Tributi erariali diretti

Rimborso delle addizionali provinciali sulle accise per l'energia elettrica, la Cassazione demanda alla giurisdizione civile

| 15/09/2020 08:02

Contributo a cura dell'Avv. Giovanna Bratti e Avv. Davide Torcello

La Corte Suprema di Cassazione, con la sentenza n. 27099 del 23.10.2019, ha aperto uno spiraglio in tema di rimborso delle addizionali provinciali versate dal contribuente sulle accise per l'energia elettrica; con riferimento al biennio 2010 e 2011.

La questione riguarda la possibilità per i consumatori finali di richiedere ai propri fornitori di energia elettrica in via stragiudiziale (e poi, eventualmente, in sede giudiziale) la restituzione di quanto indebitamente versato, nelle predette annualità, a titolo dell'anzidetta addizionale; stante il contrasto della medesima con la normativa eurounitaria.

In particolare, la Suprema Corte ha chiarito i "mezzi processuali" a disposizione dei consumatori finali per far valere giudizialmente il proprio diritto al rimborso; ricostruendo così i termini e la natura del rapporto trilaterale intercorrente fra questi ultimi, l'Amministrazione finanziaria ed i fornitori dell'energia elettrica.

La sentenza in commento demanda, infatti, alla giurisdizione civile la trattazione della "spinosa" materia della "restituzione delle addizionali"; con ciò precludendo l'eventuale instaurazione del contenzioso tributario attraverso l'impugnazione del diniego avverso la richiesta di rimborso avanzata all'Ufficio.

Numerosi e pregnanti si erano rivelati, nel recente passato, gli interrogativi sorti circa lo strumento processuale a cui il contribuente dovesse ricorrere per la tutela dei propri diritti.

Sul punto, anche alla luce della disamina della summenzionata sentenza, è opportuno condurre un'analisi normativa che, necessariamente, deve tenere conto tanto della normativa eurounitaria quanto di quella nazionale.

L'abrogato art. 6 del D.L. n. 511/1988 aveva a suo tempo previsto l'istituzione delle addizionali provinciali sull'accisa dell'energia elettrica; obbligandone al pagamento i soggetti indicati dall'art. 53 del Testo Unico Accise (T.U.A.), ossia coloro che "procedono alla fatturazione dell'energia elettrica ai consumatori finali". In seguito, l'art. 2 del D. Lgs. n. 23/2011 aveva stabilito la cessazione, a decorrere dal 2012, dell'applicazione delle addizionali sull'energia elettrica nelle Regioni a statuto ordinario; sulla cui base il D.M. del 30.12.2011 aveva statuito l'aumento dell'accisa sull'energia a causa della mancata corresponsione delle addizionali medesime.

L'art. 4 del D.L. n. 16/2012 aveva poi disposto l'abrogazione del predetto art. 6 del D.L. n. 511/1988; con ciò venendo meno l'obbligo per i contribuenti di versare la predetta imposta addizionale.

In tale solco si erano poste le successive pronunce di legittimità; con le quali la Suprema Corte aveva confermato l'immediata applicabilità delle disposizioni eurounitarie in contrasto con le previsioni nazionali; con ciò determinando la non debenza delle imposte addizionali (cfr. Cass., sent. n. 15198/2019).

La sentenza in esame ha posto un'ulteriore tessera nel complesso disegno musivo del rimborso delle addizionali; fornendo preziose indicazioni operative circa le modalità tramite le quali i consumatori finali possono (tentare di) ottenerlo.

Una volta distinto il rapporto intercorrente fra l'Amministrazione finanziaria ed il fornitore (di natura tributaria) e quello fra il fornitore ed il consumatore finale (di natura civilistica), si è affermata la possibilità per quest'ultimo di promuovere, nei confronti del fornitore, l'azione civilistica di ripetizione dell'indebito (nel termine di prescrizione decennale); ciò al fine di ottenere il rimborso di quanto illegittimamente versato.

Il fornitore potrà poi presentare una richiesta di rimborso all'Amministrazione finanziaria; nell'ipotesi di accoglimento dell'azione di ripetizione (nel termine di 90 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza civile).

L'unica eccezione sarebbe costituita dall'impossibilità e/o eccessiva gravosità di tale azione civilistica (ad esempio, in caso di fallimento del fornitore). In tale "straordinaria" ipotesi, il contribuente potrà rivolgere direttamente l'istanza di rimborso all'Amministrazione doganale (con onere della prova circa la sussistenza dei presupposti legittimanti) nel termine biennale di decadenza; con la specificazione che il diniego potrà poi essere impugnato dinanzi al giudice tributario ex art 19 del D. Lgs n. 546/1992.

Ai fini dell'instaurazione del giudizio civile si richiede, quale condizione di procedibilità, la previa attivazione della procedura di conciliazione ai sensi della delibera 209/2016/E/com (Testo Integrato Conciliazione – TICO) dinanzi all'Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambienti (ARERA; con eccezione delle controversie tributarie e/o fiscali; o oggetto di procedure "SMART help"; o già prescritte; o per le quali sono già state instaurate azioni inibitorie). Alternativamente, ai fini del tentativo obbligatorio di conciliazione, è possibile promuovere la medesima procedura presso le Camere di Commercio (sulla scorta della Convenzione del 28.12.2016 tra ARERA e UNIONCAMERE).

A dispetto del quadro normativo e giurisprudenziale, è opportuno segnalare alcune "dissonanze"; riscontrate nella prassi.

L'ARERA, infatti, ha in più occasioni rigettato le istanze di conciliazione presentate dal consumatore finale. Essa ha affermato, in proposito, la natura tributaria delle richieste di rimborso delle addizionali provinciali in esame; con ciò costringendo il contribuente ad esperire il tentativo di conciliazione dinanzi alle Camere di Commercio ed evitando di trattare la "spinosa" questione di cui si scrive.

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