ESPERTO LEGALE - SOCIETA'

Il collegio sindacale nelle società quotate

| 03/09/2019 10:20

1. Premessa. L'evoluzione dell'istituto.
2. La nomina e la composizione del collegio sindacale.
Segue: cause di ineleggibilità e di incompatibilità.
3. I flussi informativi: organizzazione e finalità del collegio sindacale.
4. I poteri istruttori.
5. I poteri reattivi.
Segue: il "ricorso" a controllori esterni (i.e. Autorità giudiziaria e Consob).


1. Premessa. L'evoluzione dell'istituto.

Il collegio sindacale è l'organo di controllo interno della società per azioni nel sistema tradizionale di corporate governance, istituito con lo scopo di vigilare sull'amministrazione della società. Già il codice civile nel 1942 (artt. 2397 ss.) prevedeva l'istituzione del collegio sindacale per tutte le società per azioni. Tuttavia, una serie di interventi legislativo hanno modificato l'istituto e la stessa attività dei sindaci è stata più volte oggetto di riforme volte a rafforzarne le rispettive funzioni.
Già con la legge del 7 giugno 1974, n. 216, è stata introdotta una innovazione dedicata alle società con azioni quotate in mercati regolamentati (o società quotate) con la previsione di un controllo contabile esterno esplicato dalle società di revisione (1).

Successivamente, a seguito dell'ottava direttiva CEE in materia societaria, il legislatore ha emanato una serie di norme dedicate al miglioramento della professionalità e dell'efficienza del collego sindacale, nonché l'istituzione di un apposito registro dei revisori contabili.

Inoltre, accanto alle norme codicistiche relative al collegio sindacale, il decreto legislativo del 24 febbraio 1998, n. 58, ossia il Testo Unico dell'Intermediazione finanziaria (d'ora in poi il tuf, prevede una serie di poteri più incisivi a carico dei singoli sindaci. Per le società quotate, la disciplina non si esaurisce nel tuf ai sensi dell'art. 148 e ss., ma comprende le disposizioni del codice civile ai sensi degli articoli 2397 - 2409. La normativa codicistica ed il relativo confine di applicazione è posto dallo stesso tuf ai sensi dall'art. 154 che espressamente prevede le disposizioni codicistiche non applicabili al caso di specie (2).

La normativa codicistica rimane ancora oggi essenziale per individuare la disciplina applicabile al collegio sindacale delle società quotate relativamente ad aspetti quali l'organizzazione ed il funzionamento. A titolo esemplificativo, il codice pone la normativa relativa a: nomina e cessazione di ufficio, sostituzione e retribuzione. È di tutta evidenza che il codice si preoccupa di regolamentare in modo esauriente l'organizzazione e il funzionamento del collegio sindacale sia in caso di società quotate (e non) nell'ambito dei diversi modelli di corporate governance adottato dalla società.

Si rileva quindi che la disciplina dell'istituto in esame è una combinazione tra codice e tuf non rilevando ulteriori normative di tipo speciale o non essendo oggetto di particolare attenzione da parte del codice di autodisciplina delle società quotate (3).

2. La nomina e la composizione del collegio sindacale.

Anche nelle società quotate, il collegio sindacale è di nomina assembleare (4), in sede ordinaria, ed è composto da almeno tre componenti e due membri supplenti, mediante il ricorso al voto per liste. Come previsto dall'art. 148 tuf, l'atto costitutivo delle società quotate può prevedere un qualsiasi numero (con un minimo di tre sindaci effettivi e di due supplenti) di componenti dell'organo.

Con riferimento al presidente del collegio sindacale, il nucleo della disciplina si ritrova nell'art. 148, comma 2 e 2-bis, tuf, considerata l'espressa inapplicabilità dell'art. 2398 c.c. (art. 154 tuf). Il legislatore affida quindi alla Consob, e non più ai soci, la definizione delle modalità di elezione del sindaco effettivo da parte della minoranza, stabilendo che il presidente sia nominato dall'assemblea tra i sindaci eletti dalla minoranza.

La funzione del sindaco tratto dalla lista di minoranza, e quindi del presidente del collegio sindacale (5), non equivale a quella degli amministratori di minoranza. Nel caso del collegio sindacale, infatti, la nomina da parte della minoranza si intreccia con la necessità che il sindaco sia comunque indipendente anche da chi lo elegge. Nel consiglio di amministrazione invece, la figura dell'amministratore indipendente ha caratteristiche ben diverse rispetto all'indipendenza del sindaco che è destinatario di una serie di importanti poteri esercitabili anche individualmente ai sensi dell'art. 1403-bis c.c.

Ai sensi dell'art. 148, comma 3, tuf., vengono ripresi quasi integralmente i requisiti personali previsti ai sensi dell'art. 2399 c.c., in particolare rispetto alle cause di decadenza e di ineleggibilità. Tuttavia, ai sensi dello stesso art. 148, comma 4, tuf, è previsto che con Regolamento del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, sentiti la Consob, la Banca d'Italia e l'Ivass, sono stabiliti i requisiti di onorabilità e di professionalità die membri del collegio sindacale, del consiglio di sorveglianza e del comitato per il controllo sulla gestione. Il difetto dei requisiti determina la decadenza dalla carica.

Con Decreto del Ministro della giustizia del 30 marzo 2000, n. 162, sono stabiliti i predetti requisiti di onorabilità e indipendenza come aver acquisito "un'esperienza complessiva di almeno un triennio nell'esercizio di:
a) attività di amministrazione o di controllo ovvero compiti direttivi presso società di capitali che abbiano un capitale sociale non inferiore a due milioni di euro, ovvero b) attività professionali o di insegnamento universitario di ruolo in materie giuridiche, economiche, finanziarie e tecnico-scientifiche, strettamente attinenti all'attività dell'impresa, ovvero c) funzioni dirigenziali presso enti pubblici o pubbliche amministrazioni operanti nei settori creditizio finanziario e assicurativo o comunque in settori strettamente attinenti a quelli di attività dell'impresa" e, alla condizione di non aver "per almeno diciotto mesi, nel periodo ricompreso fra i due esercizi precedenti l'adozione dei relativi provvedimenti e quello in corso hanno svolto funzioni di amministrazione, direzione o controllo in imprese: a) sottoposte a fallimento, a liquidazione coatta amministrativa o a procedure equiparate; b) operanti nel settore creditizio, finanziario, mobiliare e assicurativo sottoposte a procedure di amministrazione straordinaria".

Tali sono individuati come i requisiti di professionalità, mentre quali requisiti di onorabilità, non potranno ricoprire le funzioni di sindaco di società quotata i soggetti che siano stati assoggettati a una delle misure o a una delle condanne previste ai sensi dell'art. 2 del predetto decreto.

Segue: cause di ineleggibilità e di incompatibilità.

Al fine di assicurare l'indipendenza dei sindaci il legislatore ha previsto le stesse cause di ineleggibilità dedicate ai membri dell'organo amministrativo. Non possono essere nominati persone interdette, inabilitate, dichiarate fallite o condannate a pene per reati che comportano l'interdizione anche temporanea dai pubblici uffici.

Sono previste ai sensi dell'art. 2399 c.c. delle più restrittive cause di incompatibilità, non potendo essere nominato quale sindaco:
1. coniuge, parenti e affini entro il quarto grado degli amministratori o degli amministratori di società collegate o controllate;
2. chi detiene un rapporto di natura patrimoniale o professionale sia con la società stessa che con gli amministratori (art. 148, comma 3, tuf). La Consob ha ritenuto applicabile il divieto nelle società quotate anche in presenza di un'associazione professionale tra amministratori e sindaci (Comunicazione Consob del 17 luglio 2008, n. 8067632).

Rispetto alle cause di ineleggibilità, quelle di incompatibilità prevedono che il soggetto nominato debba scegliere quale incarico esercitare, non rendendo di conseguenza invalida la delibera assembleare di nomina....continua su PlusPlus24Diritto - Esperto Legale Società

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