DIRITTO SOCIETARIO

Cessione di azioni di società in perdita e rimedi ablativi

| 03/12/2019 14:33

Con l'ordinanza n. 22790 del 12 settembre 2019 la Sesta Sezione civile della Suprema Corte di cassazione si è pronunciata sulla vexata quaestio se con riferimento al contratto di compravendita di azioni societarie contro un prezzo non corrispondente al loro effettivo valore in ragione della differenza, palesatasi in epoca successiva alla cessione, tra la reale consistenza quantitativa del patrimonio sociale rispetto a quella indicata nel contratto detta divergenza, incidendo sul valore delle azioni, possa integrare la mancanza delle qualità essenziali della cosa al fine dell'azionabilità dello speciale rimedio redibitorio previsto dall'articolo 1497 cod. civ..

La dicotomia tra partecipazione societaria e capitale sociale.

L'azione rappresenta la quota di partecipazione di ciascun socio nella società e conferisce il c.d. status socii ovvero l'insieme delle prerogative che il titolare vanta nei confronti della società e degli altri soci. La misura dei diritti patrimoniali e amministrativi spettanti al socio è data dalla partecipazione al capitale sociale, ovvero dalla quantità di azioni possedute.

L'ammontare globale del capitale sociale è pari al valore dei conferimenti, fatte salve le vicende modificative che possono verificarsi nel corso della vita della società. Il valore nominale dell'azione corrisponde alla parte di capitale sociale che l'azione medesima rappresenta ed esprime in cifra monetaria. Il valore reale dell'azione, invece, è in funzione del patrimonio sociale, intendendosi tale l'insieme dei rapporti giuridici (attivi e passivi) facenti capo alla società ed è variabile in quanto legato alle vicende economiche della società.

L'azionabilità dei rimedi ablativi nell'elaborazione giurisprudenziale.

In materia di vendita il legislatore del 1942 ha previsto, a tutela della posizione del compratore, specifici rimedi azionabili da quest'ultimo, tra i quali figura l'azione c.d. redibitoria, proponibile, ai sensi dell'articolo 1497 cod. civ., «[q]uando la cosa venduta non ha le qualità promesse ovvero quelle essenziali per l'uso a cui è destinata».

Alla questione dell'invocabilità di tale disposizione da parte del cessionario di partecipazioni di società rivelatasi, successivamente, versare in stato di dissesto economico-finanziario la giurisprudenza di legittimità ha dato soluzioni diversificate in ragione del differente rilievo attribuito, nell'ottica negoziale e in una prospettiva rimediale, al valore economico del patrimonio sociale.

Un primo filone giurisprudenziale (ex multis Cass. civ., Sez. I, sentenza n. 5773 del 21 giugno 1996; Cass. civ., Sez. II, sentenza n. 14287 del 18 dicembre 1999; Cass. civ., sentenza n. 16031 del 19 luglio 2007) ritiene - sull'assunto che il contratto di compravendita di partecipazioni societarie abbia come oggetto ‘immediato' la partecipazione e come oggetto ‘mediato' la quota parte del patrimonio sociale che la partecipazione rappresenta - che la disciplina di cui agli articoli 1497 e seguenti cod. civ. debba essere applicata tenendo presente che la «cosa venduta» è la partecipazione sociale: il cedente non risponde della consistenza dei beni della società, in quanto la vendita delle azioni, costituente l'oggetto del contratto, importa esclusivamente il trasferimento dei diritti e degli obblighi inerenti alla qualità di socio. Ed è con esclusivo riferimento a tali diritti e obblighi che deve essere valutato il difetto di qualità rilevante ai fini del disposto codicistico.

Il valore economico della partecipazione, invece, attenendo non all'oggetto del contratto in senso giuridico, ma alla sfera delle valutazioni motivazionali delle parti, assume rilievo giuridico esclusivamente nell'ipotesi in cui il cedente abbia fornito esplicite garanzie contrattuali con riferimento alla consistenza economica della partecipazione.

A seguito dell'assunzione, da parte del cedente, di una specifica garanzia la dichiarazione negoziale resa, all'atto del trasferimento, in ordine alla consistenza patrimoniale della società, acquisisce, nella prospettiva negoziale, il valore di obbligazione autonoma, suscettibile, se inadempiuta, di rilevare, in prospettiva rimediale, al fine della risolubilità del contratto. Un diverso orientamento giurisprudenziale valorizza, all'opposto, l'elemento della non reciproca estraneità che caratterizza il rapporto intercorrente tra le azioni e i beni sociali.

Partendo dalla premessa che le società costituiscono centri di imputazione meramente transitori e strumentali, in quanto le situazioni giuridiche che ad esse sono imputate sono destinate a tradursi in situazioni giuridiche corrispondenti facenti capo ai singoli soci, il filone in esame ritiene che «la costituzione di una società di capitali non determina la creazione di nuovi beni, ma costituisce il presupposto per l'istituzione di un diverso regime di utilizzazione dei beni conferiti senza tuttavia recidere ogni collegamento con i soggetti che hanno loro impresso quella destinazione, in quanto detti soggetti – proprio in virtù di tale atto – diventano membri di una collettività organizzata, acquistando una posizione giuridica che li abilita a partecipare alla gestione collettiva dei beni in questione» (Cass. civ., Sez. I, sentenza n. 12733 del 12 dicembre 1995).

Conseguentemente, non essendo il rapporto esistente tra le azioni e i beni sociali di reciproca estraneità, le azioni sono configurabili come «beni di secondo grado, essendo rappresentative di diritti relativi a beni che, in una certa misura, continuano ad "appartenere" al titolare delle azioni, in quanto – entrando a far parte del patrimonio della società – vengono assoggettati ad una gestione collettiva, alla quale ciascun socio è ammesso a partecipare, nei limiti e nelle forme stabilite dall'ordinamento sociale» (Cass. 12733/1995 cit.).

Se ne deduce che «il divario tra l'effettiva consistenza quantitativa del patrimonio sociale rispetto a quella indicata nel contratto, riflettendosi sulla solidità economica e sulla produttività dell'impresa sociale e conseguentemente sul valore e sulla redditività delle azioni (o delle quote) cedute, possa integrare gli estremi, non solo della "mancanza di qualità essenziali" della "cosa venduta" che, può giustificare la risoluzione del contratto a norma dell'art. 1497 c.c., ma anche di quella radicale diversità della prestazione eseguita rispetto a quella pattuita, tale da rendere la prima "del tutto inidonea … a fornire l'utilità richiesta" (aliud pro alio) e, quindi, necessaria per ottenere la risoluzione del contratto secondo i principi generali, "evadendo" dai rigidi presupposti richiesti dall'art. 1497 c.c.» (Cass. civ., Sez. I, sentenza n. 18181 del 9 settembre 2004).

Diversa l'ipotesi in cui il cedente abbia scientemente ingannato la controparte contrattuale circa la reale consistenza del patrimonio sociale, ipotesi al ricorrere della quale la giurisprudenza di legittimità propone, a livello rimediale, una ‘variante', rappresentata dalla generale azione di annullamento ex articolo 1427 cod. civ., cui può ricorrere il contraente «il cui consenso fu … carpito con dolo»: il dolo, essendo un vizio del consenso, costituisce un motivo di annullamento del contratto di carattere generale, applicabile anche ai contratti di compravendita di azioni (Cass. civ., Sez. II, sentenza n. 9227 del 29 agosto 1991), come tale invocabile nell'ipotesi in cui il mendacio o le omissioni sulla situazione patrimoniale della società siano state accompagnate da malizie e astuzie volte a realizzare l'inganno.

Il decisum.

Con l'ordinanza n. 22790 del 2019 la Sesta Sezione, in adesione al secondo dei su riferiti filoni giurisprudenziali, ha enunciato il seguente principio di diritto:

«Le azioni (e le quote) delle società di capitali costituiscono beni di "secondo grado", in quanto non sono del tutto distinte e separate dai beni compresi nel patrimonio sociale, e sono rappresentative delle posizioni giuridiche spettanti ai soci in ordine alla gestione ed alla utilizzazione di detti beni, funzionalmente destinati all'esercizio dell'attività sociale; pertanto, i beni compresi nel patrimonio della società non possono essere considerati del tutto estranei all'oggetto del contratto di cessione del trasferimento delle azioni o delle quote di una società di capitali, sia se le parti abbiano fatto espresso riferimento agli stessi, mediante la previsione di specifiche garanzie contrattuali, sia se l'affidamento del cessionario debba ritenersi giustificato alla stregua del principio di buona fede. Ne consegue che la differenza tra l'effettiva consistenza quantitativa del patrimonio sociale rispetto a quella indicata nel contratto, incidendo sulla solidità economica e sulla produttività della società, quindi sul valore delle azioni o delle quote, può integrare la mancanza delle qualità essenziali della cosa, che rende ammissibile la risoluzione del contratto ex art. 1497 c.c., ovvero, qualora i beni siano assolutamente privi della capacità funzionale a soddisfare i bisogni dell'acquirente, quindi "radicalmente diversi" da quelli pattuiti, l'esperimento di un'ordinaria azione di risoluzione ex art. 1453 c.c., svincolata dai termini di decadenza e prescrizione previsti dall'art. 1495 c.c.» (massima rv. 655280 - 01).

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