TASSO SOGLIA

Interessi di mora e verifica dell'usura: la Cassazione torna sul tema e la questione arriva alle Sezioni Unite

| 28/10/2019 14:44

Rilevanza degli interessi di mora ai fini del superamento del tasso soglia di usura: è una questione che, da sempre, agita dottrina e giurisprudenza, senza una soluzione univoca e, come prevedibile, le Sezioni Unite - analogamente a quanto accaduto negli ultimi mesi - saranno state chiamate ad esprimersi in maniera definitiva.

Le interpretazioni si sono susseguite in rapida successione, con una serie di pronunce della Suprema Corte in forte contrapposizione, non soltanto sulle modalità di raffronto del tasso di mora con il parametro di legge, ma anche (diremmo, soprattutto) sull'aspetto più generale attinente alla natura stessa degli interessi corrispettivi e di quelli moratori: un tema centrale, che conduce a soluzioni radicalmente differenti in base all'inquadramento sistematico e concettuale adottato per gli uni e agli altri.

La più rilevante presa di posizione, in ordine di tempo, è stata quella della Terza Sezione Civile (sentenza 17 ottobre 2019, n. 26286), la quale - nel valutare l'effettività o meno del c.d. "cumulo" degli interessi corrispettivi e moratori ai fini dell'usura - ha affermato che vi sarebbe una "netta diversità di causa e di funzione": infatti, "l'interesse corrispettivo costituisce la remunerazione concordata per il godimento diretto di una somma di denaro", laddove "l'interesse di mora, secondo quanto previsto dall'art. 1224 c.c., rappresenta invece il danno conseguente l'inadempimento di un'obbligazione pecuniaria".

Sulla scorta di tale premessa, la Corte - dopo aver sottolineato che, nella tecnica dei contratti bancari, il tasso di mora è abitualmente determinato, aggiungendo uno spread al saggio dell'interesse corrispettivo - ha rilevato che l'incidenza del "cumulo" rappresenterebbe, in realtà, un falso problema: ciò, in quanto "Una volta costituito in mora, gli interessi che il cliente è tenuto a corrispondere hanno tutti natura moratoria" e che "non vi è dubbio che gli interessi corrispettivi non possano essere richiesti insieme a quelli moratori".

Posti i principi generali, la pronuncia mostra di condividere la tesi prevalente, secondo cui anche la pattuizione relativa agli interessi di mora sarebbe soggetta alla verifica dell'usura: in tale prospettiva, a detta della Terza Sezione, non sarebbe di ostacolo la circostanza che, degli stessi, manchi la rilevazione del T.E.G.M., atteso che - in virtù della medesima formula di comparazione separata, adottata nella pronuncia delle Sezioni Unite per la commissione di massimo scoperto (20 giugno 2018, n. 16303) - la Banca d'Italia provvede alla rilevazione media dei tassi convenzionali di mora e, dunque, è possibile individuare un "tasso soglia di mora" del semestre di riferimento, applicando a tale valore la maggiorazione prevista dalla legge n. 108 del 1996.

Quanto alla concreta modalità di calcolo, la Corte ha cura di aggiungere che "dovendosi procedere ad una valutazione unitaria del saggio di interessi concretamente applicato - senza poter più distinguere, una volta che il cliente è stato costituito in mora, la parte corrispettiva da quella moratoria - al fine di stabilire la misura oltre la quale si configura l'usura oggettiva, il "tasso soglia di mora" deve essere sommato al "tasso soglia" ordinario".

La soluzione - tuttavia - non convince fino in fondo, considerato che pretende di agganciare il parametro di riferimento per la verifica dell'usura a un dato (il c.d. "tasso soglia di mora"), che sconta l'assenza di un'effettiva copertura normativa, che consenta di operare in questo senso.
Appare, pertanto, preferibile la precedente (e opposta) tesi - fatta propria sempre dalla Terza Sezione Civile (sentenza 30 ottobre 2018, n. 27442) - a mente della quale "il riscontro dell'usurarietà degli interessi convenzionali moratori va compiuto confrontando puramente e semplicemente il saggio di interessi pattuito nel contratto col tasso soglia calcolato con riferimento a quel tipo di contratto, senza alcuna maggiorazione od incremento": in questo modo, infatti, si resterebbe nell'alveo applicativo dell'art. 2 della legge n. 108 del 1996, senza snaturarne la portata con aperture a dati numerici non previsti dalla normativa primaria.

Parimenti apprezzabile, in punto di natura degli interessi, è il ragionamento compiuto, in tale ultima pronuncia, a valle di un'analisi storica e concettuale di particolare pregio, che - partendo da un'angolazione prospettica diametralmente opposta rispetto alla più recente sentenza n. 26286/19 - arriva a negare la diversità ontologica e funzionale tra interessi corrispettivi e interessi di mora.

È significativo che la Corte, prendendo avvio da un'interpretazione letterale della normativa antiusura (segnatamente: l'art. 644 c.p.), evidenzi che "Anche gli interessi moratori, pertanto, costituiscono la remunerazione di un capitale e rientrano nella previsione degli interessi «promessi o dovuti in corrispettivo di una prestazione di denaro»" e che sarebbe "illogico ritenere che la tutela del debitore apprestata dal codice civile di applichi ad entrambi i tipi di interessi e quella apprestata dalla legge antiusura di applichi solo agli interessi corrispettivi".

Da ciò si fa discendere l'assunto, conseguente e condivisibile, che la pretesa distinzione tra le due categorie di interessi sarebbe un "falso storico", non sostenibile alla luce del complessivo sistema normativo antiusura.

Non altrettanto condivisibile è, invece, la conclusione - venata da elementi di contraddittorietà rispetto all'impostazione generale - che i Giudici traggono dall'interessante analisi storico-giuridica proposta, ossia che, pur a fronte di un'identica funzione sostanziale degli interessi corrispettivi e di quelli moratori, l'applicazione dell'art. 1815, secondo comma, c.c. ai secondi sarebbe preclusa dal fatto che la norma si riferirebbe soltanto ai primi: in caso di usura, essi andrebbero computati al tasso legale. Non si vede, infatti, come - in presenza di usura - possa negarsi l'azzeramento degli interessi.

Dinanzi a tale "tormentato" quadro giurisprudenziale - arricchito da innumerevoli pronunce di merito di segno altrettanto oscillante - la Prima Sezione Civile (ordinanza interlocutoria 22 ottobre 2019, n. 26946) è tornata sull'argomento, dando conto dell'attuale contrasto e rimettendo gli atti al Primo Presidente per l'eventuale assegnazione alle Sezioni Unite. Detta ultima pronuncia pone correttamente l'accento sulla questione di massima importanza avente ad oggetto "l'applicabilità o meno della normativa antiusura agli interessi moratori e la conseguente rilevanza dell'avvenuto superamento del tasso soglia".

In proposito, la Corte - lasciando intendere di privilegiare un'interpretazione che, in generale, ammetta la verifica dell'usura anche per gli interessi di mora - propone un'esauriente panoramica sull'attuale "stato dell'arte" della giurisprudenza in materia, riferendosi alla citata sentenza n. 27442/18 e non celando, come effettivamente traspare tra le righe, una critica ad ampio raggio dei principi espressi dalla stessa, soprattutto circa il parametro numerico da prendere in considerazione ai fini dell'accertamento: emerge, infatti, una chiara condivisione di fondo dell'impostazione fornita dalle Sezioni Unite n. 16303/18 (i.e. separata comparazione del TEG e della c.m.s. rispettivamente con il tasso soglia e con la c.d. "commissione soglia", calcolata aumentando della metà la percentuale della commissione media indicata nei decreti ministeriali). Metodologia, questa, che è ben lontana dal confronto sic et simpliciter del saggio di interessi concordato dalle parti con il tasso soglia riferito al tipo di contratto stipulato, senza alcuna maggiorazione o incremento (tecnica di calcolo adottata, invece, dalla richiamata n. 27442/18).

Non a caso, viene messa in luce, con particolare attenzione, la necessità di operare un raffronto tra dati omogenei, che verrebbe meno - a parere della Prima Sezione - nell'ipotesi in cui si adottasse come indicatore il tasso soglia puramente considerato.

Fin qui la giurisprudenza. La questione è di difficile risoluzione e risente, inevitabilmente, dell'attuale stato di instabilità argomentativa, che ha caratterizzato le pronunce degli ultimi anni: certamente, non pare potersi ammettere una soluzione, che metta tout court gli interessi moratori fuori dal sistema di protezione antiusura. Si innescherebbe un corto circuito normativo.

Andrà, invece, adeguatamente ponderato il sistema di calcolo dell'usura, tenendo conto -tuttavia - che il parametro di riferimento non potrà che essere l'art. 644 c.p.: disposizione di legge (e, dunque, fonte primaria), che non soltanto non distingue tra interessi corrispettivi e interessi di mora ai fini dell'usura, ma pone anche, come solido paletto temporale per la sussistenza dell'illecito, la dazione e ancor prima la promessa di vantaggi usurari, come corrispettivo di una prestazione in denaro.

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