fare?
Impossibile da dire, ma due considerazioni possono senz'altro spendersi.
Innanzitutto – come ho già anticipato – tutte le democrazie occidentali sono accomunate, da tempo, da una sorta di "destino rappresentativo" (Luciani): il modello della democrazia rappresentativa, sia per ragioni storiche che di concreta dinamica di funzionamento, si presenta ancora il più efficiente, o comunque l'unica realmente pensabile quale perno dell'impianto istituzionale: esigenze di divisione del lavoro, d'imputazione della responsabilità, di mediazione fra le molteplici anime del pluralismo sono solo alcuni dei tanti aspetti evidenziati dalle scienze giuridiche e politologiche a sostegno della conclusione. Anche nella ormai quasi mitologica democrazia ateniese, la componente assembleare, e per essa l'autogoverno diretto dei cittadini, costituiva la parte appariscente più che la parte efficiente della gestione della città, la quale era in gran parte affidata alla βουλή, al consiglio, più che al popolo in assemblea plenaria dell'ἐκκλησία.
Peraltro, la sfida che la democrazia rappresentativa sta affrontando ricorda, per molti aspetti, quella che ha investito i sistemi democratici fra la fine dell'800 e i primi del ‘900, in corrispondenza dell'affacciarsi sulla scena politica di nuove classi sociali che rivendicavano l'estensione del suffragio, rompendo l'orizzonte compatto dello Stato monoclasse borghese. Ieri, l'istanza delle masse era nel senso di un allargamento "quantitativo" del corpo elettorale; oggi, invece, l'istanza è di tipo "qualitativo" è attiene alle forme e all'intensità del coinvolgimento. La grande sfida delle democrazie, fra ‘800 e ‘900, è stata proprio quella di assorbire le nuove istanze partecipative all'interno dei canali preesistenti, adeguandoli secondo una mutazione controllata; a riuscirvi, furono quelle in cui la democrazia nutriva di più solidi anticorpi, sia dal punto di vista della legittimazione istituzionale che del pluralismo sociale. Ieri come oggi, la sfida è proprio questa: incanalare le nuove richieste all'interno dei circuiti istituzionali, per evitare che queste si dispieghino al di fuori, e contro di esse. Dobbiamo valutare, cioè (e riprendo una nota immagine di Massimo Luciani), se i rami partecipativi che innestiamo sul tronco rappresentativo siano geneticamente compatibili e non mettano a rischio la salute della pianta.
La seconda sfida: che fare? La democrazia non è solo un modo di essere "olistico" delle istituzioni, non è solo una formina scientifica o una categoria idealtipica, ma è anche, e soprattutto, una disposizione individuale. Se è vero – come ricorda Popper – che le istituzioni, come le fortezze, resistono solo se è buona la guarnigione, è allora innanzitutto agli individui che le compongono che bisogna guardare. Tanto basta per far apparire nient'affatto un fuor d'opera approcci formativi agli strumenti telematici e alla cittadinanza digitale proiettati verso un'etica costituzionale della responsabilità, o, da altro angolo visuale, verso una razionalità rispetto al valore costituzionalmente orientata. La virtù dipende da noi, così come il vizio, ammoniva Aristotele: e allora, il successo o l'insuccesso dei modelli istituzionali dipendono in ultima analisi da noi.

Vetrina