Confini della compensatio lucri cum damno e implicazioni sul diritto di surroga dell'ente assicurativo

| 02/12/2019 11:25



a cura dell' avv. Enrica Gallimberti, Studio Legale MDBA


Affrontare la presente tematica significa analizzare quale sia l'effettivo spazio operativo che la giurisprudenza riconosce al principio, di elaborazione pretoria, della compensatio lucri cum damno, alla luce delle recenti pronunce emanate dalle Sezioni Unite (nn. 12564, 12565, 12566 e 12567 del 2018), le quali irrompono in un panorama giurisprudenziale e dottrinale "frastagliato", senza aderire a nessuno dei due principali orientamenti che lo caratterizzavano.

Invero, a fronte di una giurisprudenza tradizionale che tendeva a dichiararne, in astratto, l'esistenza salvo poi restringerne, sul piano applicativo, i confini e di un opposto filone interpretativo che ne legittimava, al contrario, una più ampia operatività in forza dell'art. 1223 c.c., le Sezioni Unite paiono individuare una "terza via" che legittima la compensatio lucri cum damno in presenza di un preciso criterio discretivo.

Cercare di comprendere l'esatta espansione del principio in questione risulta di particolare interesse non solo perché viene in gioco la funzione stessa della responsabilità civile, che ambisce, per l'appunto, a "compensare" il danno e non ad arricchire, ma anche perché dai confini di tale espansione dipende la possibilità, per l'ente assicurativo, di far valere o meno il proprio diritto di surroga nei confronti del soggetto danneggiante.

Scendendo nel dettaglio, secondo l'orientamento tradizionale, la "compensazione" può avvenire solamente quando danni e vantaggi derivino, entrambi, dal medesimo titolo. Ad esempio, nelle ipotesi in cui il danneggiato goda, a seguito del fatto illecito, di un'indennità derivante da un contratto assicurativo o dalla legge (come nel caso della pensione di reversibilità) egli potrà godere sia del risarcimento che dell'indennità, senza che la seconda debba essere scomputata dal primo. Ciò in quanto, mentre il fatto illecito costituisce causa immediata del danno, non così può dirsi per il vantaggio, causalmente riconducibile al fattore intermedio (contratto o legge, a seconda del caso) e non direttamente all'evento dannoso. Quest'ultimo, infatti, non rappresenta altro per il vantaggio se non una sua mera causa remota.

A siffatte conclusioni la giurisprudenza tradizionale è giunta partendo dalla considerazione che l'ordinamento civile mostra, nel disciplinare l'arricchimento, un atteggiamento molto diverso da quello riservato al danno. Se, infatti, di quest'ultimo viene garantito un ristoro integrale, grazie alle regole sulla responsabilità aquiliana, per l'ingiustificato arricchimento valgono, invece, i disposti di cui agli artt. 2041 e 2042 c.c., in base ai quali, sostanzialmente, il vantaggio economico può essere trattenuto da parte di chi lo abbia ricevuto, a meno che esso non corrisponda ad un depauperamento altrui. Ma, nel caso in esame, è chi si arricchisce ad essere stato anche depauperato e, dunque, ben può il danneggiato conservare i vantaggi che gli sono, seppur mediatamente, derivati dall'illecito.

Se non ché, l'esaminato orientamento è stato aspramente criticato da un opposto filone giurisprudenziale, secondo cui la compensatio lucri cum damno merita uno spazio operativo decisamente più ampio.

Invero, questa seconda tesi rileva, in particolare, che il concetto di causalità su cui si basa la giurisprudenza tradizionale è desueto, ritenendosi ormai superata la distinzione tra causa immediata e remota dell'evento. L'unica causalità esistente è quella, di derivazione penalistica ma pacificamente accolta nell'ordinamento civile, dell'equivalenza causale di cui all'art. 40 c.p., in base al quale costituisce causa giuridicamente rilevante dell'evento ogni fattore che abbia eziologicamente contribuito al suo verificarsi. In quest'ottica, allora, il comportamento illecito è condicio sine qua non del vantaggio attribuito dal contratto o dalla legge perché, senza tale comportamento, l'attribuzione patrimoniale non sarebbe stata elargita; pertanto, quest'ultima va considerata nella liquidazione del danno di cui all'art. 1223 c.c.. E, si noti bene, secondo questa prospettiva, non si tratta tanto di "compensare" un vantaggio rispetto ad un danno precedentemente liquidato quanto, piuttosto, di calcolare ab origine in maniera corretta il pregiudizio effettivamente subìto, che non ricomprenderà la somma corrispondente all'indennità assicurativa. In altri termini, così come, nel calcolare l'ammontare del pregiudizio, devono sommarsi tutte le conseguenze negative immediate e dirette, così devono potersi sottrarre quelle immediate e dirette con connotazione positiva.

D'altronde, un'applicazione troppo restrittiva della compensatio lucri cum damno tradirebbe la finalità riparatoria della responsabilità civile, perché permetterebbe non solo al danneggiato di arricchirsi grazie all'evento dannoso, ma anche (cosa peggiore) al danneggiante di trarre beneficio dall'illecito commesso. Invero, in assenza di compensazione tra danni e benefici, non sarebbe possibile, per l'assicurazione, una volta corrisposta l'indennità al danneggiato, surrogarsi verso il danneggiante trovandosi, altrimenti, quest'ultimo a dover pagare due volte il proprio debito. Pertanto, detta impossibilità di surroga causerebbe una sostanziale disapplicazione di quelle norme che, invece, ne attribuiscono il diritto (artt. 1203 e 1916 c.c.).

A fronte del visto conflitto interpretativo, risolutivo si è mostrato l'intervento di ben quattro pronunce delle Sezioni Unite (sopra richiamate) le quali, sorprendentemente, non aderiscono a nessuno dei due orientamenti contrapposti, individuando, piuttosto, una "terza" soluzione, da alcuni definita mediana.
Precisamente, pur accogliendo l'assunto di partenza dell'orientamento tradizionale, secondo cui esiste un'asimmetria di disciplina tra danni e vantaggi (il che preclude di utilizzare l'art. 1223 c.c. per lo scomputo dei vantaggi) la Suprema Corte riconosce, però, come eccessivamente restrittivo il criterio dell'identità del titolo, poiché molto raramente un fatto illecito è in grado di generare anche dei vantaggi.

Partendo, dunque, da queste considerazioni, le Sezioni Unite individuano, quale criterio discretivo della compensatio lucri cum damno, la finalità perseguita dalla fonte attributiva del vantaggio: se essa coincide con lo scopo tipicamente risarcitorio della responsabilità aquiliana (come avviene per l'assicurazione contro i danni – S.S.U.U. n. 12565/2018 nonché, secondo S.S.U.U. n. 12567/2018 e S.S.U.U. n. 12566/2018, per l'indennità di accompagnamento e la rendita per inabilità permanente riconosciute dall'INAIL), allora la compensazione opera, perché l'indennità corrisposta concorre alla rimozione del pregiudizio patrimoniale subìto.
Se, invece, tale finalità ha natura diversa, ad esempio di tipo solidaristico-previdenziale (quale la pensione di reversibilità accordata
dall'INPS – S.S.U.U. n. 12564/2018), la "compensazione" non si verifica perché l'assenza di convergenza finalistica esclude che il danneggiato benefici di una duplicazione indennitaria.

La domanda che si pone è, dunque, la seguente: come individuare il tipo di finalità a cui l'attribuzione patrimoniale tende? Sostanzialmente, dall'esistenza, nel nostro ordinamento, di meccanismi di surrogazione. Questo perché, laddove è prevista la surroga, il legislatore ha inteso "unificare" i due rapporti bilaterali (danneggiato-danneggiante e danneggiato-terzo) in una sorta di unico rapporto "trilaterale" (danneggiato-danneggiante-terzo) in cui, dunque, i vantaggi percepiti possono e devono "compensare" i pregiudizi subìti.
Ciò risulta evidente, ad esempio, nel contratto di assicurazione, ove l'art. 1916 c.c., determinando una modificazione dal lato attivo del rapporto obbligatorio, lega, per la prima volta, due posizioni (quella del danneggiante e dell'ente assicurativo) che, fino a quel momento, erano autonome.

Così facendo, le Sezioni Unite restituiscono al diritto di surrogazione il ruolo allo stesso riservato nelle intenzioni del legislatore, il che è fondamentale per una ricomposizione dei diversi interessi in gioco in piena armonia con i principi che governano la responsabilità civile.

Invero, l'istituto della surrogazione è, innanzitutto, in grado di conservare il principio di responsabilità del danneggiante (artt. 2043 e 1218 c.c.), evitando che quest'ultimo veda elisa – totalmente o anche solo in parte – la propria obbligazione risarcitoria. Inoltre, salvaguarda l'essenza riparatoria della responsabilità civile, escludendo che il danneggiato riceva duplicazioni risarcitorie. Infine, la surroga permette una riduzione dei costi gestori dell'ente assicurativo, con conseguente diminuzione dei premi assicurativi (nei limiti in cui, naturalmente, lo stesso assicuratore sia in grado di rivalersi nei confronti dei soggetti responsabili) a beneficio dell'intera collettività.

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