osservatorio sulla medIAZIONE

Mediazione familiare: confliggere senza sconfiggere

| 19 giugno 2014


Nel nostro ultimo articolo abbiamo aggiunto, tra le parole d'ordine della mediazione, il concetto di conflitto, quale elemento essenziale al dinamismo evolutivo delle esistenze, la cui funzione diviene pericolosa in quelle radicalizzazioni in cui lo scontro è negato o, nel polo opposto, in cui è giocato sul fronte distruttivo.
Lo scontro come volontà di confronto con l'Altro e non desiderio di negazione dell'Altro: è questo, invece, che fa della mediazione un processo di educazione al conflitto culturalmente avanzato e inusitato.
Istinti e cultura sembrano, infatti, aver storicamente prodotto due distinte mitologie attorno al tema del conflitto: la tentazione (quando non la volontà) di sopraffare l'Altro e la dirimpettaia rimozione o negazione del conflitto che si crogiola nell'astrattismo della pace. Mediare significa, invece, spostarsi in una zona terza, dove coltivare la consapevolezza dell'improduttiva e sterile concezione del conflitto come sopraffazione, ma anche di una pace che non può essere vissuta come magico oggetto antitetico al conflitto, pena la sua identica insensatezza.
Certo, mentre ci viene semplice comprendere la negatività del conflitto inteso come sopraffazione dell'Altro e udiamo, più o meno in ogni dove, proclami di diniego che condannano tale approccio; decisamente meno diffuso e popolare è l'appello al pericolo della pace quale tentativo di negazione o risoluzione dei conflitti.
Tuttavia, tranne forse nelle fiabe, il male puro e tutte le sue più minute derivazioni, il lupo, per capirci, non si presenta mai come tale, ma sempre travestito da agnello, persino agli occhi degli stessi sopraffattori. È sempre, cioè, in virtù di qualche forma di "bene superiore" che il sopraffattore cerca di convincere, o costringere, l'Altro al suo volere. Come dire: il territorio di enfatizzazione dei buoni sentimenti travalica ogni presunta consapevolezza di malvagità personale rendendo tutto anonimo e ugualmente insormontabile -come bene illustra anche il capolavoro di Italo Calvino, "Il visconte dimezzato", dove un uomo, colpito da una cannonata, sopravvive diviso in due metà: una totalmente buona e una totalmente cattiva, ma entrambe che denunciano l'insensatezza e la sterilità del proprio assolutismo.
Questa mitologia assolutista, così inafferrabilmente scissa tra bene e male, impedisce, di fatto, di accettare e di affrontare le normali situazioni di perturbazione e di conflittualità che governano le naturali e irriducibili divergenze che alimentano ogni sana relazione interpersonale, tanto più quanto più questa si fa prossima e contigua.
Mediare significa, quindi, educare le parti a comprendere che, come dice Daniele Novara: "la pace è conflitto", ed è necessario accettare la dimensione perturbante di ogni relazione per permettere ad ogni relazione non solo di sopravvivere nella divergenza ma di crescere grazie e per la divergenza.
È necessario, cioè, assumere il conflitto come elemento generativo, creativo, come risorsa; accettando la difficoltà del decentrarsi, del vivere e nutrire la divergenza, affinché ogni rapporto possa alimentarsi non solo nella simpatia, nell'affinità, ma anche nella discordanza e nella diversità.
Un'azione che non si può ridurre alla troppo semplice e invocata tolleranza, poiché questa spesso suggerisce forme di passiva accettazione, né, al contempo, può abbracciare l'intolleranza che si alimenta di un conflitto distruttivo. Potremmo allora parlare di "in-tolleranza", che bene, ci pare, restituisce la necessità di stare in un processo evolutivo, in un divenire che alimenta l'idea di un percorso di comprensione e accettazione dell'Altro senza perdere la capacità di esprimere se stessi, liberando le proprie dimensioni più vere e profonde, che solo le sane relazioni conflittuali possono portare alla luce.
"Imparare a configgere senza mai arrivare a sconfiggere", questo potrebbe dunque essere un possibile slogan della mediazione. Un monito tanto più sensato nelle contemporanee relazioni di coppia la cui grande fatica sembrerebbe proprio quella di accettare la naturale condizione di alterità che l'Altro-della-coppia, per sua natura, incarna, in quanto, propriamente: "altro da me", quell'Altro la cui funzione naturale e primigenia (finanche etimologica) non può che essere quella di spronarmi ad un'alterazione di ciò che sono, alterazione che ognuno è chiamato a imparare a vivere e governare e di cui la mediazione è un potente viatico.